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24/09/2026 ore 11.00
Cronaca

Locri, 22 anni fa l’omicidio di Massimiliano Carbone: il grido inascoltato di mamma Liliana

L'imprenditore venne assassinato sotto casa dopo una partita di calcetto. Un delitto impunito che attende ancora un colpevole, mentre la donna continua la sua battaglia contro l'indifferenza

di Ilario Balì

Ventidue anni fa un agguato spezzava a Locri la vita di Massimiliano Carbone, giovane imprenditore freddato nell'oscurità mentre rientrava a casa dopo una partita di calcetto con gli amici. Un'esecuzione spietata rimasta fino ad oggi avvolta dall'ombra, senza che la giustizia sia riuscita a dare un nome e un volto ai responsabili. Sullo sfondo di quella tragedia, la complessa vicenda personale del giovane: la relazione con una donna sposata, incontrata per caso nel condominio di fronte, da cui nacque un bambino, oggi 27enne.

A mantenere viva la memoria e l'esigenza di verità è sua madre Liliana Carbone, maestra elementare in pensione. Nonostante il trascorrere degli anni e il peso di un dolore privato, la donna respinge fermamente ogni speculazione sul proprio operato e ribadisce come il suo impegno non nasca da una ricerca di visibilità, ma dal dovere morale di chiedere giustizia per un figlio strappato alla vita nel pieno dei suoi sogni.

Con parole cariche di dignità mamma Liliana ripercorre il senso della sua battaglia pubblica e il ricordo, tenero e potente, del figlio: «Ancora a 22 anni dalla morte violenta di mio figlio mi viene domandato perché non mi rassegno – dice - Qualcuno pensa che sia io a richiederla, magari per ottenere visibilità, o consenso, se non addirittura compassione. Il mio lutto è invece soltanto mio, e continuo ad averne custodia, mentre ritengo che la scaturigine di questo delitto e i moltissimi suoi sviluppi giuridici e giudiziari debbano essere condivisi con chiunque abbia fiducia nell’umanità e ancora riconosca quella “credibilità dello Stato e delle Istituzioni che consiste nell’assicurare i rei alla Giustizia”, come mi scrisse il Prefetto Luigi De Sena».

«La vicenda umana è assai semplice – ricorda Liliana - un giovanissimo uomo di Calabria, intelligente e onesto e consapevole delle difficoltà socioeconomiche di un territorio di poche risorse, si inventa e progetta un’attività cooperativa di tipo B, e la realizza con tanti sacrifici. Nel contempo, giovane di 22 anni, tanti quanti oggi trascorsi senza di lui, attraverso due bambini che giocano a pallone nel condominio prospiciente al nostro, conosce la loro madre. Non sta a me, seppure la conosca a fondo, fare un profilo morale e personologico, né delegittimare l’immenso sforzo di inquirenti che nel tempo hanno cercato chiarezza, ma non posso non rilevare la poca considerazione resa al contesto, una realtà nella quale, per invidia o per rancore, molti hanno creduto di potersi avvantaggiare della morte di Massimiliano».

Quello di Liliana Carbone è anche un richiamo alla dignità, alla memoria e al dovere civile di non dimenticare chi, per aver scelto di vivere liberamente i propri affetti e il proprio lavoro, ha pagato con il prezzo più alto. «Non voglio cantare sue lodi e non voglio insegnare nulla – afferma la donna - né edificare la statura morale di alcuno. Ho bisogno che resti memoria di un figlio spezzato per la sua bellezza, per i suoi sogni e per la sua generosa capacità di avere affetti e progetti. È la solita storia di una Calabria amara, che con passione amiamo comunque».