Droga e mafie nelle carceri, la sfida della Garante Russo: «Lo Stato non può custodire le persone e lasciare che altri esercitino il potere su di loro»
Dalle operazioni antidroga negli istituti calabresi alla costruzione di un nuovo modello di legalità e welfare penitenziari. La Garante rilancia una visione istituzionale che unisce sicurezza, dignità umana e contrasto alla criminalità organizzata. «La Costituzione non si arresta davanti alle porte di un carcere»
C'è una questione che attraversa silenziosamente il sistema penitenziario italiano e che, in Calabria, assume un significato ancora più profondo: quanto è realmente garantita la legalità nei luoghi in cui lo Stato esercita il massimo potere sulla libertà delle persone?
Le ripetute operazioni della Polizia penitenziaria, i sequestri di stupefacenti e telefoni cellulari, le indagini sui possibili collegamenti tra ambienti criminali interni ed esterni agli istituti pongono interrogativi che non possono esaurirsi nella cronaca giudiziaria.
L'ultima operazione, condotta il 10 ottobre nella Casa circondariale di Cosenza, ha nuovamente portato all'attenzione pubblica il problema della penetrazione di sostanze e strumenti di comunicazione illeciti negli ambienti detentivi.
In questo scenario emerge una posizione istituzionale che intende superare la tradizionale contrapposizione tra sicurezza e diritti. È quella dell'avvocato Giovanna Francesca Russo, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria e Coordinatrice del Forum dei Garanti regionali, impegnata nella costruzione di un modello di legalità penitenziaria fondato su un principio preciso: la protezione della dignità umana rappresenta anche uno strumento di prevenzione delle ingerenze criminali.
Una visione che introduce nel dibattito pubblico una prospettiva di particolare interesse: l'antimafia penitenziaria come responsabilità costituzionale, istituzionale e scientifica, nella quale la fermezza contro il crimine non può essere separata dalla protezione delle persone più vulnerabili e dalla sicurezza di chi serve lo Stato. «Il carcere non può diventare una zona franca della legalità»
Garante Russo, la Calabria registra ripetuti episodi di ritrovamento di droga e telefoni cellulari nelle carceri. Che cosa la preoccupa maggiormente?
«Mi preoccupa ciò che questi episodi possono rappresentare oltre il loro immediato significato criminale. Ogni quantitativo di droga sequestrato, ogni dispositivo di comunicazione introdotto illegalmente, ogni possibile circuito di condizionamento impone una domanda che le istituzioni non possono eludere: quali vulnerabilità del sistema consentono che determinati fenomeni possano manifestarsi e ripetersi?
Le operazioni della Polizia penitenziaria meritano il più convinto apprezzamento. Sono testimonianza concreta di professionalità, capacità operativa e senso dello Stato. Ma la repressione, per quanto indispensabile, interviene quando un rischio si è già manifestato.
La nostra responsabilità istituzionale è costruire anche le condizioni perché quel rischio venga prevenuto. Non possiamo accettare che il carcere, luogo nel quale lo Stato esercita legittimamente il potere di limitare la libertà personale, possa diventare terreno di influenza di poteri illegali.
La questione è ancora più profonda: quando la criminalità riesce a insinuarsi nei luoghi della custodia pubblica, non minaccia soltanto la sicurezza. Tenta di compromettere la credibilità della stessa autorità dello Stato. Ed è questo che dobbiamo impedire con assoluta determinazione».
Lei utilizza un'espressione particolarmente impegnativa: antimafia penitenziaria. Non teme che possa apparire una definizione eccessiva?
«Temerei maggiormente il rischio di non riconoscere la complessità del fenomeno. L'antimafia penitenziaria non nasce dall'esigenza di introdurre una nuova espressione nel linguaggio pubblico. Nasce da una riflessione giuridica, etica e istituzionale alla quale lavoro da anni. Naturalmente non ogni episodio di illegalità all'interno di un carcere presenta una matrice mafiosa. Sarebbe scientificamente scorretto affermarlo e istituzionalmente irresponsabile alimentare generalizzazioni.
Tuttavia, la criminalità organizzata non esercita il proprio potere esclusivamente attraverso la violenza. Può esercitarlo mediante la creazione di dipendenze, l'imposizione del silenzio, il controllo delle relazioni, la distribuzione di favori e la costruzione di gerarchie parallele. Se queste dinamiche trovassero spazio all'interno degli istituti, la privazione della libertà stabilita dalla legge rischierebbe di essere accompagnata da una seconda forma di assoggettamento, questa volta illegittima.
La persona detenuta può essere privata della libertà nei limiti della legge. Non può essere privata della protezione dello Stato. L'antimafia penitenziaria significa esattamente questo: impedire che qualcuno possa sostituire alla sovranità della Repubblica il potere della paura, del ricatto o della sopraffazione. È una nuova frontiera della legalità costituzionale, non una contrapposizione ideologica». «La droga può diventare uno strumento di dominio sulle persone più fragili»
Ma qual è il legame tra il traffico di sostanze stupefacenti nelle carceri e la tutela dei diritti umani?
«È un legame molto più stretto di quanto si possa immaginare. La droga all'interno di un istituto penitenziario non rappresenta soltanto una violazione delle regole. Può diventare uno strumento attraverso il quale si sviluppano dipendenze, debiti, intimidazioni, ricatti e forme di subordinazione.
Dobbiamo avere la capacità di osservare il fenomeno nella sua complessità, distinguendo le responsabilità criminali dalle condizioni di vulnerabilità delle persone. Vi sono soggetti che, per fragilità psicologiche, condizioni sanitarie, dipendenze patologiche o isolamento, possono essere maggiormente esposti a condizionamenti. La protezione di queste persone costituisce una responsabilità primaria delle istituzioni. Non possiamo immaginare un contrasto realmente efficace alla droga senza affrontarne contemporaneamente le dimensioni sanitarie, sociali, criminologiche e organizzative. L'articolo 32 della Costituzione non perde efficacia quando una persona entra in carcere.
Contrastare la droga significa colpire i circuiti illeciti, ma significa anche impedire che la fragilità di un essere umano diventi una risorsa economica o uno strumento di potere criminale. È su questa distinzione che si misura la maturità di uno Stato di diritto».
Qualcuno potrebbe obiettare che questa impostazione rischia di privilegiare le garanzie dei detenuti rispetto alla sicurezza. Che cosa risponde?
«Rispondo che questa contrapposizione non ha alcun fondamento nella nostra concezione costituzionale. Sicurezza e diritti non sono due interessi antagonisti. Sono componenti di una medesima responsabilità pubblica. La sicurezza protegge le persone dalla violenza e dalle sopraffazioni. Le garanzie costituzionali impediscono che l'esercizio del potere diventi arbitrario.
L'articolo 27 della Costituzione impone che la pena rispetti il senso di umanità e persegua la finalità rieducativa. L'articolo 3 richiama l'uguaglianza e la dignità della persona. L'articolo 32 tutela il diritto fondamentale alla salute. Questi principi convivono con il dovere dello Stato di prevenire e reprimere i reati, contrastare le organizzazioni mafiose e assicurare l'ordine negli istituti.
Chi immagina di difendere i diritti indebolendo la sicurezza sbaglia prospettiva. Ma sbaglia altrettanto chi pensa che la sicurezza possa essere raggiunta attraverso l'indebolimento delle garanzie. La sicurezza senza legalità rischia di trasformarsi in esercizio del potere. La tutela dei diritti senza sicurezza rischia di rimanere una dichiarazione priva di effettività. La nostra funzione è impedire entrambe queste distorsioni». «La Polizia penitenziaria non deve essere lasciata sola»
Le operazioni condotte negli istituti calabresi mettono in evidenza un ruolo sempre più delicato della Polizia penitenziaria. Qual è il suo giudizio?
«Il mio è un giudizio di profondo rispetto istituzionale. La Polizia penitenziaria rappresenta uno dei presìdi più importanti della legalità repubblicana, spesso chiamato a operare in condizioni di straordinaria complessità. Non possiamo limitarci ad apprezzarne l'operato quando vengono sequestrate sostanze stupefacenti o impedite introduzioni illecite.
Dobbiamo riconoscerne quotidianamente il valore, assicurando organici adeguati, formazione specialistica, strumenti efficaci, condizioni professionali dignitose e protezione rispetto a ogni tentativo di intimidazione o condizionamento. È necessario distinguere sempre eventuali responsabilità individuali, da accertare nelle sedi competenti, dall'integrità e dal valore di un Corpo che serve lo Stato. La Polizia penitenziaria non svolge soltanto funzioni di vigilanza. Concorre alla costruzione delle condizioni nelle quali la pena deve essere eseguita legalmente e in sicurezza.
Proteggere chi custodisce e tutelare chi è custodito non sono obiettivi alternativi. Sono due responsabilità che devono rafforzarsi reciprocamente. Un'Amministrazione forte, operatori adeguatamente sostenuti e persone detenute protette dalle sopraffazioni rappresentano elementi essenziali dello stesso sistema di legalità». «La garanzia non può esaurirsi nelle dichiarazioni pubbliche»
Garante, lei sembra voler attribuire alla sua funzione un ruolo più avanzato rispetto alla tradizionale attività di segnalazione delle criticità. Dove vuole arrivare?
«Vorrei contribuire a consolidare una concezione della garanzia capace di produrre effetti concreti e verificabili. Il Garante non è un'autorità investigativa, non sostituisce la magistratura e non assume le competenze dell'Amministrazione penitenziaria. La sua indipendenza e la sua autorevolezza risiedono proprio nella capacità di esercitare pienamente le attribuzioni che l'ordinamento gli riconosce, senza invasioni di campo e senza arretramenti.
Ritengo però che la tutela dei diritti non possa ridursi alla denuncia pubblica delle difficoltà. Una criticità deve diventare oggetto di un atto istituzionale, di un'interlocuzione formalizzata, di una richiesta motivata, di una verifica successiva. È necessario costruire percorsi amministrativi riconoscibili, attraverso i quali ciascuna autorità possa assumere, nella propria autonomia, le responsabilità che le competono.
La differenza tra una tutela proclamata e una tutela effettiva sta nella capacità di trasformare un problema conosciuto in una responsabilità formalmente assunta e in una soluzione concretamente verificabile. Questa è la direzione del lavoro che stiamo cercando di sviluppare in Calabria. Non mi interessa una funzione di garanzia che viva soltanto nella rappresentazione delle emergenze. Mi interessa una funzione di garanzia capace di concorrere, con rigore scientifico e responsabilità istituzionale, a prevenirle».
Dunque, anche sulla droga nelle carceri la Garante intende assumere iniziative formali?
«Certamente. Ho già rappresentato pubblicamente la necessità di una riflessione istituzionale congiunta e ho annunciato la trasmissione di una relazione alle Autorità competenti. L'obiettivo non è sovrapporsi alle attività investigative, che appartengono esclusivamente agli organi preposti, ma proporre una lettura complessiva delle criticità emerse.
Occorre esaminare il fenomeno attraverso una metodologia interdisciplinare, capace di considerare i profili di sicurezza, le vulnerabilità delle persone, le ricadute sanitarie e le condizioni organizzative degli istituti. Non possiamo limitarci a contare i sequestri. Dobbiamo comprendere quali strumenti di prevenzione possano essere migliorati, quali percorsi di tutela debbano essere rafforzati e come rendere più efficace il coordinamento tra le istituzioni. Desidero sottolineare un punto: la conoscenza scientifica dei fenomeni è una forma di responsabilità pubblica.
Le istituzioni devono poter decidere sulla base di elementi verificabili, non sulla sola pressione emotiva determinata dall'ultima notizia di cronaca. La sicurezza richiede competenza, metodo e continuità. Anche la tutela dei diritti». «Serve un patto istituzionale contro ogni ingerenza criminale»
Qual è allora la proposta concreta che intende rivolgere alle istituzioni calabresi?
«Ritengo necessario promuovere un Tavolo istituzionale permanente per la legalità e l'antimafia penitenziaria, nel pieno rispetto delle competenze e dell'autonomia di ciascun soggetto coinvolto. Penso a una collaborazione strutturata con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il Provveditorato regionale, le Prefetture, le Forze dell'ordine, la magistratura nelle sue autonome funzioni, le istituzioni sanitarie, gli enti territoriali e gli organismi di garanzia.
Non un tavolo destinato a produrre l'ennesima fotografia delle criticità. Abbiamo bisogno di una sede nella quale individuare fattori di rischio, obiettivi concreti, procedure amministrative, responsabilità, tempi e strumenti di verifica. La prevenzione dei traffici illeciti, la protezione delle persone vulnerabili, l'assistenza sanitaria, la formazione del personale e la qualità dei percorsi trattamentali devono essere affrontate nell'ambito di una visione organica.
Una delle riflessioni alle quali stiamo lavorando riguarda anche la possibilità di sviluppare strumenti culturali e operativi condivisi, fino alla definizione di una Carta dell'antimafia penitenziaria. La Calabria potrebbe offrire un contributo nazionale importante. La lotta alla criminalità organizzata non si misura soltanto attraverso ciò che lo Stato riesce a reprimere. Si misura anche attraverso ciò che riesce a prevenire, le persone che riesce a proteggere e le condizioni di legalità che riesce a ricostruire. È questa la dimensione istituzionale che vorrei contribuire ad affermare». «La Calabria può diventare un laboratorio nazionale della legalità penitenziaria»
Lei sostiene che la Calabria, nonostante le sue difficoltà, possa addirittura diventare un punto di riferimento. Non è una visione troppo ambiziosa?
«Sarebbe ambiziosa se pretendessimo di affermarla attraverso le parole, senza costruire strumenti e risultati.
La Calabria conosce profondamente le conseguenze sociali, economiche e culturali della criminalità organizzata. Ma proprio questa consapevolezza può trasformarsi in capacità di elaborazione istituzionale. Non dobbiamo accettare che la nostra regione venga rappresentata soltanto attraverso le sue emergenze. Occorre costruire modelli avanzati di prevenzione, tutela della salute, reinserimento sociale e lavorativo, coordinamento delle politiche penitenziarie.
Penso al necessario riordino della sanità penitenziaria calabrese, alle iniziative per il reinserimento lavorativo, alla proposta di un protocollo regionale sul lavoro e al Coordinamento dei poli penitenziari regionali. Sono ambiti sui quali abbiamo sviluppato riflessioni e proposte, nella consapevolezza che il cambiamento richiede responsabilità condivise e decisioni amministrative conseguenti. Il lavoro scientifico che stiamo elaborando vuole contribuire a superare la frammentarietà degli interventi, collegando sicurezza, salute, istruzione, formazione e reinserimento. La Calabria non deve limitarsi a chiedere di uscire dall'emergenza. Deve provare a indicare un metodo per farlo. L'innovazione istituzionale comincia quando si smette di amministrare soltanto le conseguenze dei problemi e si inizia a costruire le condizioni per prevenirli.» «La lotta alle mafie è anche una questione di libertà umana»
C'è un aspetto particolarmente interessante nella sua riflessione: lei sembra attribuire alla tutela della dignità delle persone detenute un significato propriamente antimafia. Perché?
«Perché le mafie esercitano il loro potere soprattutto quando riescono a sostituire la libertà con la dipendenza e il diritto con il favore. Non possiamo contrastare efficacemente una cultura fondata sulla subordinazione senza rafforzare, contemporaneamente, una cultura fondata sull'autonomia, sulla responsabilità e sulla dignità della persona. La funzione rieducativa della pena assume, in questa prospettiva, una rilevanza straordinaria. Una persona che può accedere a cure adeguate, a percorsi di istruzione, alla formazione, al lavoro e a opportunità concrete di reinserimento dispone di maggiori strumenti per sottrarsi ai condizionamenti criminali. Questo non significa ignorare la responsabilità penale, né attenuare la necessaria fermezza nei confronti delle organizzazioni mafiose. Significa riconoscere che la legalità democratica deve saper offrire un'alternativa credibile ai sistemi di dominio criminale.
Non possiamo insegnare il rispetto della legge in luoghi nei quali la legge non venga percepita come uguale per tutti. Non possiamo chiedere fiducia nello Stato senza rendere lo Stato meritevole di quella fiducia. La prima forma di educazione alla legalità è la legalità concretamente praticata dalle istituzioni. Ecco perché la dignità umana non rappresenta un ostacolo alla lotta contro le mafie. Ne rappresenta uno dei presupposti etici più profondi». «Non cerchiamo primati. Vogliamo che le istituzioni lascino risultati»
In questa impostazione la funzione della Garante regionale sembra assumere un carattere innovativo, quasi di avanguardia nella tutela dei diritti. È una definizione nella quale si riconosce?
«Non considero l'avanguardia un riconoscimento da rivendicare, ma una responsabilità da dimostrare. Credo che le Autorità di garanzia debbano avere il coraggio di interrogarsi anche sui limiti dei modelli tradizionali di intervento. Difendere i diritti fondamentali richiede indipendenza, conoscenza dell'ordinamento, capacità di interlocuzione e, soprattutto, continuità nell'azione istituzionale. Ma richiede anche la disponibilità a confrontarsi con fenomeni complessi, senza rinchiudersi in rappresentazioni parziali della realtà.
La sicurezza, la lotta alla criminalità organizzata, la salute, le condizioni di lavoro degli operatori e la dignità delle persone detenute non possono essere considerate questioni appartenenti a mondi separati. Naturalmente ciascuna autorità opera nell'ambito delle proprie competenze.
Il compito del Garante è contribuire a mantenere questi profili all'interno di una coerente visione costituzionale. L'autorevolezza istituzionale non nasce dalla forza delle dichiarazioni, ma dalla qualità degli atti, dalla credibilità delle proposte e dalla capacità di promuovere soluzioni. Non cerchiamo primati. Cerchiamo di costruire un metodo nel quale i diritti non siano affidati alla sensibilità del momento, ma a responsabilità precise, atti verificabili e garanzie effettive. Se questo percorso potrà contribuire a un'evoluzione della cultura penitenziaria, sarà un risultato importante non per un singolo Ufficio, ma per l'intero sistema istituzionale». «Lo Stato non può arretrare. Mai. Né davanti alla criminalità, né davanti alla sofferenza umana»
Garante Russo, un'ultima domanda. Qual è il messaggio che vuole consegnare alla politica, alle istituzioni e alla società calabrese?
«Vorrei richiamare tutti a una responsabilità che considero non soltanto istituzionale, ma profondamente etica. La lotta alla criminalità organizzata non può essere una dichiarazione occasionale. Deve rappresentare un impegno permanente e condiviso. Non possono esistere ambiguità, compiacenze o arretramenti davanti ai tentativi di infiltrazione e condizionamento criminale.
Allo stesso modo, non possono esistere indifferenza o rassegnazione davanti alla violazione dei diritti fondamentali di una persona. Uno Stato autorevole deve saper essere fermissimo contro il crimine e altrettanto rigoroso nel rispetto della dignità umana. La forza delle istituzioni democratiche non risiede soltanto nella capacità di esercitare legittimamente il potere. Risiede nella capacità di esercitarlo senza tradire i principi sui quali quel potere si fonda. Non dobbiamo dimenticare che il carcere è uno dei luoghi nei quali la credibilità della Repubblica viene sottoposta alla prova più difficile.
Lo Stato non può pretendere il rispetto della legalità e poi tollerare che nei luoghi affidati alla sua responsabilità possano consolidarsi poteri estranei alla legge. Ma non può nemmeno rispondere all'illegalità dimenticando che ogni essere umano conserva una dignità inviolabile. È necessario allora un patto di responsabilità collettiva: istituzioni, magistratura, Amministrazione penitenziaria, Forze dell'ordine, professionisti, comunità scientifica e società civile.
Un patto capace di isolare ogni ingerenza criminale, proteggere gli operatori, tutelare le persone più fragili e restituire alla pena la sua autentica funzione costituzionale. L'antimafia più alta non è soltanto quella che sottrae potere alle organizzazioni criminali. È anche quella che impedisce al potere criminale di appropriarsi della libertà, della dignità e della speranza delle persone. Questa è la legalità nella quale credo. E questa è una responsabilità dalla quale le istituzioni non possono arretrare».