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22/12/2025 ore 19.58
Ambiente

Quarant’anni dal referendum di Gioia Tauro: quando la Calabria disse no alla centrale a carbone

Il 22 dicembre 1985 oltre il 97% dei cittadini della Piana di Gioia Tauro respinse il progetto di una megacentrale Enel. Un anniversario che non è solo memoria, ma una lezione di democrazia ancora attuale nelle sfide ambientali di oggi.

di Redazione

Il 22 dicembre 1985 i calabresi “si presero la parola”. In dodici comuni della Piana di Gioia Tauro si svolse un referendum popolare autogestito che segnò una delle pagine più significative della storia civile della Calabria contemporanea. A quarant’anni di distanza, quell’esperienza resta un simbolo di partecipazione democratica e di difesa del territorio, troppo spesso dimenticato.

Quel giorno 36.583 elettori regolarmente registrati furono chiamati a esprimersi sulla decisione dell’Enel e del Governo di realizzare una megacentrale a carbone da 2.640 MW nel cosiddetto “deserto artificiale” della Piana, eredità incompiuta del V Centro siderurgico mai costruito, e di utilizzare il porto di Gioia Tauro come terminal carbonifero. L’esito fu netto e inequivocabile: oltre il 97% dei votanti disse no. Solo 933 cittadini, pari al 2,6%, si espressero a favore della centrale.

Un risultato che venne definito quasi unanimemente «un plebiscito», «un esercizio collettivo e maturo di democrazia», capace di andare ben oltre i confini regionali. Sebbene il pronunciamento popolare non bastò, nell’immediato, a scalfire il muro dello Stato centrale, quel referendum rappresentò il punto più alto di una mobilitazione tenace e diffusa che avrebbe poi portato alla vittoria finale e all’abbandono del progetto della centrale a carbone, ribattezzata dai comitati come la centrale “sputa veleno”.

A scendere in campo fu una popolazione eterogenea, unita dalla difesa dell’ambiente e della salute come beni non negoziabili. Ma fu anche qualcosa di più: la presa di coscienza collettiva che un modello diverso di sviluppo, capace di tenere insieme lavoro, tutela del territorio e valorizzazione delle risorse locali, non solo fosse possibile, ma fosse l’unico realmente sostenibile per la Piana di Gioia Tauro.

In quel contesto maturò anche il rifiuto di un sistema energetico fondato sulle fonti inquinanti e l’idea di puntare sulle energie rinnovabili, compatibili con la salvaguardia del paesaggio e della qualità della vita.

Per i primi nuclei della Lega per l’Ambiente, che proprio in quegli anni iniziavano a organizzarsi sul territorio, il referendum fu un vero e proprio “battesimo di fuoco”.

Un passaggio che contribuì alla nascita di un movimento ambientalista maturo, capace negli anni di coniugare protesta e proposta, rigore scientifico e mobilitazione popolare, costruendo alleanze sociali e istituzionali spesso faticose ma decisive.

Un metodo che avrebbe dato risultati anche molti anni dopo, a Saline Ioniche, di fronte al progetto della centrale a carbone della società svizzera Repower, contrastato con successo anche grazie al rifiuto di decisioni calate dall’alto e all’utilizzo di strumenti di consultazione popolare.

A quarant’anni di distanza, il referendum del 22 dicembre 1985 non è solo un ricordo da celebrare, ma una lezione ancora attuale. Lo sottolinea oggi il Legambiente Circolo Reggio Calabria Città dello Stretto, richiamando l’attenzione sulle nuove sfide ambientali che interessano il territorio.

Tra queste, il progetto di impianto di accumulo idroelettrico mediante pompaggio dell’acqua di mare che Edison S.p.A. vorrebbe realizzare a Favazzina, tra Scilla e Bagnara, fino al crinale di Melia di Scilla.

Un intervento attualmente in attesa di Valutazione di impatto ambientale presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ma che secondo i comitati presenta criticità rilevanti per un’area fragile, sottoposta a vincoli e considerata tra gli ambienti marini più preziosi del Mediterraneo.

Anche oggi, come nel 1985, il nodo resta lo stesso: il diritto delle comunità di partecipare alle scelte che incidono sul loro futuro. Il referendum della Piana di Gioia Tauro resta così un monito e una fonte di ispirazione, a ricordare che la democrazia dal basso può ancora essere uno strumento decisivo di tutela ambientale e sociale.