Indagine sul centro antiviolenza, Tiziana Iaria si difende sui social: «Il counseling è una scelta etica»
Dopo il sequestro del centro antiviolenza da lei gestito e l’iscrizione nel registro degli indagati per diversi reati, tra cui esercizio abusivo della professione, la dottoressa interviene per respingere parte delle accuse e chiarire il proprio ruolo
Dopo l’indagine che la vede direttamente coinvolta per un presunto rapimento simulato e per l’ipotesi di abuso di professione, torna a parlare sui social la dottoressa Tiziana Iaria. A poche ore dalla notizia del sequestro della struttura antiviolenza da lei gestita, l’Odv Centro Antiviolenza Margherita, e della sua iscrizione nel registro degli indagati, la donna ha affidato a un post su Facebook la propria replica ad alcune delle accuse mosse dalla Procura.
I reati ipotizzati a suo carico sono false informazioni al Pubblico Ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della professione di psicologa. Secondo quanto emerso dalle indagini, infatti, l’indagata avrebbe esercitato senza titolo la professione di psicologa nei confronti di alcune donne vittime di violenza che si erano rivolte all’associazione, arrivando in alcuni casi anche a prescrivere farmaci.
Nel suo intervento social, Iaria ha voluto chiarire la propria posizione, sostenendo di aver operato nell’ambito del counseling e non della psicologia clinica. «Essere counselor professionista, per me, non è un ripiego. È una scelta», scrive, rivendicando una formazione in ambito psicologico ma una decisione consapevole di lavorare nel campo dell’ascolto e dell’accompagnamento.
Nel lungo post, la donna sottolinea come il counseling rappresenti, a suo dire, «il primo spazio di tutela», distinguendolo dalla diagnosi e dalla medicalizzazione del disagio.
«Scegliere il counseling significa stare nel confine: accompagnare senza invadere, sostenere senza sostituirsi», aggiunge, affermando di aver applicato le proprie competenze «nel modo più etico possibile» e respingendo implicitamente l’accusa di esercizio abusivo della professione.
Resta tuttavia ancora aperto il capitolo più delicato dell’inchiesta, quello relativo al presunto rapimento simulato e alle dinamiche che, secondo gli inquirenti, dovranno essere chiarite in sede processuale. Una vicenda che, fin dalle prime fasi, ha sollevato numerose perplessità e interrogativi e che sarà ora la magistratura a ricostruire nei suoi dettagli.