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21/10/2026 ore 17.52
Cronaca

Carceri calabresi, oltre la violenza e le contrapposizioni: il dovere delle istituzioni è di ritrovare una responsabilità condivisa

Giovanna Francesca Russo, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria, entra nel merito analizzando una situazione incandescente

di Elisa Barresi

Gli episodi di violenza, le aggressioni al personale della Polizia Penitenziaria, ultime solo in ordine cronologico quelle di Arghillá, le tensioni tra persone detenute e le situazioni di grave criticità che, negli ultimi dodici mesi, hanno interessato diversi istituti penitenziari calabresi impongono una riflessione istituzionale non più rinviabile e che non può più limitarsi alla dimensione della singola emergenza. A farla è proprio Giovanna Francesca Russo, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria, che ha deciso di entrare nel merito analizzando una situazione incandescente.

«Quanto accaduto nelle carceri della nostra regione non è rimasto privo di attenzione, di segnalazioni, di approfondimenti e di valutazioni nel corso dell’anno. Sarebbe ingeneroso, oltre che istituzionalmente scorretto, ignorare il lavoro svolto dalle diverse articolazioni dello Stato, dalle rappresentanze del personale e dagli organismi di garanzia. E tuttavia, proprio la molteplicità delle analisi e degli interventi rende oggi necessario un ulteriore salto di qualità: superare la frammentazione delle letture per costruire una visione complessiva, condivisa e scientificamente fondata delle criticità del sistema penitenziario regionale.

Ogni episodio di violenza costituisce un fatto grave, che richiede accertamenti rigorosi, risposte tempestive e una tutela effettiva delle persone coinvolte. La solidarietà verso gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria vittime di aggressioni deve essere piena, così come inderogabile deve rimanere la protezione delle persone detenute, soprattutto di quelle maggiormente vulnerabili.

Non esistono diritti contrapposti quando è in gioco la dignità umana*. La sicurezza degli operatori e la tutela delle persone private della libertà costituiscono due dimensioni inscindibili della medesima responsabilità costituzionale. Ma la reiterazione delle criticità deve indurci a interrogarci non soltanto su ciò che accade, bensì sulla capacità complessiva del sistema di comprenderne le cause, prevenirne la ripetizione e tradurre le conoscenze acquisite in interventi strutturali. Il problema non è necessariamente l’assenza di valutazioni. È la capacità di trasformare le valutazioni in una strategia realmente condivisa. Ed è su questo terreno che occorre esercitare, oggi più che mai, una riflessione franca, libera da condizionamenti e da inutili protagonismi che frenano procedure atte a garantire i diritti di tutti.

Il sistema penitenziario rappresenta uno degli ambiti più complessi e specialistici dell’organizzazione statale. Vi convivono esigenze di sicurezza, responsabilità giuridiche, competenze sanitarie, funzioni educative, fragilità sociali, dinamiche psicologiche e problematiche organizzative che non possono essere governate attraverso letture parziali o contrapposizioni tra differenti sensibilità istituzionali. In un settore ad alta complessità, il protagonismo individuale, l’autoreferenzialità e la competizione che mira a colpire chi vuole lavorare nell’interesse di tutti, per la centralità pubblica, rappresentano un lusso che le istituzioni non possono e non debbono permettersi.

Non perché debba venir meno il diritto di critica, che costituisce una componente fondamentale della vita democratica, ma perché ogni osservazione, ogni denuncia e ogni proposta dovrebbero concorrere a un obiettivo superiore: migliorare concretamente le condizioni di sicurezza, legalità e dignità all’interno degli istituti.

Occorre recuperare il valore autentico della condivisione istituzionale. Condividere non significa rinunciare alla propria autonomia, attenuare il rigore delle valutazioni o sottrarsi alle responsabilità. Significa, al contrario, riconoscere che nessuna istituzione, per quanto autorevole e qualificata, può considerarsi depositaria esclusiva delle soluzioni. L’autorevolezza non nasce dall’affermazione di una supremazia, ma dalla capacità di concorrere responsabilmente alla costruzione di risultati comuni. È necessario abbandonare una concezione della collaborazione come mera formalità e riconoscerla quale metodo permanente di governo della complessità. Le criticità che attraversano il sistema penitenziario calabrese richiedono infatti una lettura integrata, capace di distinguere le responsabilità individuali dai problemi organizzativi, le emergenze contingenti dalle vulnerabilità strutturali, le esigenze di intervento immediato dalle necessità di programmazione.

Le segnalazioni delle organizzazioni sindacali devono trovare ascolto e verifiche puntuali e come garante da anni abbiamo un rapporto franco e leale. Le amministrazioni competenti devono poter esercitare pienamente le proprie funzioni. Gli organismi di garanzia devono mantenere autonomia, indipendenza e capacità di interlocuzione critica. Le professionalità sanitarie, educative e trattamentali devono essere riconosciute come componenti essenziali della sicurezza complessiva non relegate a ruolo di comodo e soprattutto devono essere protette da pressioni non rare a queste latitudini.

Tutto questo richiede una precisa consapevolezza: la sicurezza penitenziaria non è il risultato dell’azione isolata di una singola componente, ma il prodotto di un sistema istituzionale che deve essere capace di funzionare nella sua interezza.

Come Garante regionale ritengo fondamentale che il lavoro di analisi e approfondimento sviluppato nell’ultimo anno non venga disperso in una successione di interventi occasionali, ma possa concorrere a una valutazione organica delle problematiche emerse. Appena poche ore fa ho inviato una valutazione che sappia valorizzare individuare le questioni ancora irrisolte e favorire un confronto tecnico tra le istituzioni competenti, nel pieno rispetto delle rispettive attribuzioni.

Non abbiamo bisogno di moltiplicare le sedi del confronto se queste non sono capaci di produrre conoscenza, responsabilità e risultati.

Abbiamo bisogno, piuttosto, di costruire un metodo. Un metodo fondato sull’ascolto reciproco, sulla verificabilità delle informazioni, sulla competenza specialistica, sulla capacità di prevenzione e sulla disponibilità a riconoscere il valore delle esperienze e delle professionalità altrui.

La fermezza istituzionale non coincide con la contrapposizione. L’equilibrio non rappresenta una forma di debolezza. E la collaborazione non costituisce una concessione, ma un preciso dovere di responsabilità pubblica. La funzione di garanzia che esercito non intende sostituirsi alle competenze delle amministrazioni, né alimentare sterili contrapposizioni. Intende piuttosto concorrere, con autonomia e determinazione, alla costruzione di una cultura istituzionale nella quale la tutela dei diritti fondamentali e la sicurezza siano riconosciute come espressioni complementari della legalità costituzionale.

È anche per questa ragione che ritengo necessario proseguire e rafforzare le occasioni di confronto con le amministrazioni competenti e con i Garanti territoriali, affinché le diverse esperienze e conoscenze possano convergere in un percorso di approfondimento serio, rispettoso e concretamente orientato alle soluzioni.

La complessità del carcere richiede competenze, non improvvisazioni; responsabilità, capacità di governo delle politiche complesse, non competizioni comunicative. Vi è, soprattutto, una questione di etica istituzionale che non può essere elusa. Le vicende che hanno interessato le carceri calabresi nell’ultimo anno devono allora rappresentare non soltanto un richiamo alla necessità di intervenire sulle criticità, ma anche un’occasione per ripensare il modo in cui le istituzioni dialogano, collaborano e costruiscono le proprie decisioni. La legalità non può essere affidata alla sola reazione all’emergenza o al coraggio di pochi salvo poi isolarli. Deve essere sostenuta da una cultura comune della prevenzione, da un’organizzazione efficiente e da una responsabilità collettiva capace di riconoscere, prima ancora delle conseguenze, le condizioni che possono favorire il manifestarsi delle criticità.

La Calabria penitenziaria ha bisogno di questa maturità.

È tempo di superare la cultura delle contrapposizioni e dei protagonismi, per restituire centralità alla competenza, al metodo e alla leale collaborazione istituzionale nel merito delle cose.

Non si tratta di rinunciare alla fermezza, ma di conferirle il suo significato più alto. E soprattutto non si tratta di stabilire chi abbia avuto ragione, ma di comprendere se, insieme, siamo stati capaci di dare risposte adeguate.

Perché quando sono in gioco la sicurezza, la dignità e la vita delle persone, il successo di una singola istituzione non può mai sostituire il dovere dello Stato di funzionare nella sua interezza».