«Essere forti significa saper dire basta anche davanti al gruppo», la Garante Russo indica la prevenzione e avverte: «si deve arrivare prima del reato»
Di fronte ai recenti ed efferati fatti di cronaca registrati a Siderno e alle drammatiche aggressioni avvenute a Reggio Calabria torna centrale il tema della devianza minorile proponendo una strategia basata su prevenzione, adulti autorevoli e giustizia riparativa
I recenti fatti di cronaca che hanno visto protagonisti gruppi di giovanissimi a Siderno, uniti alle inquietanti notizie sulle aggressioni e sopraffazioni registrate a Reggio Calabria, ripropongono con urgenza la necessità di comprendere le radici del disagio minorile e la risposta delle istituzioni. In questo contesto si inserisce l'intervista rilasciata dalla Garante regionale delle persone private della libertà personale Giovanna Francesca Russo, dalla quale è emersa una necessità su tutte: «Lo Stato deve arrivare prima del reato».
Garante Russo, i recenti episodi di violenza giovanile in Calabria devono essere letti come un'emergenza? «Più che di emergenza parlerei di un segnale profondo. Quando un adolescente aggredisce, altri assistono, qualcuno filma e qualcuno diffonde le immagini, non siamo più soltanto davanti a una responsabilità individuale: siamo davanti a una fragilità della comunità educativa. Lo Stato deve certamente intervenire sul reato, ma una Repubblica lungimirante deve soprattutto chiedersi che cosa non abbia saputo vedere prima. La vera sfida è arrivare prima del reato».
Recentemente a Cucullaro alcuni ragazzi provenienti dai circuiti della giustizia minorile e dalle comunità hanno vissuto insieme un'esperienza educativa fondata sulla legalità e sulla responsabilità. Lei assieme ad altre istituzioni c’era. È questa la strada da seguire? «Cucullaro ci consegna un messaggio importante: nessun ragazzo autore di reato può essere lasciato solo davanti alla scelta del proprio futuro. La giustizia deve accertare le responsabilità e lo Stato deve essere autorevole, ma dopo il reato deve esistere una comunità capace di accompagnare quel giovane verso una scelta diversa. Servono magistratura minorile, USSM, famiglie, scuola, comunità educative, servizi sociali, terzo settore, sport e istituzioni capaci di lavorare insieme. A un ragazzo non basta dire da quale parte non deve stare. Dobbiamo rendergli concretamente possibile scegliere da che parte stare. È questo il valore della rete istituzionale: trasformare la seconda possibilità da principio astratto in un percorso reale di vita».
Si parla molto di “baby gang”. È una definizione corretta? «Va utilizzata con prudenza. Non tutti i gruppi di adolescenti coinvolti in episodi violenti hanno una struttura criminale organizzata. Spesso entrano in gioco emulazione, bisogno di appartenenza, ricerca di riconoscimento e incapacità di gestire il conflitto. Questo non significa minimizzare. Significa evitare di trasformare una generazione intera in una categoria criminale. I nostri ragazzi non sono una generazione perduta. Sono una generazione che ha bisogno di adulti autorevoli».
Che cosa significa, oggi, essere adulti autorevoli? «Significa recuperare il senso della responsabilità senza rinunciare alla gentilezza dell’agire. Responsabilità dei giovani per ciò che fanno, ma anche responsabilità degli adulti per ciò che insegnano, tollerano e mostrano attraverso il proprio comportamento. Non possiamo chiedere ai ragazzi rispetto, misura e capacità di dialogo se il mondo degli adulti propone ogni giorno linguaggi fondati sull'insulto, sulla delegittimazione e sulla sopraffazione. Ogni adulto che incontra un minore esercita una funzione educativa».
Quanto pesa il ruolo dei social e degli smartphone? «Moltissimo. Quando davanti alla sofferenza di una persona si sceglie di estrarre il telefono anziché chiedere aiuto, accade qualcosa di molto grave: la vittima rischia di diventare contenuto. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che la tecnologia non cancella la responsabilità, la amplifica. Serve educazione digitale, ma prima ancora serve educazione alla dignità dell'altro».
Famiglia e scuola possono ancora incidere realmente? «Devono farlo insieme. La famiglia deve recuperare anche il valore del limite. Dire “no”, quando necessario, non significa negare libertà: significa educare alla responsabilità. La scuola, a sua volta, non può essere considerata soltanto il luogo dell'istruzione. È una delle più importanti istituzioni democratiche del Paese e spesso è il primo luogo nel quale possono emergere disagio, isolamento, aggressività o dispersione. Per questo serve una rete permanente tra famiglia, scuola, servizi sociali e sanitari, magistratura minorile, forze dell'ordine, sport e terzo settore».
Di fronte a fatti gravi molti chiedono pene più severe. Cosa risponde? «La risposta dello Stato deve essere certa e autorevole. Chi sbaglia deve comprendere che ogni comportamento produce conseguenze. Ma la giustizia minorile non può assolutamente essere ridotta alla sola dimensione punitiva. Un ragazzo che commette un reato deve essere responsabilizzato, ma deve anche avere la possibilità concreta di cambiare. È questa la forza del nostro modello di giustizia minorile: unire fermezza, educazione, messa alla prova, percorsi di recupero e, quando possibile, giustizia riparativa. Punire il reato di ieri è imprescindibile. Impedire il reato di domani è la vera sicurezza».
Parlare del recupero dell'autore non rischia di mettere in secondo piano la vittima? «Assolutamente no. La vittima deve restare al centro. Chi subisce violenza ha diritto ad essere protetto, ascoltato e accompagnato anche dopo il fatto. Non basta identificare gli autori. La giustizia riparativa, quando ne ricorrano le condizioni e con piena tutela della persona offesa, può avere una grande forza educativa proprio perché costringe chi ha fatto del male a confrontarsi con le conseguenze reali delle proprie azioni. La giustizia deve restituire un volto all'altro».
Quale dovrebbe essere la risposta della Calabria? «Serve un vero Patto regionale per la prevenzione della devianza minorile e della violenza giovanile. Non un tavolo convocato dopo ogni episodio di cronaca, ma una struttura permanente capace di intercettare precocemente i segnali di disagio. Servono educazione digitale, sostegno alla genitorialità, psicologi, educatori, sport, contrasto alla dispersione scolastica, percorsi di mediazione e giustizia riparativa. La prevenzione deve smettere di essere una parola e diventare una politica pubblica concreta e misurabile».
Quale messaggio vuole rivolgere ai ragazzi? «Vorrei dire loro di non confondere mai la forza con la paura che si riesce a incutere. Essere forti significa saper dire “basta” quando tutti gli altri seguono il gruppo. Significa non ridere davanti alla sofferenza. Significa mettere via il telefono e chiedere aiuto. A volte la differenza tra essere spettatori ed essere cittadini sta tutta in un gesto».
E alle istituzioni? «Direi una cosa semplice: non arriviamo sempre dopo. Non possiamo trovare risorse soltanto quando il disagio è già diventato reato. Dobbiamo investirle prima, nei quartieri, nelle scuole, nelle famiglie e nei servizi. La giustizia minorile deve essere rigorosa e capace di responsabilizzare. Ma il più grande successo dello Stato non è avere più ragazzi da punire. È avere meno ragazzi da recuperare perché siamo riusciti a intercettarli prima. Quando salviamo un giovane dalla violenza, proteggiamo anche tutte le persone che quella violenza non subiranno domani. Questa è prevenzione, sicurezza e responsabilità dello Stato».