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15/02/2026 ore 06.30
Cronaca

L'impronta reggina nella tragedia di Cristina Mazzotti, rapita a 18 anni e segregata in un buco scavato sottoterra

Dopo mezzo secolo, nuove condanne relative a uno dei sequestri più brutali della storia criminale della Ndrangheta, avvenuto tra Lombardia e Piemonte nel 1975. La disumanità del trattamento consumò la giovane in poche settimane

di Anna Foti

Lei, giovanissima. E anche coloro che la rapirono , quella sera del 30 giugno 1975, nei dintorni di Como dove era in vacanza.  Un sequestro che spezzò la vita di una famiglia intera e che indignò il Paese. Una trattativa complessa e un riscatto pagato che però non fu seguito da alcuna liberazione. Dopo quella sera Cristina Mazzotti, 18 anni appena compiuti, non fece più ritorno a casa .

Nelle scorse settimane, dopo mezzo secolo, la corte di assise di Como ha aggiunto un altro tassello al puzzle giudiziario delineato dalla procura di Novara che, attraverso l'azione del sostituto Corrado Canfora , aveva già assicurato alla giustizia i mandanti, esponenti della 'Ndrangheta, i carcerieri e le vivandiere,  dediti al contrabbando di sigarette e manovalanza del sottobosco criminale attivo al nord e  in attesa del salto di qualità. Il tassello aggiunto è quello delle condanne all'ergastolo di coloro che portarono via la giovane per consegnarla ai suoi aguzzini . Un puzzle che, dopo le condanne dei capobastoni del catanzarese, Antonino Giacobbe e Francesco Gattini , dopo 50 anni comprende anche le condanne dei reggini coinvolti.

A processo gli esecutori materiali

La riapertura delle indagini risale al 2024, nelle scorse settimane le  sentenze di condanna all'ergastolo, in primo grado , per Giuseppe Calabrò, 74 anni reggino di San Luca residente a Bovalino e Demetrio Latella, anche lui reggino, 71 anni. Rapirono Cristina Mazzotti, all'epoca di appena di 18 anni, mentre loro ne avevano rispettivamente 23 anni e 20 anni.

Il terzo imputato, Antonio Talia, 73 anni, di Africo, è stato assolto "per non aver commesso il fatto". Giuseppe Morabito era deceduto già nel 2024. Giuseppe Calabrò è stato fermato qualche giorno dopo mentre era in procinto di salire sull'aereo che da Milano lo avrebbe portato in  Calabria, secondo gli investigatori per tentare la latitanza.

Un'altra pagina di giustizia che, però, arriva con il peso dei suoi 50 anni trascorsi dai fatti e con la consapevolezza per i familiari ancora in vita, il fratello Vittorio e la sorella Marina (il p apà Elios morì d'infarto l'anno dopo il sequestro e la mamma Carla è scomparsa nel 2023 ), che Cristina non tornerà comunque e che non fu possibile salvarla da quella morte orribile.

Mezzo secolo dal suo rapimento (30 giugno 1975) a Eupilio nel comasco ; dalla sua morte (in un giorno che non sarà mai possibile stabilire dell'agosto 1975) in una buca scavata nel terreno di un casolare nei pressi di Castelletto Ticino nel novarese; dal ritrovamento del corpo senza vita, in una discarica di Galliate sempre nel Novarese, il primo settembre 1975 , nel giorno del cinquantesimo compleanno di mamma Carla che mai si riprese da quella tragedia.

Eppure il riscatto era stato faticosamente pagato. Ma quello fu un sequestro in cui molte cose non andarono come pianificato dai criminali e quelle lunghe settimane per Cristina, viste le condizioni in cui fu costretta a vivere, furono fatali.

La ndrangheta e gli anni bui dei sequestri al nord

Cristina Mazzotti (Losanna 22 giugno 1957 - Varallino di Galliate ? agosto – 1975) è stata la prima donna ad essere sequestrata. il suo fu uno dei sequestri più brutali della storia criminale della Ndrangheta e tra i primi fatti delittuosi ad avere aperto la tragica stagione dei sequestri a scopo estorsivo della ndrangheta al nord.

Crimini che colpivano famiglie benestanti, alle quali poter estorcere ingenti somme di denaro. Degli oltre 500 sequestri stimati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, oltre 200 sono stati attribuiti alla ‘ndrangheta che in quegli anni mise in piedi una vera e propria industria dei sequestri. Oltre 140 soltanto in Lombardia. Quasi trecento miliardi di vecchie lire in riscatto.

Quella sera del 30 giugno 1976 in cui fu prelevata con la forza dalla macchina sulla quale con il fidanzato, Carlo Galli e la sua amica Emanuela Lusari, era di ritorno a casa dopo aver festeggiato la fine dell’anno scolastico, per essere consegnata ai suoi aguzzini.

Cristina, studentessa brillante, si sarebbe diplomata l’anno successivo al liceo classico Giosuè Carducci di Milano che lo scorso anno, in occasione della giornata della Legalità in memoria del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesco Morvillo e della scorta, le ha intitolato un’aula e dove da diversi anni è attivo un collettivo studentesco promosso dall'associazione antimafia Libera che porta il suo nome.
 

Richiesta di riscatto e trattativa in stallo

Sono gli anni neri della Milano dei sequestri. Terza di tre figli di Elios Mazzotti, industriale attivo nel settore cerealicolo in commercio con il Sud America, e di Carla appassionata di pittura.

Subito dopo il rapimento, i sequestratori chiesero alla famiglia Mazzotti un riscatto di 5 miliardi di lire, una somma astronomica non solo per l’epoca, ma anche per la storia dei sequestri (per Paul Getty due anni prima ne erano stati paganti tre di miliardi di lire) e per la famiglia Mazzotti, le cui possibilità economiche erano state notevolmente sovrastimate dai rapitori. Le trattative furono complicate perché quella ostinata richiesta che non poteva essere soddisfatta, veniva riproposta con insistenza e minacce crescenti.

Il padre Elios Mazzotti lo aveva dichiarato subito al telefono al Marsigliese (Sebastiano Spadaro) che per primo trattò con la famiglia. Una trattativa dai toni sempre più duri ma in stallo. Intanto Cristina pativa in condizioni di detenzione sin da subito disumane.

Una detenzione disumana 

Era imprigionata al buio, legata in una fossa sottoterra, con un tubo di plastica largo 5 cm per respirare. La fossa era profonda 1 metro e 45 cm e larga 2 metri e 60 cm. Cristina era alta poco più di 1 metro e 60, dunque in quelle terribili settimane la giovane non poteva neppure assumere la posizione eretta, costretta a fare non oltre 3- 4 passi in quel buco in cui c’erano un materassino e un secchio per i bisogni fisiologici.

Una detenzione disumana, aggravata dal trattamento farmacologico. Per mantenerla sedata e ridurre il rischio di fuga, i sequestratori le somministravano a dosi massicce di tranquillanti che alternavano a dosi di eccitanti per fare in modo che potesse rispondere alle domande attraverso le quali i famigliari si accertavano che fosse ancora viva durante per trattative.

Il luogo dell'orrore era in un casolare detto Padreterno nei pressi di Castelletto Ticino nel novarese. Era stato affittato dal contrabbandiere di sigarette della zona, Giuliano Angelini che aveva messo insieme la banda che si occupò della prigionia di Cristina. Con lui anche lo svizzero, Libero Ballinari, il guardiano Gianni Geroldi e Achille Gaetano, lui calabrese trapiantato al nord e anello di congiunzione con la ndrangheta.

Con loro carcerieri, anche due donne, le vivandiere di Cristina, Loredana Petroncini, moglie di Angelini, e Rosa Cristiano.

Loro furono i responsabili di quella detenzione disumana che consumò la giovane in poche settimane. Quel tempo speso a trattare un prezzo che non avrebbe mai potuto essere corrisposto fu fatale.

Un sequestro finito in tragedia

Durante quelle settimane, il Marsigliese, individuato a Novara dalle forze dell’ordine ma non arrestato per non alterare gli equilibri del gruppo criminale che avrebbero potuto ripercuotersi su Cristina e con la speranza che lui potesse condurre al luogo in cui la giovane era imprigionata, si era accorto di essere seguito. Fece, allora, perdere le sue tracce mentre Cristina deperiva giorno dopo giorno. Circostanza che destabilizzò il gruppo mentre la trattativa era ancora in stallo.

Fu allora che dalla Calabria arrivò Francesco Gattini, inviato a sbloccare la situazione dal capobastone catanzarese, Antonino Giacobbe. Il nuovo importo del riscatto di 1 miliardo e 50 milioni fu pagato ad agosto. Ma per Cristina era già troppo tardi. La giovane non fece mai ritorno a casa.

Il corpo esanime fu ritrovato il primo settembre successivo in una discarica di Galliate nel novarese. Alcun accertamento della morte poté essere eseguito per sapere quando fosse deceduta la giovane. Se prima o dopo avere rotolato per trenta metri nella discarica, denudata e poi sepolta sotto catrame e rifiuti. Una morte orrenda. Un caso che fece molto scalpore, che destò orrore e indignazione. Galliate ha dedicato alla sua memoria una via e ogni anno la commemora nel giorno del suo compleanno (22 giugno).

A processo mandanti e carcerieri

Il primo processo iniziò l'anno dopo i fatti. Delle condanne all'ergastolo in primo grado, quattro sono state confermate dalla Corte di Cassazione: quelle per Ballinari, Angelini, Geroldi e Gaetano.

Tra i tasselli mancanti, c'erano gli esecutori materiali. La svolta si registrò nel 2006, quando la tecnologia permise di associare le impronte digitali rilevate sulla Mini Minor a bordo della quale era stata portata via Cristina Mazzotti quella sera, a Demetrio Latella. A far riaprire il caso l’avvocato Fabio Repici, che da legale dei familiari del giudice Bruno Caccia, ucciso dalla 'ndrangheta a Torino nel giugno del 1983, e poi dei familiari di Cristina Mazzotti.  Demetrio Latella confessò il sequestro e fece i nomi degli altri poi imputati nel secondo processo.

Cristina e Mariangela

Il nome di Cristina Mazzotti e il suo sequestro sono passati al vaglio del Roni dei carabinieri di Milano con riferimento all’individuazione di Maria Angela Passiatore quale vittima del sequestro di cui si è autoaccusato, nel suo flusso di coscienza del 2012, Michele Grillo tra gli uomini al centro dell’imponente operazione Millennium coordinata dalla Dda di Reggio Calabria lo scorso anno. Prima di stringere il cerchio sulla moglie 44enne dell’imprenditore di Cinisello Balsamo, Sergio Paoletti, rapita la sera del 27 agosto 1977 a Brancaleone, nel reggino, dove si trovava in vacanza e poi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, uccisa a bastonate in testa (il corpo non fu mai ritrovato), furono passati in rassegna anche gli altri sequestri di donne messi in atto fino al 1988 e dal 1989 in poi, considerata detenzione di circa un anno di Michele Grillo.

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Tra i fatti delittuosi conclusi con la morte della donna ci fu pure quello di Cristina che fu esclusa insieme a Marta Raddi, perchè i loro corpi furono ritrovati. Fu esclusa anche Mirella Anna Silocchi seppure il suo corpo non fosse stato mai trovato come quello di Mariangela Passiatore, perchè il fatto risaliva al 1989, quando Grillo era in carcere. Per nuovi elementi di verità sul sequestro di Cristina già un processo era stato riaperto a Como. Nelle scorse settimane le sentenze di condanna per i rapitori ormai anziani ma allora giovani come lei.

Gioventù da salvare

Gli esecutori materiali all'epoca erano ventenni e già assoldati dalla 'Ndrangheta. Una gioventù da salvare e riscattare alla quale sono dedicate le iniziative della fondazione intitolata alla memoria di Cristina che il papà fece in tempo a istituire prima che un infarto lo stroncasse un anno dopo la morte della figlia. La fondazione è adesso seguita dalla nipote Arianna, la figlia del fratello di Cristina, Vittorio.