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03/02/2026 ore 06.30
Ambiente

La mancata prevenzione e l'alibi della forza della natura: «Calabria fragile? Si, ma per le scelte di chi governa il territorio»

Il presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Reggio Calabria, Francesco Foti, legge i danni sull’area jonica come l’effetto di anni di manutenzione assente e pianificazione rinviata, riportando al centro il tema della responsabilità pubblica

di Silvio Cacciatore

La devastazione lasciata dal ciclone Harry lungo la costa jonica e nell’Area Grecanica ha rimesso al centro una domanda che da anni resta sospesa: quanto di ciò che è accaduto è davvero colpa della natura e quanto invece è il risultato di scelte mancate.

È da qui che prende forma il confronto con Francesco Foti, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Reggio Calabria, chiamato a leggere tecnicamente ciò che la cronaca ha mostrato sul campo: lungomari sventrati, strade interrotte, argini crollati, interi tratti di costa ridisegnati in poche ore.

Harry, per Foti, non rappresenta un’eccezione. È piuttosto l’ennesimo segnale di un sistema che da troppo tempo vive in equilibrio precario. «Quello che abbiamo visto in questi giorni non nasce in una notte - spiega -. L’evento estremo accelera, amplifica, fa esplodere criticità che erano già presenti. Il dissesto non si crea con una mareggiata o con una bomba d’acqua: si costruisce negli anni, con l’abbandono della manutenzione, con la rinuncia alla pianificazione, con la scelta di intervenire sempre dopo e quasi mai prima».

Il riferimento corre immediatamente alle immagini che hanno segnato l’emergenza: corsi d’acqua ridotti a canali artificiali, foci soffocate dai sedimenti, opere di difesa costiera consumate dal tempo, urbanizzazioni spinte fin dentro aree fragili. Un quadro che secondo l'ingegnere Foti non può essere archiviato come fatalità.

«Quando un territorio è noto per la sua vulnerabilità e si continua a ignorare i segnali, quella non è sfortuna. È una responsabilità. Le mappe del rischio esistono, i piani di assetto idrogeologico sono disponibili, le relazioni tecniche vengono prodotte. Il problema è che troppo spesso restano sulla carta».

Nel racconto dell’emergenza Harry è emerso anche un altro elemento: la difficoltà di molti Comuni a gestire la fase immediata, tra ordinanze, comunicazioni frammentarie, evacuazioni organizzate in corsa. Il Presidente dell'Ordine degli Ingegneri allarga lo sguardo e individua una fragilità che va oltre il singolo evento.

«C’è un deficit di cultura del rischio che riguarda tutti, cittadini e istituzioni. I piani di emergenza non possono essere documenti formali chiusi nei cassetti. Devono diventare strumenti vivi, conosciuti, condivisi. Prepararsi quando il pericolo è lontano significa salvare tempo, risorse e vite quando l’emergenza arriva».

Il nodo delle risorse, spesso evocato nel dibattito pubblico, viene ridimensionato. Negli ultimi anni, tra fondi europei, programmi nazionali contro il dissesto, PNRR e interventi di adattamento climatico, sulla Calabria sono transitati finanziamenti consistenti. «I soldi ci sono stati - osserva Foti -. Quello che è mancato è la capacità di trasformarli in opere. Uffici tecnici sottodimensionati, progettazioni incomplete, procedure lente, bandi che non arrivano a terra. Il risultato è che i territori continuano a restare esposti mentre le risorse tornano indietro o si disperdono».

L’Area Grecanica, la Locride, le zone interne colpite dal maltempo diventano così simbolo di una marginalità che pesa due volte: sul piano fisico e su quello politico. «Quando un territorio viene percepito come periferico, sacrificabile, si crea un circolo vizioso - sottolinea -, meno servizi, meno investimenti, più spopolamento. E ogni evento estremo aggrava ulteriormente questo squilibrio».

Nel ragionamento entra anche il rischio sismico, spesso evocato solo dopo le scosse. La Calabria resta una delle regioni a più alta pericolosità del Paese. «Un terremoto, in questo contesto, sarebbe un moltiplicatore di fragilità già note», avverte Foti. «Edifici vulnerabili, infrastrutture obsolete, scarsa preparazione delle comunità. Anche qui il tema è lo stesso: prevenzione strutturale contro gestione emergenziale».

Il punto di arrivo del confronto è politico prima ancora che tecnico. Governare il territorio, secondo Foti, significa assumersi il peso delle decisioni scomode. «Vuol dire scegliere dove si può costruire e dove no, dove arretrare, dove delocalizzare, dove investire in sicurezza. Vuol dire riportare la competenza tecnica al centro delle scelte pubbliche. Senza questo cambio di paradigma continueremo a inseguire i danni e a chiamarli emergenze».

Il ciclone Harry, allora, smette di essere solo una ferita aperta e diventa uno spartiacque. O resta l’ennesimo capitolo di una storia che si ripete, o si trasforma in un punto di svolta. «La Calabria non è fragile per natura», conclude Foti. «È fragile per le decisioni che si prendono e per quelle che si evitano. Riconoscerlo è il primo passo per cambiare davvero».