Calabria nella morsa dei cicloni: da Nils e Ulrike sulla Tirrenica ad Harry sulla Jonica, la regione riscopre tutta la sua fragilità
Da una costa all’altra, la regione viene attraversata da mareggiate, frane e venti estremi mentre emergono tutte le crepe di un sistema territoriale esposto, dove la difesa del suolo è rimasta incompiuta e l’emergenza inizia a ripetersi con inquietante regolarità
La Calabria è diventata una terra presa in morsa, come se il mare e il cielo avessero deciso di stringerla da due lati fino a far emergere tutto ciò che per decenni è rimasto sotto traccia. A destra, sulla costa jonica, il ciclone Harry ha lasciato ferite che somigliano a amputazioni: lungomari cancellati, spiagge mangiate, infrastrutture scoperte, attività turistiche sospese in un’incertezza che pesa come un macigno. A sinistra, sulla tirrenica, Ulrike e Nils stanno spingendo la regione dentro un’altra sequenza di emergenze: venti violentissimi, mareggiate con onde annunciate fino a cinque metri e mezzo, temporali e piogge insistenti che trovano un territorio già saturo e lo costringono a cedere, con frane, smottamenti, strade interrotte, paura che si riaccende ad ogni nuova allerta.
Il punto è che questa non è soltanto la cronaca di due cicloni. È l’istantanea, nitida e spietata, di una Calabria che vive da troppo tempo in equilibrio precario. Harry sulla Jonica e Nils ed Ulrike sulla Tirrenica sembrano due capitoli distinti, invece raccontano la stessa storia: quando l’acqua arriva - dal cielo o dal mare - trova sempre un varco. Lo trova nella manutenzione mancata, nelle opere mai completate, nella fragilità geologica che qui è la regola e nelle scelte urbanistiche che hanno spesso trattato la costa e i versanti come se fossero eterni. Il risultato è una regione che reagisce al colpo, si rialza, mette toppe, compila perizie, attende ristori, poi riparte come se il tempo potesse cancellare la memoria. Finché un’altra ondata arriva e scoperchia di nuovo il vaso di Pandora.
Sulla Jonica l’impronta di Harry è stata brutale proprio perché ha colpito la linea più esposta: la costa, il confine fisico tra terra e mare, dove tutto è visibile e immediato. Erosione, mare oltre le barriere, passeggiate divelte, tratti di lungomare sventrati: immagini che hanno trasformato comuni e comunità in un grande cantiere di emergenza. Lì il dissesto prende la forma del mare che avanza, della sabbia che scompare, dei muri che crollano, delle attività balneari che guardano alla stagione estiva con un’ansia che non è emotiva: è contabile, è occupazionale, è sociale.
Sulla Tirrenica, con Ulrike e Nils, il dissesto si presenta con un’altra grammatica: la terra che scivola, i pendii che cedono, la viabilità che si spezza, l’acqua che scorre dove non dovrebbe. Piogge intense e ripetute, combinate con raffiche che superano soglie estreme, mettono sotto pressione infrastrutture già fragili e versanti segnati da una storia di instabilità. È qui che torna un concetto decisivo: la saturazione. Quando piove su terreni che hanno già assorbito troppo, la montagna perde la sua tenuta e diventa un rischio in movimento. E ogni frana, ogni smottamento, ogni provinciale chiusa è un promemoria concreto: la Calabria non ha bisogno di “resistere” al maltempo, ha bisogno di essere messa in sicurezza.
La sequenza di eventi ravvicinati - due cicloni in meno di ventiquattro ore, l’alternanza di fronti perturbati, la persistenza di condizioni critiche - funziona come una lente di ingrandimento su una realtà che i calabresi conoscono da sempre e che troppo spesso viene archiviata con rassegnazione: qui la straordinarietà è diventata abitudine. E quando perfino la comunicazione istituzionale richiama paragoni con Harry per descrivere le mareggiate attese sul Tirreno, significa che la memoria dell’evento precedente è ancora aperta, ancora dolorosa, ancora presente nelle decisioni quotidiane di chi vive sulla costa.
In mezzo, tra Jonica e Tirrenica, c’è l’intera regione. Perché la Calabria è una dorsale montuosa compressa tra due mari, con fiumi brevi e nervosi, valloni che diventano torri d’acqua in poche ore, versanti che reagiscono in modo violento agli eccessi meteorologici. È una terra dove la difesa del suolo non è un capitolo tecnico da lasciare agli addetti ai lavori: è la condizione minima per garantire strade, scuole, presìdi sanitari, economia, persino la continuità della vita quotidiana. Il dissesto idrogeologico, qui, ha il volto della costa che arretra e quello della collina che frana. Ha la voce delle ordinanze e quella dei cittadini che non sanno se domani potranno raggiungere il lavoro, portare i figli a scuola, passare su quel ponte, percorrere quel tratto di strada.
E allora il tema vero, quello che regge l’intero racconto, è il debito accumulato. Cinquant’anni di interventi frammentari, di emergenze gestite a scatti, di opere rinviate, di manutenzione trattata come costo e non come investimento. Per rendere la Calabria più sicura servirebbero miliardi: non uno slogan, ma una misura della distanza tra ciò che è necessario e ciò che è stato fatto. Servirebbero piani pluriennali di consolidamento dei versanti, sistemazioni idrauliche, regimazioni delle acque, rinaturalizzazioni dove possibile, barriere e opere costiere pensate con logica e continuità, monitoraggio serio, manutenzione ordinaria che diventi una disciplina permanente. Servirebbe una scelta: considerare la sicurezza del territorio come infrastruttura primaria, allo stesso livello di un aeroporto, di una ferrovia, di una grande strada.
Perché le ferite di Harry sulla Jonica e le paure di Nils e Ulrike sulla Tirrenica raccontano la stessa fragilità: una regione che ogni volta viene sorpresa dall’acqua, come se fosse la prima volta. Eppure questa volta la morsa è più chiara: un mese di maltempo, cicloni che si susseguono, allerte continue, una geografia già provata. La Calabria è davanti a un bivio che non può essere mascherato con le parole dell’emergenza. O si continua a contare i danni, sperando che il prossimo fronte sia meno cattivo, oppure si prende atto che il conto rimandato per decenni sta arrivando tutto insieme, e che pagarlo a rate con interventi tampone significa soltanto rinviare la prossima caduta.