Inchiesta Masnada, la 18enne stuprata: «Per farci tacere dicevano di buttarci dalla finestra»
di P.P.P. – È un quadro inquietante quello che emerge dalle carte dell’inchiesta che ha svelato le violenze su una ragazza di 18 anni. Un incubo che si è materializzato nella Piana di Gioia Tauro, scoperto dagli inquirenti quasi per caso e confermato dalla vittima, che ha denunciato tutto. Storia tremenda che nasce e si alimenta in un ambiente caratterizzato da un’asfissiante presenza della ‘ndrangheta.
È l’humus in cui il branco è cresciuto e ha operato. Nel primo troncone dell’inchiesta “Masnada” (quindici indagati per le violenze nei confronti di due ragazze) i pm hanno sottolineato «il contesto territoriale e ambientale di riferimento» e aggiunto che «non può non considerarsi l’elevatissimo spessore criminale delle famiglie di appartenenza». Secondo la Procura, infatti, c’era il «rischio» che i rampolli dei clan coinvolti nell’inchiesta «possano esercitare una fortissima coazione sulla vittima e sui suoi familiari affinché non depongano o dicano il falso, onde difendersi dagli addebiti a loro contestati».
Invece di difenderla e tutelare, il fratello e la sorella della vittima avrebbero tentato di persuaderla a ritrattare quanto dichiarato alla polizia e ai magistrati della Procura di Palmi. E, per fare questo, avrebbero perfino cercato di spingerla a togliersi la vita e a costringerla a farsi sottoporre ad una visita psichiatrica per ottenere un certificato che ne attestasse l’incapacità di intendere e di volere in modo da rendere inutilizzabili le sue dichiarazioni.
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