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28/03/2026 ore 15.20
Cronaca

Contesto criminale pericoloso e agguerrito, Ciccarelli (Pef): «Armi balcaniche su mercati occulti anche per azioni eversive e terroristiche»

Il comandante provinciale Agostino Tortora: «Un arsenale impressionante a Gioia Tauro dove passano miliardi di euro di cocaina». La sostituta procuratrice Lucia Spirito: «Un quantitativo sproporzionato rispetto al fabbisogno criminale di tre persone che evidentemente detenevano le armi per conto della cosca Molè»

di Anna Foti

Le fiamme gialle di Reggio Calabria, con il supporto del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata (Scico), hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare nei confronti di tre soggetti - due in carcere e uno ai domiciliari - indagati per illecita detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni, armi clandestine, e ricettazione, in taluni casi, aggravate dal metodo mafioso.

Lo sviluppo di comunicazioni cifrate, e in particolare di alcune foto contenute nelle chat, ha inizialmente consentito la localizzazione nelle campagne di Gioia Tauro, di un ingente arsenale sequestrato dai carabinieri nel 2025. Le indagini hanno poi avuto un seguito con altri sequestri più recenti nelle campagne di Gioia Tauro ad opera della guardia di finanza, avente ad oggetto armi occultate all'interno dei bidoni interrati in un appezzamento nella disponibilità di una delle persone arrestate. Le fiamme gialle si sono avvalse della collaborazione del reparto investigazione scientifiche (Ris) di Messina per l’individuazione dei tre soggetti che gestivano lo stesso arsenale. Convergendo su uno degli indagati, diversi riscontri circa il suo saldo inserimento nella cosca Molè di Gioia Tauro, è stata anche contestata l’aggravante del metodo mafioso.

Si tratta di molte armi ad elevata offensività, pertanto destinate ad attività altamente pericoloso in un contesto evidentemente criminale molto attivo e agguerrito. Il dato è stato, con più declinazioni, evidenziato dal comandante provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria, colonnello Agostino Tortora, dalla sostituta procuratrice presso il tribunale di Reggio Calabria, Lucia Spirito, dal comandante del nucleo Pef Guardia Finanza Reggio Calabria, Vincenzo Ciccarelli, e dal procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli che ha aperto la conferenza stampa presso il Comando Provinciale della Guardia di finanza.

Il comandante provinciale, Tortora: «In cinque anni sequestrate oltre 50 tonnellate di cocaina per un valore di oltre 8 miliardi di euro»

«L'operazione di oggi – ha spiegato il comandante provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria, colonnello Agostino Tortora - si collega ad altre due operazioni della guardia di finanza eseguite a fine gennaio nell'ambito delle quali abbiamo rinvenuto altre armi dello stesso arsenale. Complessivamente trattasi di 77 armi. Quasi la metà sono armi da guerra: bombe a mano, tritolo, plastico addirittura con un sistema radiocomandato. È impressionante questa disponibilità di armi nella piana di Gioia Tauro. Come giustamente ha evidenziato il gip nell'ordinanza, è ragionevole ritenere che sia riconducibile ad una struttura organizzata di matrice criminale. Tale disponibilità si traduce naturalmente in una riserva che rafforza la potenza militare criminale sul territorio ed incrementa notevolmente la potenziale espressione di violenza armata, sulla quale si basa la forza intimidatrice che consente a queste organizzazioni criminali di controllare il contesto.

La piana di Gioia Tauro è territorio dove passano miliardi di euro di cocaina. La guardia di finanza negli ultimi cinque anni a Gioia Tauro ha sequestrato oltre 50 tonnellate di cocaina per un valore di mercato di oltre 8 miliardi di euro. Dunque una vera e propria mini finanziaria. Da sottolineare anche il collaudato e vincente modello investigativo di interforze, che ha trovato espressione anche in questa indagine e che definirei paradigmatico: la Guardia di finanza approfondisce le chat criptate, i carabinieri di Gioia Tauro riscontrano la detenzione e la custodia paraprofessionale delle armi, la polizia di Stato ci dà risultanze delle intercettazioni ambientali, l'autorità giudiziaria riesce a raccogliere univoche dichiarazioni dei collaboratori di giustizia», ha spiegato il comandante provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria, colonnello Agostino Tortora.

Comandante nucleo Pef, Ciccarelli: «Mitragliette Uzi e Scorpion e un plastico radiocomandato in grado di far saltare due autovetture con uccidendo tutti i passeggeri»

Evidenzia un modello virtuoso anche di dimensione internazionale il comandante del nucleo Pef Guardia Finanza Reggio Calabria, Vincenzo Ciccarelli: «Le chat e i sistemi criptati per noi sono una miniera da esplorare, piene di informazioni e notizie di reato. Sono fondamentali nella lotta al narcotraffico internazionale e alla ‘ndrangheta. Noi otteniamo queste chat grazie alla cooperazione internazionale e al sistema europeo di polizia gestito a livello centrale da Europol e al quale afferiscono anche materiale di indagine di altre forze di polizie, come per esempio quelle francesi, belghe e olandesi.

Un attivo mercato di armi emerge in modo particolarmente allarmante dalle indagini. Dalle ricostruzioni investigative risulta che esse sono scambiate, compravendute, comunque messe a disposizione in mercati occulti che sono estremamente pericolosi. Possono alimentare le forme di criminalità organizzata che conosciamo ma anche altre forme eversive e terroristiche, estremamente pericolose anche per l'ordine pubblico.

Un elemento che va messo ovviamente in relazione con i precedenti sequestri eseguiti dalla Guardia di finanza nella stessa piana di Gioia Tauro, dove abbiamo individuato questo stoccaggio di armi di ogni tipo. Dall'esame di queste armi si evince la provenienza balcanica, dunque armi utilizzate nella guerra della ex Jugoslavia e questo ci fa pensare a un sistema criminale integrato che vede le organizzazioni criminali locali interloquire ed avere rapporti direttamente con organizzazioni criminali balcaniche o dell'est Europa, non più solo con quelle dell’America Latina, da dove proviene la cocaina che è il principale business della ndrangheta.

Un arsenale la cui pericolosità sociale che non va sottovalutata. Di queste armi, solo per fare qualche esempio, c’era un plastico radiocomandato in grado di far saltare due autovetture con uccidendo tutti i passeggeri. Abbiamo trovato mitragliette Uzi israeliane e, nel precedente sequestro, due mitragliette Scorpion, utilizzate dalle brigate rosse per tutto il periodo del terrorismo, perché particolarmente agevoli per un’azione criminale rapida, veloce. Per intenderci sono quelle con cui furono uccisi nel 1978 il presidente Aldo Moro e prima ancora la sua scorta.

Dunque parliamo di contesti criminali agguerriti e pericolosi. Attraverso queste armi, le organizzazioni criminali affermano il dominio sul territorio. Le fanno conoscere in modo che gli altri clan siano a conoscenza del potere esercitato da quella cosca. Con queste armi si difende il business principale degli stupefacenti, che permette di acquisire la maggior parte delle risorse finanziarie disposizione della criminalità», ha sottolineato ancora il comandante del nucleo Pef Guardia Finanza Reggio Calabria, Vincenzo Ciccarelli.

La sostituta procuratrice Lucia Spirito: «Armi per esercitare potere e controllo sul territorio e presidio difensivo in caso di faide»

Un’alta offensività e una quantità che certamente non possono fare capo solo a tre soggetti.

«L’attività d'indagine composita – ha spiegato la sostituta procuratrice presso il tribunale di Reggio Calabria, Lucia Spirito - è giunta alla conclusione che l'elevatissimo numero di armi rinvenute, la loro varietà così come la spiccata capacità offensiva, siano del tutto sproporzionate rispetto al fabbisogno criminale di un gruppo di sole tre persone, benché operanti ed inserite in un contesto criminale. Questo dato, unitamente al legame di uno dei tre arrestati alla cosca di ‘ndrangheta dei Molè operante proprio sul territorio di Gioia Tauro, ci ha portato a concludere che le armi non fossero di proprietà dei tre arrestati ma che fossero detenute nell'interesse e per conto di quella cosca di ‘ndrangheta. Questa, come tutte le altre organizzazioni criminali di stampo mafioso, ha fatto della violenza armata, della riserva di armi e della forza dell'intimidazione, le sue caratteristiche operative e funzionali avvalendosi anche di canali illeciti e ovviamente occulti e di una rete di soggetti disponibili ad assecondare le esigenze, come in questo caso quella di occultare e custodire armi così pericolose e numerose. Le armi non sono solo necessarie per affermare la propria forza e il proprio controllo sul territorio ma anche per sostenere un presidio difensivo imprescindibile in caso di attacchi e faide. Per questo abbiamo contestato anche l'aggravante della agevolazione mafiosa nei confronti della cosca Molè.

L'esame degli involucri delle armi ha consentito, infine, di rilevare impronte papillari e palmari riferibili ai tre indagati che in questa operazione sono stati tratti in arresto. Per quanto riguarda l'utilizzo delle armi, erano stati delegati degli appositi accertamenti al Ris dei carabinieri di Messina che, pur avendo evidenziato la perfetta funzionalità delle stesse, non ha rilevato alcun elemento utile circa l’utilizzo delle armi in episodi intimidatori e violenti al centro di altre indagini», ha concluso la sostituta procuratrice presso il tribunale di Reggio Calabria, Lucia Spirito.