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03/07/2026 ore 06.30
Ambiente

L'estate delle periferie: quando quaranta gradi diventano un problema sociale

Durante il periodo estivo, nel pieno delle ondate di calore, non tutti partono dallo stesso punto. Per anziani, famiglie con pochi mezzi e residenti dei quartieri più fragili, il caldo estremo può trasformarsi in una condizione di isolamento

di Aldea Bellantonio

A Reggio Calabria il mare è lì, a pochi chilometri. Eppure per molti cittadini, nelle giornate più torride dell'estate, resta quasi un miraggio. Per un anziano che vive solo in un quartiere periferico, per una famiglia che non dispone di un'automobile o per chi non può permettersi di tenere acceso il climatizzatore tutto il giorno, affrontare una settimana di temperature vicine ai quaranta gradi significa fare i conti con una realtà molto diversa da quella raccontata dalle cartoline estive della città dello Stretto. Il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo. E le periferie rischiano di essere il luogo dove questa differenza diventa più evidente.

Dove il caldo resta più a lungo

Le isole di calore urbane spiegano soltanto una parte del problema. Asfalto, cemento, grandi complessi residenziali e scarsa presenza di ombra fanno sì che alcune aree trattengano il calore più a lungo rispetto ad altre. Anche quando il sole tramonta, i palazzi continuano a restituire l'energia accumulata durante il giorno e la temperatura fatica a scendere.

Ma il vero punto non è soltanto quanto caldo faccia. Il punto è cosa può fare una persona per difendersi da quel caldo. «Le isole di calore mettono in evidenza una distribuzione diseguale delle risorse ambientali», spiega l'urbanista Elvira Stagno, impegnata nel progetto Urban Lab Biodivercity ideato dal Laboratorio Lastre in partnership con la Città Metropolitana ed il dipartimento di Agraria. «Gli effetti del cambiamento climatico tendono a pesare maggiormente proprio dove esistono già altre fragilità».

Quando l’estate diventa una questione di reddito

Per chi ha una casa climatizzata, un'automobile e la possibilità di spostarsi, le ondate di calore rappresentano un disagio. Per altri possono diventare qualcosa di più. Nelle periferie reggine vivono migliaia di persone che trascorrono gran parte della giornata nel proprio quartiere. Anziani che non guidano più, famiglie che devono fare i conti con bollette sempre più pesanti, bambini che durante l'estate restano in città mentre le scuole sono chiuse. Per loro il problema non è soltanto la temperatura. È l'assenza di alternative.

Perché se non puoi raggiungere facilmente una spiaggia, se non puoi permetterti di tenere acceso il climatizzatore per ore e se sotto casa non esistono spazi ombreggiati dove trascorrere il pomeriggio, allora il caldo smette di essere un fenomeno atmosferico e diventa una condizione di disagio quotidiana.

Il diritto al fresco

È qui che nasce il concetto di disuguaglianza climatica. La stessa ondata di calore produce effetti diversi a seconda delle condizioni economiche e sociali delle persone. Chi dispone di maggiori risorse trova più facilmente strategie di adattamento. Chi ne dispone meno resta maggiormente esposto.

Per questo, secondo i ricercatori coinvolti nel progetto UrbanLab BiodiverCity, la questione non può essere affrontata soltanto dal punto di vista ambientale. Serve una riflessione più ampia sul modo in cui vengono progettati i quartieri e distribuiti gli spazi pubblici.

Perché nelle giornate più torride una piazza ombreggiata, un giardino di quartiere, un luogo pubblico fresco e accessibile non rappresentano un lusso. Possono diventare un servizio essenziale.

Ripensare le periferie

La sfida, dunque, non è semplicemente piantare nuovi alberi, ma capire come costruire una città capace di proteggere soprattutto chi dispone di meno strumenti per difendersi dagli effetti del cambiamento climatico. «Quando parliamo di adattamento climatico parliamo di persone», osserva Stagno. «Una città più resiliente è una città che riduce le vulnerabilità e offre a tutti maggiori opportunità di affrontare gli eventi estremi».

In una città che invecchia, con quartieri sempre più esposti alle ondate di calore e con estati che sembrano non finire mai, la vera domanda non è quanto salirà il termometro nei prossimi anni.

La domanda è se le periferie reggine saranno lasciate sole ad affrontare quel caldo oppure diventeranno il punto di partenza di una nuova idea di città.