Calabria divisa tra coste fragili e cicloni, il futuro passa dall'urbanistica: «Pianificare significa anticipare i danni ed evitare il prossimo disastro»
Difesa dell’esistente e sinergia tra istituzioni e comunità come strada per uscire dall’emergenza, per l’urbanista Federico Curatola bisogna «Fermare l’espansione e ripensare le difese costiere. Il territorio deve respirare»
Il maltempo che ha investito la Calabria nelle ultime settimane ha lasciato un segno che si vede a colpo d’occhio e si misura nei dettagli: carreggiate spezzate, tratti di costa erosi, lungomari martoriati, fiumare tornate protagoniste, reti di servizi sotto pressione. In molte comunità la sensazione è quella di vivere in una stagione che si ripete, con nomi diversi e gli stessi conti da pagare. È dentro questa scia che Federico Curatola, architetto e urbanista, prova a rimettere ordine tra cause, scelte e responsabilità, spostando il discorso dall’onda lunga dell’emergenza al governo del territorio.
«Quando parliamo di cicloni e di eventi estremi, vediamo il detonatore, poi ci dimentichiamo della miccia», mette subito a fuoco. «Strade sventrate, lungomari divelti, abitazioni allagate e spiagge scomparse sono esiti prevedibili di scelte stratificate nel tempo: consumo di suolo, manutenzione saltata, pianificazione costruita su un clima che oggi non esiste più».
L’immagine che descrive è quella di un territorio reso fragile dall’impermeabilizzazione e dall’occupazione degli spazi naturali dell’acqua. «Abbiamo costruito dove i corsi d’acqua dovevano potersi espandere, abbiamo inciso versanti e fiumare senza rispetto per le dinamiche geomorfologiche. Ogni metro quadrato sigillato accelera il deflusso e alza i picchi di piena: a valle il prezzo diventa inevitabile».
Nel racconto di queste settimane, la parola «riparazione» torna spesso. Curatola la capovolge: «La pianificazione urbana costiera oggi non può ridursi a rattoppare. Serve un orizzonte di medio e lungo periodo capace di anticipare i danni. Gli strumenti per prevedere scenari e vulnerabilità ci sono: il punto è usarli per scegliere dove costruire, dove arretrare, dove restituire spazio al mare e alle fiumare».
Quando parla di adattamento climatico, lo ancora a una sequenza precisa di azioni. «Prima ancora di costruire significa conoscere il territorio, capire come il clima è cambiato negli anni e nei decenni. Poi significa mitigare la vulnerabilità, ridurre al minimo la possibilità di effetti dannosi su città e infrastrutture». Tradotto: meno espansione, più consapevolezza. «Evitare nuove urbanizzazioni nelle aree già esposte a inondazioni e mareggiate diventa una scelta di sicurezza, oltre che di buon senso».
Resta un nodo, quello dell’esistente. Interi tratti di costa e pezzi di città non si spostano con un tratto di penna. Curatola lo dice senza giri: «Dobbiamo proteggere quello che c’è. Possiamo fermare l’espansione, soprattutto in territori che perdono residenti anno dopo anno, poi dobbiamo mettere in sicurezza ciò che resta». Qui entrano in campo le soluzioni tecniche. «Servono opere che dissipino l’energia del moto ondoso, sistemi coerenti con i processi naturali: barriere soffolte, interventi ibridi, approcci capaci di adattarsi».
La critica più dura riguarda l’idea di pianificazione come esercizio statico. «La visione di lungo periodo te la danno strumenti nuovi e innovativi, non la logica del tecnico che disegna su carta millimetrata pensando soltanto all’orografia. Oggi bisogna progettare considerando i fenomeni che possono abbattersi su quel territorio, con dati aggiornati e margini di sicurezza più ampi». E poi la manutenzione, che nel racconto pubblico resta sempre laterale: «Canali ostruiti, reticoli minori dimenticati, opere di difesa lasciate senza controllo. La manutenzione non fa rumore, l’assenza presenta il conto».
C’è anche una questione di metodo, prima ancora che di opere. «Serve sinergia fra enti locali, tecnici e comunità. Se uno di questi attori resta fuori asse, la tendenza non cambia e torna l’uso scorretto del suolo che abbiamo visto negli anni del boom edilizio e dell’abusivismo». Il punto, per Curatola, sta in un patto di realtà: accettare che il territorio si muove, respira, cambia. «Il mare e le fiumare si espandono e si ritraggono con il mutare del clima. Il territorio va considerato un’entità viva».
Le settimane dei cicloni hanno riaperto la stessa domanda, con più urgenza: quanto costa continuare a inseguire l’emergenza. Curatola chiude con una frase che suona come un avviso: «Il maltempo non si governa. Si governa il territorio. Se la rotta resta quella di sempre, ogni evento estremo diventa una condanna annunciata. Se cambiamo paradigma, questa scia può trasformarsi nella spinta decisiva per rendere la Calabria più sicura, più intelligente, più giusta».