Incendi in Calabria, Bombino: «I droni non bastano, serve riportare la prevenzione tra chi vive la montagna»
L'ex presidente del Parco dell'Aspromonte richiama l'esperienza degli Eco-Pastori Custodi del Bosco e invita a ripensare il modello di contrasto ai roghi: «La tecnologia da sola non può sostituire il presidio umano del territorio»
Mentre la Calabria continua a fare i conti con una nuova stagione di incendi, tra roghi, inneschi e racconti sempre più inquietanti sulle tecniche utilizzate per propagare le fiamme, il dibattito si sposta sulla reale efficacia del sistema di prevenzione. A intervenire è Giuseppe Bombino, già presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte, oggi presidente del GAL Area Grecanica e docente universitario presso la Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Ai nostri microfoni Bombino riporta la discussione indietro di quasi dieci anni, a una stagione in cui l’Aspromonte riuscì a resistere a una delle estati più drammatiche per i boschi del Mediterraneo. «Nel 2017, mentre l’area del Mediterraneo era un sangue incandescente, in Calabria la Sila e il Pollino perdevano rilevanti superfici forestali e, insieme ad esse, piangevano i simboli di una Natura drammaticamente scavata dal fuoco. L’Aspromonte, durante quello che dagli specialisti fu definito l’annus horribilis, fu sostanzialmente risparmiato».
Gli incendi, precisa Bombino, si verificarono anche sul massiccio reggino. La differenza fu nella loro portata. «Gli incendi ci furono anche lì, ma di moderata entità e bassa magnitudo, tanto che quella Montagna poté dirsi salva dall’empireo che altrove, invece, divorava ogni cosa».
Al centro di quella stagione vi era un progetto sperimentale fondato sulla presenza umana e sulla responsabilizzazione di chi la montagna la vive ogni giorno. Un modello che puntava sui pastori come presidio del territorio, ribaltando una lettura spesso diffidente nei loro confronti. «In Aspromonte si sperimentava, per il secondo anno consecutivo, l’idea di affidare la prevenzione degli incendi boschivi ai pastori, scardinando non pochi paradigmi. Il progetto sperimentale era stato denominato “Eco-Pastore Custode del Bosco” e intendeva responsabilizzare una figura che, per molti analisti, risultava controversa e ambigua».
Secondo Bombino, quel progetto produsse risultati concreti e aprì una strada che avrebbe potuto essere sviluppata. «L’idea si rivelò vincente e prometteva margini di miglioramento e di perfezionamento. Negli anni successivi, tuttavia, fu declassata, messa da parte, mentre in altre realtà del Sud Italia, e non solo, venne implementata». Il cuore del progetto, insiste l'ex presidente del Parco, andava ben oltre una semplice misura di contenimento dei roghi. «La rete degli Eco-Pastori realizzava non soltanto una misura sociale, ma anche una vera infrastruttura umana, capace di sviluppare un progetto di protezione della Natura e della biodiversità. Quella trama solidale s’è perduta».
Un pensiero distante dal sistema attuale, sempre più orientato verso strumenti tecnologici presentati come elemento centrale della prevenzione. Bombino non nega l’utilità dei droni in senso assoluto, ma contesta l’idea che possano rappresentare una risposta decisiva. «Oggi si sente sempre più parlare di droni. Con argomentazioni imprudenti, inopportune e, per certi versi, pericolose, si tenta di far passare il messaggio secondo cui la tecnologia può risolvere il problema degli incendi boschivi, in forza di una presunta deterrenza. Niente di più mistificatorio». A suo giudizio, il limite principale è strutturale: «La verità è che quei droni nulla possono osservare sotto la copertura forestale. Queste tecnologie risultano assolutamente inefficaci rispetto alle raffinate tecniche e ai diabolici stratagemmi incendiari messi in atto dai criminali che agiscono in ambito forestale».
Bombino distingue inoltre tra episodi consumati in aree agricole o marginali e incendi boschivi di maggiore complessità. «Fa eccezione la teatrale identificazione di qualche incendiario di stoppie o di sterpaglie che ha agito in terreni agricoli o marginali. È cosa ben diversa rispetto alle più gravi implicazioni degli incendi boschivi».
Nella riflessione di Bombino trova spazio anche il modo in cui, negli ultimi giorni, è stata raccontata l'emergenza incendi. Il docente universitario e presidente del GAL Area Grecanica invita a non concentrare il dibattito su singoli episodi, per quanto gravi e inquietanti, perché il rischio è quello di perdere di vista la dimensione reale del fenomeno. «Questa storia, seppur vera nel caso di specie, non giustifica affatto un numero così alto di incendi. Brucia il Mediterraneo, eppure il racconto finisce per restituire l'immagine di una Calabria diversa da tutte le altre realtà colpite. È una narrazione che rischia di produrre un enorme danno d'immagine alla nostra regione».
Per Bombino, la questione centrale rimane un'altra: la prevenzione. Ed è proprio su questo terreno che, a suo giudizio, occorre ripensare il modello adottato negli ultimi anni. «L'unica strategia possibile è un piano di prevenzione concepito e sviluppato in montagna, che abbia come protagonisti coloro che la popolano. Bisogna avere il coraggio di invertire la rotta».
Il richiamo è quindi quello a riportare al centro il presidio umano del territorio, valorizzando le comunità che vivono quotidianamente le aree interne. «Si torni a parlare di montagna e di chi la abita, se si vuole salvare un frammento di questa fragile Natura».