Dentro la tempesta che ha ferito l’area Grecanica, dove nessuno era preparato ma tutti hanno fatto la loro parte: ora proteggiamola
Diario giornalistico di una settimana vissuta nel frastuono delle onde e le mani nel fango. Un’esperienza drammatica in una terra bellissima e vulnerabile che non chiede compassione ma rispetto
Martedì sera doveva essere la fine. Così dicevano i bollettini, così speravamo tutti. Il ciclone Harry aveva già colpito nella notte tra lunedì e martedì, aveva già strappato un primo pezzo di lungomare nella mia già provata Bova Marina, aveva già lasciato ferite visibili. Ma in quelle ore si è capito che non stava finendo nulla. Anzi, stava iniziando il peggio. La tempesta si stava rafforzando, il cuore del ciclone stava risalendo ancora, pronto ad abbattersi sull’Area Grecanica con una violenza che nessuno era preparato a reggere.
Io ero dietro al balcone di casa, di fronte al mare. Stavo scrivendo l’ennesimo aggiornamento mentre guardavo l’acqua cambiare colore, gonfiarsi, alzarsi come una massa scura e minacciosa. Il rumore non era più quello delle onde. Era un rombo continuo, sordo, che entrava nello stomaco. Ogni onda che si infrangeva portava via qualcosa. Ogni colpo contro la costa sembrava un morso. Il morso di un lupo affamato. Ed in quel momento, ho capito che il mio paese stava per essere colpito ancora, più forte di prima. Che sarebbe stata la notte più lunga, fredda, dura e buia degli ultimi 20 anni. E ho pianto. Ho pianto senza vergogna, con la sensazione fisica che il mio paese potesse scomparire davvero, che quella striscia di terra che da vent’anni combatte contro il mare stesse per perdere un’altra battaglia decisiva.
La ferita del 2008 è tornata a sanguinare tutta insieme. Allora il lungomare era stato inghiottito per la prima volta. Già allora Bova Marina imparava cosa volesse dire perdere tutto e provare a ricominciare. Anche allora, adolescente, piansi. Ma questa volta la forza è stata diversa, più brutale, più lunga, più sistematica. Nella notte tra martedì e mercoledì e per tutta la mattina successiva Harry ha martellato senza tregua. Onde altissime come palazzi, raffiche violente, acqua che invadeva tutto. Intanto la macchina dell’emergenza correva. Sindaci, Protezione civile, forze dell’ordine. Evacuazioni sul litorale. Ordinanze su ordinanze. Case svuotate in fretta. Famiglie costrette ad andarsene guardando il mare da lontano. Un’intera comunità sospesa tra paura e resistenza.
Il mio lavoro di giornalista mi spinge inesorabilmente a raccontare e mi ha portato ancora una volta fuori di casa, dentro quella tempesta. Scarpe nel fango, telefono in mano, occhi pieni di immagini che non si cancellano. Microfono, telecamera, taccuino. Ho camminato tra stabilimenti devastati, strade spezzate, tratti di costa cancellati. Ho parlato con imprenditori che guardavano in silenzio ciò che restava delle loro attività e che mi dicevano «Silvio, questa è la volta buona che non riapro più». Ho visto amministratori locali stremati, con il volto tirato e gli occhi gonfi, provare a tenere insieme pezzi di emergenza e responsabilità enormi. Tra un collegamento in diretta e un articolo, tra un servizio e un’intervista tornavano le lacrime. Ogni tanto da sole, ogni tanto in compagnia di quei sindaci che prima ancora di essere amministratori sono esseri umani. Tornavano, le lacrime, perché questa non è una cronaca qualsiasi. È la mia terra. È la mia casa. È il luogo che amo da sempre.
Harry ha colpito l’Area Grecanica come un pugno in pieno volto. Ha mostrato la fragilità di un territorio bellissimo e vulnerabile. Ha reso visibile quello che spesso viene ignorato: il cambiamento climatico che accelera, la mancanza di difese strutturali, anni di ritardi che oggi presentano il conto. Una Calabria vittima dell’incuria di alcuni e della dimenticanza di molti.
Eppure, in mezzo alla devastazione, ho visto qualcosa che non si può fotografare ma che resta inciso addosso. Ho visto una dignità silenziosa muoversi tra le macerie. Ho visto mani sporche di fango che non si sono fermate, schiene curve che continuavano a sollevare detriti, sguardi stanchi che si incrociavano senza bisogno di parole. Ho visto volontari arrivare da altri comuni e mettersi al lavoro, persone che non avevano perso nulla materialmente ma che sentivano quel dolore come proprio. Ho visto cittadini aprire le porte di casa a chi era stato evacuato, offrire un letto, un pasto caldo, un po’ di normalità dentro il caos. «Fermatevi da noi, stanotte. Ma anche la prossima se volete». E’ la Filoxenìa, l’arte dell’accoglienza: tratto tipicamente grecanico da millenni.
Ho visto sindaci restare in strada fino a notte fonda, parlare con la gente uno per uno, cercare soluzioni mentre il territorio cedeva sotto i colpi del mare. Ho visto imprenditori piangere davanti alle loro attività devastate e, nello stesso momento, rialzarsi per iniziare a ripulire. «Non è vero, Silvio. In primavera ripartiamo più forti di prima». Ho visto anziani tornare sul lungomare distrutto e restare in silenzio, immobili, come se stessero salutando un pezzo della loro vita. In quei volti c’era rabbia, paura, stanchezza. Ma c’era anche una forza antica, quella di una terra che è abituata a resistere, anche quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.
Ora resta il silenzio dopo la tempesta. Quello che pesa più del rumore. Resta l’odore di salsedine mescolato al fango. Restano i nastri di sicurezza, i tratti di costa cancellati, le strade spezzate. Resta soprattutto un’attesa carica di tensione: l’attesa di risposte concrete, di scelte vere, di cantieri che non siano solo annunci. Perché questa terra non chiede compassione. Chiede rispetto. Chiede protezione. Chiede futuro.
Io continuerò a raccontare, questo è sicuro. Lo farò perché lo devo alla mia terra. Racconterò anche grazie all’amore, al supporto ed al sostegno di una redazione e di un gruppo editoriale che non si stancano di credere in me ma soprattutto in questa terra preziosa e rara. E quindi il plurale è d’obbligo: Continueremo a camminare dentro queste ferite aperte, a raccogliere storie, a tenere accesa la luce quando l’attenzione mediatica si spegnerà. Perché il ciclone Harry ha lasciato distruzione, ma ha acceso anche una responsabilità che non può essere archiviata come una notizia qualsiasi. Da questa notte di vento e paura deve nascere un’alba diversa. Un’alba in cui Bova Marina e l’Area Grecanica non siano più solo il fronte fragile delle emergenze, ma il cuore vivo di una rinascita possibile. La rinascita delle perle, della bellezza. Di una terra fragile ma bella e gentile.
Forza Grecanica!