A Bagnara il duello tra No e Si sugli equilibri dello Stato. Lombardo: «Riforma ipocrita»
Separazione delle carriere al centro del confronto: il fronte del Sì rilancia «Il giudice deve apparire terzo oltre che esserlo», mentre il No avverte sui rischi per l’assetto della magistratura
Il referendum sulla riforma della giustizia entra nel vivo del dibattito pubblico e a Bagnara prende forma nel modo più diretto: il confronto. Nella sala del Consiglio comunale, il tema della revisione costituzionale esce dalla dimensione astratta per diventare discussione concreta su separazione delle carriere, assetto del Csm, Alta Corte disciplinare ed equilibri tra i poteri dello Stato. Una materia complessa che divide giuristi, operatori del diritto e opinione pubblica, chiamata ora a una scelta che incide sull’architettura istituzionale del Paese.
In questo contesto si inserisce il ruolo del network LaC, chiamato a costruire uno spazio di dialogo capace di restituire profondità al confronto. Ad introdurre e moderare l’incontro la giornalista del network e vicedirettrice de ilReggino.it Elisa Barresi, che ha guidato il dibattito tenendo insieme posizioni opposte, riportando costantemente la discussione ai contenuti e alle implicazioni reali del voto, lontano da semplificazioni e letture propagandistiche.
Ad aprire l’appuntamento i saluti istituzionali del sindaco Adone Pistolesi, che ha richiamato il senso civico del confronto e invitato la comunità a «seguire il referendum per capirne il merito», spostando l’attenzione dalle contrapposizioni alle conseguenze concrete. Il primo cittadino ha posto interrogativi su tempi del processo penale, custodia cautelare e reale parità tra accusa e difesa, collegando il tema alla carenza di risorse e personale nella giustizia. «La Costituzione è perfettibile ma mai in un’autocrazia» ha sottolineato, auspicando che venga pienamente applicata.
Il dibattito si è acceso lungo una linea netta, con quattro relatori a presidiare posizioni diverse, senza scorciatoie: Giuseppe Lombardo, magistrato e coordinatore nazionale Comitato per il No, Clara Veneto, presidente del Comitato per il Sì, Sandro Vitale, presidente AMPA Venticinqueaprile, e Pasquale Simari, componente del Comitato per il Sì.
Lombardo ha scelto l’incipit più drastico, spostando subito il discorso dal titolo mediatico della riforma alla sua portata istituzionale. Il punto, per lui, riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e il metodo con cui si arriva alla revisione: una modifica profonda che, a suo giudizio, arriva al voto senza il livello di condivisione e dibattito che una materia del genere richiederebbe. Ha insistito su un aspetto che, nella sua lettura, pesa sulla libertà di scelta dell’elettore: il referendum, così com’è, chiede un sì o un no su un pacchetto unico, che accorpa questioni diverse. «Voi andrete a votare per un insieme di quesiti», ha spiegato, elencando separazione delle carriere, assetto del Csm, istituzione dell’Alta Corte e modifiche ulteriori. Il rischio, secondo Lombardo, è quello di una decisione “a blocco”, dove l’elettore può ritrovarsi d’accordo su un elemento e contrario su un altro, senza poter distinguere.
Il magistrato ha poi portato la questione sul terreno delle conseguenze, evocando l’incertezza legata ai decreti attuativi e al quadro futuro. Nel secondo intervento ha alzato ulteriormente il tono, definendo la riforma «ipocrita» perché, a suo dire, nel racconto pubblico si richiama l’articolo 111 e il “giusto processo”, mentre resta sullo sfondo un nodo decisivo: lo statuto del Pubblico ministero, con funzioni che escono dal perimetro dell’aula e che, nella sua impostazione, rendono improprio il paragone con la difesa. Lombardo ha spinto sull’idea che l’attuale unicità dell’ordine giudiziario garantisca al Pm un ancoraggio pieno alla legge, mentre una separazione netta aprirebbe scenari non definiti: «Da domani non sarà più così… e a che cosa sarà soggetto? Io non lo so perché non c’è scritto». Il cuore dell’allarme sta qui: una riforma costituzionale, sostiene, non può lasciare zone d’ombra su un punto tanto delicato.
La replica di Clara Veneto ha imboccato una strada opposta, con un invito a disinnescare cornici “apocalittiche” e a rimanere sul testo. Ha riconosciuto che attorno alla riforma il dibattito è stato spesso una «guerra tra cornici simboliche», chiedendo di tornare alle norme e alla loro ratio. Veneto ha difeso la legittimità del percorso previsto dall’articolo 138 e la natura stessa del referendum confermativo come strumento alto della democrazia, con una premessa: la Costituzione resta un patrimonio, dentro cui esiste però la possibilità di cambiare. Sul merito, ha insistito sulla terzietà del giudice, intesa come garanzia non soltanto effettiva, anche percepibile dal cittadino. Ha citato un passaggio cruciale: «Un giudice deve apparire terzo oltre che essere terzo», collegando il tema alla parità tra accusa e difesa nel processo. Quanto al sorteggio, Veneto lo ha presentato come leva per spezzare il peso delle correnti e ridare spazio al merito, ricordando che il bacino resta quello dei magistrati, con l’intervento della componente laica secondo il disegno costituzionale.
Nel solco del Sì si è collocato anche Pasquale Simari, che ha rifiutato l’etichetta di referendum “di parte”, richiamando un paradosso politico: la separazione delle carriere è stata storicamente sostenuta in ambienti diversi, e oggi riemerge dentro una dinamica che non coincide con gli schemi classici. Simari ha spiegato la riforma come completamento di una traiettoria già avviata con il passaggio al processo accusatorio e con la riforma del 1999: se il giudice deve essere arbitro e la prova si forma nel dibattimento, la separazione diventa lo strumento ordinamentale che rafforza la terzietà. Nel suo secondo intervento ha scelto l’argomento più concreto: la patologia “certa” delle degenerazioni correntizie e il condizionamento che, nella sua lettura, altera le dinamiche del Csm. Qui la promessa della riforma viene rivendicata come obiettivo esplicito: ridurre il potere delle correnti e ricondurre le scelte a criteri di qualità e autonomia.
Sandro Vitale, invece, ha portato la discussione su un piano storico e politico, con una lunga riflessione sul rapporto tra Costituzione “scritta” e Costituzione “materiale” e su una stagione, dagli anni Novanta in poi, segnata da tentativi ripetuti di riscrittura. Ha citato Calamandrei e l’idea che, quando si parla di Carta fondamentale, «stiano vuoti i banchi del governo», perché una Costituzione non può diventare terreno di contesa delle maggioranze di turno. Nel secondo intervento ha elencato la sequenza dei referendum costituzionali degli ultimi decenni, leggendo in quella continuità un segnale: la tentazione dei governi di intervenire su un impianto che, a suo giudizio, dovrebbe richiedere ben altra condivisione. Ha inoltre sollevato dubbi sul disegno complessivo e sui contrappesi, toccando anche il tema dell’Alta Corte e delle garanzie di controllo, inserito nel quadro più ampio delle derive che, secondo lui, attraversano le democrazie occidentali.
A Bagnara, insomma, la riforma è uscita dal rumore di fondo per diventare domanda pubblica: quali garanzie rafforza, quali rischi introduce, quale idea di giustizia consegna al cittadino. Alla fine, resta una consapevolezza che pesa più delle bandiere: quando si tocca l’architettura dello Stato, la superficialità costa cara. E ogni voto diventa un atto di responsabilità che chiede studio, ascolto, coscienza.