Nove capodogli tra Scilla e Villa, lo Stretto conferma la sua vocazione di santuario dei cetacei
Le immagini riprese dal drone del videomaker reggino Massimo Bellantoni mostrano un gruppo di cetacei nelle acque dello Stretto. La biologa marina Emilia Fulgido spiega perché quest'area è tra le più importanti del Mediterraneo per la biodiversità
Nove capodogli che emergono dalle acque dello Stretto di Messina, nuotando in gruppo a poche centinaia di metri dalla costa. Le immagini catturate dal drone di Massimo Bellantoni, videomaker e content creator reggino che da anni racconta il territorio e le sue bellezze naturalistiche attraverso spettacolari riprese aeree, hanno regalato uno straordinario documento naturalistico tra le acque di Scilla e Villa San Giovanni.
Un avvistamento che non rappresenta soltanto uno spettacolo della natura, ma che conferma ancora una volta il ruolo dello Stretto di Messina come uno degli ecosistemi marini più importanti del Mediterraneo. A spiegarne le ragioni è Emilia Fulgido, biologa marina e volontaria di Legambiente Reggio Calabria, secondo cui la presenza dei grandi cetacei in queste acque è strettamente legata alle caratteristiche ambientali uniche dell'area.
«Lo Stretto di Messina è un braccio di mare dal valore straordinario dal punto di vista della biodiversità, sia animale che vegetale. I capodogli prediligono aree come questa, così come avviene nel santuario Pelagos del Mar Ligure o nelle acque delle Isole Eolie, perché qui si verificano condizioni ambientali particolarmente favorevoli».
Tra gli elementi che rendono lo Stretto un habitat privilegiato per i cetacei vi sono le grandi profondità dei fondali. In diversi punti si superano infatti i mille metri e nella parte meridionale si raggiungono quote che sfiorano i duemila metri. A ciò si aggiunge il particolare sistema di correnti che caratterizza il passaggio tra Ionio e Tirreno.
«Queste dinamiche generano i fenomeni di upwelling, ovvero correnti di risalita che trasportano verso la superficie nutrienti provenienti dagli strati più profondi del mare. Si tratta di un meccanismo che rende queste acque estremamente produttive dal punto di vista biologico e particolarmente ricche di cibo».
Una condizione ideale per i capodogli, che si alimentano prevalentemente di cefalopodi e che trovano nello Stretto un ambiente favorevole alla ricerca delle prede. Secondo la biologa marina, anche la composizione del gruppo osservato può offrire alcuni spunti interessanti. «Probabilmente si trattava di femmine. I maschi adulti tendono infatti a vivere in maniera più solitaria, mentre le femmine sono spesso organizzate in gruppi sociali».
Lo Stretto di Messina non rappresenta soltanto un habitat favorevole per i capodogli, ma costituisce un vero e proprio corridoio ecologico per la megafauna marina del Mediterraneo. Le particolari condizioni oceanografiche e l'elevata produttività delle sue acque favoriscono infatti il passaggio e la presenza di numerose specie di grandi dimensioni. Negli ultimi anni, oltre ai frequenti avvistamenti di cetacei come stenelle, tursiopi, zifi e capodogli, sono state documentate anche diverse osservazioni di mobule, le grandi mante del Mediterraneo che trovano nelle correnti dello Stretto condizioni ideali per l'alimentazione e gli spostamenti.
Per Emilia Fulgido ogni avvistamento rappresenta anche un'occasione per ribadire l'importanza della tutela ambientale. «È fondamentale proteggere queste acque dalle minacce legate alle attività antropiche e da uno sviluppo costiero non sostenibile. Quello che abbiamo nello Stretto è un patrimonio unico al mondo, che ospita specie e dinamiche ecologiche difficilmente riscontrabili in altre aree del Mediterraneo».
Le immagini realizzate da Massimo Bellantoni hanno restituito al pubblico la bellezza di un incontro che continua a suscitare meraviglia. Ma oltre all'emozione dell'avvistamento, raccontano anche qualcosa di più profondo: la straordinaria ricchezza naturale dello Stretto di Messina e la necessità di conservarla per le generazioni future.