Calci, pugni e smartphone: quando la pedagogia del rancore diventa cattiva maestra della Gen Z
Dall'aggressione di Siderno all'allarme baby gang: un'analisi pedagogica e filosofica sul confine annullato tra realtà e gioco digitale, la ricerca della viralità e la responsabilità di una società adulta che ha smesso di educare
Quello che è accaduto sul corso principale di Siderno, dove un ragazzino di origine indiana è stato aggredito con calci, pugni e insulti da un gruppo di coetanei di età compresa tra i 12 e i 17 anni, non può e non deve essere derubricato a semplice fatto di cronaca o a una parentesi di "ragazzata". Quando la violenza esplode in pieno centro e la scena viene freddamente ripresa per essere lanciata nella rete, ci troviamo di fronte a una ferita profonda che riguarda l'intera comunità educante e sociale.
Come pedagogista e docente di filosofia, l'analisi di questa vicenda impone una sosta dolorosa ma necessaria. Non si tratta soltanto di prendere atto dell'identificazione dei responsabili da parte delle forze dell'ordine e dell'intervento della Procura per i Minorenni, ma di interrogarci sulle radici di un fenomeno che sta divagando sotto i nostri occhi anestetizzati.
La vita reale come una sessione di GTA: il confine infranto
Ciò che sconcerta maggiormente nella dinamica di Siderno è la totale sovrapposizione tra la realtà e la finzione simulata. Per molti dei nostri ragazzi, il confine tra la vita vera e l'universo dei videogiochi alla Grand Theft Auto sembra essersi sottilizzato fino a scomparire. Nel mondo virtuale, la violenza non produce dolore reale, la sofferenza non ha carne né sangue e le azioni sono prive di conseguenze irreversibili.
Quando questo paradigma si trasferisce nella strada, il corpo dell'altro cessa di essere percepito come un alter ego portatore di dignità e diventa un mero oggetto di gioco, un ostacolo da abbattere o un contenuto da fruire. La sofferenza umana viene destrutturata e trasformata in algoritmo.
Ma qualcuno ha pensato anche solo per un attimo al dolore di quel ragazzo? Le conseguenze saranno visibili ma anche no. Un trauma che lo segnerà per tutta la vita e che probabilmente inciderà sul suo divenire adulto. Ma a chi interessa che fine farà quel ragazzo? Poco più di un bambino pestato e umiliato sarà lì a guardare i suoi coetanei con terrore e chi può dargli torto. Sarà l’ennesimo caso, solo l’ennesima violenza da ignorare, tutti pronti a girarsi dall’altra parte perché “tanto non mi riguarda”. E, invece, no. Riguarda tutti oggi e l’adulto che diventerà è responsabilità nostra condivisa.
Lo spettatore complice: quando la vita umana vale meno di un click
Ancora più agghiacciante dell'aggressione stessa è il ruolo di chi era presente. Attorno al pestaggio, diversi coetanei hanno scelto di non intervenire, di non cercare aiuto, ma di sfoderare i telefoni per immortalare la scena.
In questa scelta si consuma una tragedia pedagogica senza precedenti, l'azzeramento dell'empatia. Lo smartphone funziona come uno scudo emotivo che de-responsabilizza e trasforma l'essere umano in uno spietato regista del dolore altrui. La vita di un compagno, la sua paura e la sua umiliazione vengono scambiate per qualche secondo di visibilità digitale. Il "click", il like, la viralità sono diventati la moneta di scambio con cui si misura l'esistenza, a costo di azzerare il valore della dignità umana.
L'altro come nemico: cosa abbiamo sbagliato nella trasmissione culturale?
Non possiamo nasconderci dietro un dito: il ragazzino preso di mira a Siderno era un coetaneo di origine indiana, percepito nella sua fragilità e nella sua alterità. Ci chiediamo con sgomento: a cosa sono serviti anni di progetti scolastici, giornate di sensibilizzazione, slogan sul contrasto al razzismo e al bullismo?
La verità è amara. Gli adulti hanno predicato l'inclusione nelle aule, ma hanno seminato l'odio nei linguaggi quotidiani. La società adulta ha sdoganato il disprezzo per il diverso, la paura dello straniero, la polarizzazione costante e il rifiuto della complessità. I ragazzi non hanno fatto altro che assorbire questa pedagogia implicita del rancore. Abbiamo insegnato loro che l'altro, se non ci assomiglia, è una minaccia o una preda. Se le parole della politica, dei media e delle famiglie continuano a erigere muri, non possiamo attenderci che i giovani costruiscano ponti.
In difesa della Gen Z: la colpa è dei cattivi maestri
Sarebbe fin troppo facile e ingiusto cedere al moralismo e condannare in blocco la Gen Z. Questa generazione non è geneticamente violenta o priva di valori: è una generazione smarrita, cresciuta all'ombra di un deserto educativo.
I ragazzi di oggi sono le prime vittime di una carenza strutturale di modelli significativi. Vivono in un tempo in cui la responsabilità genitoriale si è spesso trasformata in iper-protezione acritica o in un'assenza affettiva camuffata dalla consegna di dispositivi tecnologici senza guida. La Scuola, dal canto suo, viene spesso lasciata sola a gestire emergenze sociali e psicologiche immense con strumenti burocratici e risorse insufficienti.
Quando i giovani non trovano adulti capaci di porre confini chiari, di ascoltare il loro disagio e di mostrare con l'esempio cosa significhi prendersi cura dell'altro, cercano il senso di appartenenza nel gruppo o nell'affermazione brutale della forza.
Cosa abbiamo sbagliato e da dove ripartire
In punto di domanda filosofica e pedagogica, dobbiamo chiederci con coraggio: cosa abbiamo sbagliato? Abbiamo confuso l'istruzione con l'educazione emotiva. Abbiamo riempito i ragazzi di nozioni, dimenticando di educarli all'alfabetizzazione dei sentimenti, alla gestione della frustrazione e al rispetto del limite. Abbiamo delegato la presenza al digitale. Abbiamo permesso che la mediazione dello schermo sostituisca la relazione corporea e l'incontro reale. Siamo stati maestri incoerenti. Abbiamo preteso da loro un'empatia che noi adulti per primi non mostriamo verso le fragilità del mondo.
Per ricucire questo strappo occorre un’alleanza educativa autentica. La famiglia deve ritrovare il coraggio di dire dei "no" educativi e di presidiare la vita digitale dei figli. La Scuola deve tornare a essere il luogo primario della costruzione della coscienza critica ed etica e le istituzioni devono investire nella comunità e negli spazi di aggregazione giovanile.
I fatti di Siderno ci gridano che il tempo delle parole di circostanza è finito. È ora di restituire ai nostri ragazzi la bellezza della responsabilità, insegnando loro che guardare un soffrente negli occhi e tendergli la mano invece che il telefono è l'unico vero atto di coraggio che ci rende umani.