Il tesoro di Monasterace riemerge dai fondali: via al maxiprogetto da due milioni di euro
Presentato a Roccella Jonica il piano “Altofondale” per il recupero del relitto del V secolo a.C. In campo robot sottomarini, archeologi e l'Arma dei Carabinieri
Un ritorno verso casa, una restituzione alle comunità locali, un progetto che entra nella sua seconda fase. Al Porto delle Grazie di Roccella Ionica, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia hanno presentato il progetto di recupero del relitto del V-IV secolo a.C., ritrovato nel 2023 al largo di Monasterace. Un tesoro rimasto custodito sui fondali del nostro mare per oltre duemila anni: ciò che resta di un’imbarcazione che trasportava un carico di oltre 300 anfore. Una scoperta di grandissima importanza, capace di raccontare le antiche rotte commerciali ai tempi della Magna Grecia.
Individuato grazie all’attività di archeologia preventiva avviata durante gli studi di fattibilità per la realizzazione di un impianto eolico offshore della multinazionale spagnola Acciona, il relitto con il suo ricchissimo carico è stato al centro di un progetto di tutela, recupero, conservazione e valorizzazione fortemente voluto dalla Soprintendenza con la collaborazione del Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Le indagini in mare, condotte con l’utilizzo di speciali robot sottomarini (ROV), e gli studi successivi sono stati portati avanti da un team di lavoro multidisciplinare costituito da archeologi, biologi marini, geologi, fisici e chimici.
Tutte le fasi del progetto sono state illustrate ai cittadini e alle autorità locali. Per l’occasione è stato anche presentato al pubblico il primo reperto recuperato dai fondali marini: la parte superiore di un’anfora che, insieme al resto del carico, giaceva in fondo al mare a circa 500 metri di profondità. L’eccezionale importanza della scoperta e l'eccellenza del progetto hanno spinto il Ministero della Cultura ad attribuire un secondo finanziamento di oltre 1.3 milioni di euro.
Roberta Filocamo, funzionario della Soprintendenza e RUP del progetto, ha sottolineato come, dal momento della scoperta, si sia «attivata una macchina istituzionale impeccabile che ha portato a un primo finanziamento di oltre 850 mila euro per dar vita al progetto ‘Patrimonio culturale subacqueo su alto fondale: tutela, recupero, conservazione e valorizzazione’. «Intervenire su un alto fondale – ha proseguito - è una sfida tecnica complessa, che ha richiesto l'impiego di tecnologie all'avanguardia come i robot sottomarini, i ROV, capaci di operare sui due nuclei di dispersione del relitto. Questo progetto è la dimostrazione che l'attività della Soprintendenza non è solo burocrazia o vincolo, ma ricerca, innovazione e capacità di costruire futuro sulle basi del nostro passato».
Alessandra Ghelli, funzionario Archeologo Subacqueo della Soprintendenza e direttrice dei lavori, ha ricordato che in genere si applica la conservazione in situ del patrimonio culturale subacqueo, ai sensi della Convenzione UNESCO del 2001. «In questo caso, però, il relitto era stato danneggiato dall’attività di pesca a strascico e per evitare che subisca ulteriori danneggiamenti abbiamo deciso di applicare un protocollo diverso che porterà al completo recupero del carico».
Per Francesco Tiboni di ASPS Servizi archeologici, la società che ha condotto in mare le attività di archeologia preventiva grazie alle quali è stato individuato il relitto, “questo progetto è l’esempio di come dall’archeologia preventiva possano nascere occasioni per restituire alla gente frammenti di storia del proprio territorio. La sfida è proprio quella di coniugare le esigenze della modernità e del progresso con la conoscenza e la salvaguardia della memoria collettiva».
Francesco Lia, funzionario restauratore della Soprintendenza, ha spiegato l’importanza del recupero e della conservazione dei reperti ritrovati in mare: «Il ruolo del restauratore è fondamentale fin dalle prime fasi del recupero perché le modalità di estrazione e di prima conservazione possono condizionare in modo determinante la salvaguardia del reperto. Attraverso un approccio interdisciplinare, definiamo procedure e protocolli conservativi finalizzati a stabilizzare i materiali, prevenire ulteriori fenomeni di degrado e garantire la corretta conservazione e valorizzazione del patrimonio archeologico sommerso».
Nel progetto “Altofondale” è coinvolta a pieno titolo anche l’Università della Calabria. Il prof. Mauro Francesco La Russa, direttore del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’ateneo cosentino, ha illustrato le modalità di intervento del suo dipartimento: «Ci occuperemo della caratterizzazione dei reperti ceramici per valutare sia la provenienza, cioè per definire dove sono stati prodotti, sia le tecniche di produzione. Allo stesso tempo andremo a valutare lo stato di conservazione e di salute dei reperti».
Sono intervenuti anche il Capitano Giacomo Geloso, Comandante del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza, e il Maresciallo Maggiore Domenico De Giorgio, Comandante del Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina, che hanno sottolineato il coinvolgimento diretto dell’Arma dei Carabinieri e la sinergia esistente con la Soprintendenza, per la quale il patrimonio subacqueo non deve restare un privilegio per pochi esperti, ma diventare memoria viva per la collettività e una concreta risorsa di sviluppo culturale per la Calabria.