I cavalloni alti più di 6 metri hanno accentuato l'erosione costiera. L'analisi del prof Barbaro: «Non è stato il picco, ma la persistenza delle onde»
Lo studio del DICEAM dell’Università Mediterranea chiarisce che il ciclone Harry non è da considerare un evento estremo in senso statistico. Determinante è stata invece la continuità del moto ondoso su spiagge già impoverite. La politica corre ai ripari e Versace lancia l'allarme: «I Comuni non possono reggere emergenze prolungate, serve pianificazione strutturale»
Non è stata l’eccezionalità dell’onda a produrre i danni lungo le coste reggine, ma la condizione in cui quell’onda si è abbattuta. I cicloni Harry sul versante jonico e Ulrike su quello tirrenico hanno agito su un sistema costiero già indebolito da anni di erosione progressiva, riduzione della fascia sabbiosa e squilibri nel trasporto dei sedimenti. Il dato scientifico consente oggi di leggere quegli eventi oltre la dimensione dell’emergenza e di collocarli dentro una fragilità strutturale che riguarda l’intero equilibrio tra costa e bacino idrografico.
Lo studio elaborato dal professor Barbaro del Dipartimento DICEAM dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, sulla base dei rilievi della Rete Ondametrica Nazionale, evidenzia che l’altezza massima d’onda registrata durante il ciclone Harry, pari a 6,13 metri, corrisponde a un periodo di ritorno stimato in circa dieci anni. Non un evento raro su scala pluridecennale.
«Non è stato il picco a determinare i danni», spiega Barbaro, «ma la persistenza delle onde superiori ai due metri per più giorni consecutivi». Il settore dominante di provenienza del moto ondoso è stato quello Est–Sud Est, con una forte concentrazione di onde comprese tra 1,5 e 2,5 metri che hanno insistito sul litorale jonico per oltre tre giorni.
È questo carico ciclico prolungato ad aver messo in crisi infrastrutture già esposte. «Il collasso di alcune strutture è avvenuto prima del picco della mareggiata», chiarisce il docente, «perché il sistema costiero era già in deficit di equilibrio tra apporto sedimentario e dinamica marina».
In condizioni morfologiche stabili, una spiaggia ampia e ben alimentata è in grado di dissipare gran parte dell’energia delle onde. Quando però la fascia sabbiosa si riduce, l’impatto si trasferisce direttamente su opere e sottoservizi.
Lo stesso schema si è ripetuto sul Tirreno nella notte tra il 12 e il 13 febbraio. Il ciclone Ulrike ha portato raffiche di Maestrale tra i 100 e i 120 km/h e mareggiate che si sono riversate sul lungomare di Reggio Calabria, in particolare nel tratto tra la Minerva e il Tempietto.
Sanpietrini divelti, pavimentazioni compromesse, detriti accumulati lungo la passeggiata non sono solo l’effetto di un evento intenso, ma la manifestazione di un processo erosivo che negli anni ha assottigliato la linea di costa. Se la spiaggia non svolge più la funzione di cuscinetto naturale, ogni mareggiata scarica direttamente la propria energia sulle infrastrutture urbane.
L’erosione costiera è legata al bilancio dei sedimenti, al trasporto solido dei corsi d’acqua e alla presenza di opere che modificano le correnti litoranee. Ogni riduzione dell’apporto naturale dalle fiumare incide sull’equilibrio complessivo della spiaggia. In un contesto di cambiamento climatico, con eventi marini più frequenti e persistenti, questo squilibrio diventa strutturale.
Sul piano amministrativo, il sindaco facente funzioni della Città Metropolitana, Carmelo Versace, sottolinea che l’ente ha seguito tutte le procedure previste dopo l’ordinanza della Protezione civile regionale. «Abbiamo caricato schede analitiche e geolocalizzate per viabilità e smottamenti, rispettando le indicazioni ricevute. Anche i Comuni hanno fatto la loro parte».
Tuttavia, l’emergenza non si esaurisce nella trasmissione delle pratiche. «I Comuni si aspettano di essere ristorati in tempi rapidi non solo per chiudere le partite contabili, ma per poter intervenire su quanto resta da sistemare. Molti stanno anticipando risorse che non hanno». Il tema riguarda reti idriche, fognarie, viabilità e servizi primari in diversi centri della fascia costiera e dell’entroterra.
Versace insiste sulla necessità di un cambio di passo. «Non possiamo limitarci a riparare il lungomare ogni volta. Serve una progettazione adeguata e la messa in sicurezza delle spiagge, che sono fondamentali non solo per il turismo ma per la protezione stessa delle infrastrutture».
Il dato scientifico e la gestione istituzionale raccontano due livelli diversi della stessa fragilità. Da un lato l’analisi morfologica evidenzia un sistema costiero in deficit sedimentario, incapace di assorbire eventi che rientrano in una frequenza ordinaria. Dall’altro, i territori affrontano le conseguenze immediate con risorse limitate e tempi amministrativi che non sempre coincidono con l’urgenza degli interventi.
«Non è stato un evento estremo», ribadisce Barbaro, «ma un sistema già fragile che ha subito un carico ciclico prolungato». La questione, dunque, non è solo prevedere l’intensità della prossima mareggiata, ma ricostruire un equilibrio tra costa e bacino idrografico che oggi appare compromesso.
Sul piano amministrativo, Versace insiste sulla necessità di uscire dalla logica dell’intervento episodico. «I Comuni stanno anticipando risorse che non hanno. Serve una pianificazione strutturale che metta in sicurezza le spiagge e riduca l’esposizione delle infrastrutture».
Senza un riequilibrio morfologico e senza strumenti amministrativi adeguati, ogni nuova mareggiata continuerà a scaricare i propri effetti su una costa progressivamente più esposta. L’erosione costiera non è un capitolo accessorio del cambiamento climatico, ma il punto su cui si misurerà la capacità della Calabria di trasformare una vulnerabilità cronica in una strategia di adattamento.