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10/07/2026 ore 06.30
Cronaca

’Ndrangheta stragista, il mosaico della verità: perché il verdetto di Reggio riscrive gli anni più bui della Repubblica

Oltre la cronaca di un ergastolo: la conferma della condanna per Graviano e Filippone convalida la "tesi Lombardo" sulla partecipazione della Calabria alla strategia eversiva del 1994. Dall'ombra della Falange Armata ai contatti inconfessabili, ecco come il processo nato per l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo ha ripulito il «foglio sporco» della storia d’Italia

di Elisa Barresi

Trentadue anni dopo quella scia di sangue che squarciò la Calabria e l’Italia intera, la verità giudiziaria trova un nuovo, pesantissimo punto fermo. La Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, decidendo nel processo di rinvio disposto dalla Cassazione, ha confermato la sentenza di primo grado del 2020, condannando all’ergastolo Giuseppe Graviano, il boss siciliano di Brancaccio, e Rocco Santo Filippone, uomo di fiducia del potentissimo casato dei Piromalli di Gioia Tauro.

La stagione delle stragi e l'attacco all'Arma

Il cuore di questo processo risiede in una delle pagine più buie della Repubblica: la strategia della "tensione" con cui le mafie intesero ricattare lo Stato tra il 1993 e il 1994. Non solo le bombe di Firenze, Milano e Roma, ma anche un attacco sistematico e mirato contro l'Arma dei Carabinieri in terra calabrese. Il verdetto odierno ribadisce che il duplice omicidio degli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, trucidati il 18 gennaio 1994 sull'autostrada nei pressi di Scilla, non fu un episodio isolato di criminalità locale, ma un tassello di un unico disegno stragista unitario.

Secondo l’impianto accusatorio, colpire i militari significava colpire il simbolo dello Stato per eccellenza, alimentando un clima di insicurezza sociale necessario a favorire nuovi interlocutori politici. Per farlo, le mafie utilizzarono la sigla "Falange Armata", un nome che serviva a inviare segnali identici e unitari provenienti da ambienti che andavano oltre la semplice logica criminale.

Il ruolo della sigla Falange Armata rappresenta, secondo le ricostruzioni del procuratore Giuseppe Lombardo emerse nel processo, uno degli elementi chiave per dimostrare l'unitarietà del disegno eversivo tra 'Ndrangheta e Cosa Nostra durante la stagione delle stragi. La Falange Armata non fu solo un nome di fantasia, ma un vettore di comunicazione politica ed eversiva che sancì il patto di sangue tra la 'ndrangheta reggina e i corleonesi per condizionare il futuro della Nazione.

La requisitoria di Lombardo: «Riscrivere la storia della Nazione»

Il risultato odierno rappresenta l’ennesima conferma dell’ipotesi portata avanti con tenacia dal procuratore Giuseppe Lombardo. In una requisitoria che lui stesso ha definito un tentativo di «ripulire un foglio sporco» per scrivervi la verità, Lombardo ha ricostruito i fili invisibili che legavano Palermo e Reggio Calabria.

Il magistrato ha sempre sostenuto che la ’ndrangheta non fu una semplice spettatrice, ma una protagonista attiva della strategia eversiva. Graviano, secondo Lombardo, aveva ricevuto un mandato preciso per gestire quella stagione di sangue, mentre la componente calabrese accettò di unirsi all'attacco per decidere i nuovi assetti di potere in un momento di fragilità istituzionale del Paese. «Questo processo», aveva ammonito il pm, «non riguarda solo chi sparò, ma il sistema che rese possibile quella stagione di sangue».

Dalla Cassazione alla sentenza odierna: un cammino tortuoso

Il percorso per arrivare alla sentenza di oggi è stato lungo e complesso. Dopo le condanne all'ergastolo in primo grado (luglio 2020) e in appello (marzo 2023), la Corte di Cassazione nel dicembre 2024 aveva annullato con rinvio, chiedendo una nuova valutazione su alcuni punti del materiale probatorio, comprese le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

I dubbi sollevati dalla Corte di Cassazione, che nel dicembre 2024 hanno portato all'annullamento con rinvio della precedente sentenza d'appello, riguardavano principalmente la necessità di una nuova valutazione su punti cruciali dell'impianto accusatorio.

Secondo quanto emerso durante la requisitoria del procuratore Giuseppe Lombardo nel processo d'appello-bis, i rilievi della Suprema Corte si concentravano su diversi aspetti probatori e interpretativi: l'attendibilità e il peso dei collaboratori: La Cassazione aveva espresso riserve sulla valutazione data alle testimonianze di alcuni pentiti chiave, in particolare Antonino Lo Giudice e Consolato Villani. La sottovalutazione delle intercettazioni: Erano state messe in dubbio le interpretazioni di alcune intercettazioni che mostravano i collegamenti operativi tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta, nonché la loro comune strategia del terrore. La decontestualizzazione dei fatti: La Suprema Corte riteneva che i giudici d'appello avessero in parte isolato i singoli episodi criminali dal loro contesto strategico eversivo. In altre parole, la Cassazione aveva ravvisato un travisamento del "senso profondo della convergenza mafiosa" di quegli anni, chiedendo un'analisi più rigorosa del legame tra i fatti di sangue e il disegno unitario per condizionare lo Stato. Carenze logiche e probatorie: In generale, l'annullamento con rinvio indicava che, per i giudici di legittimità, la ricostruzione che portava a identificare Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone come mandanti necessitasse di ulteriori conferme e di un percorso logico-giuridico più solido.

Il procuratore Lombardo ha affrontato questi dubbi durante il nuovo processo, definendoli "errori di valutazione" dei giudici di legittimità e ribadendo che i riscontri processuali erano invece chiari, coerenti e convergenti.

Tuttavia, la Corte d'Assise d'Appello reggina, accogliendo nuovamente le richieste della Procura Generale, ha ritenuto che l'impianto logico e probatorio non fosse mutato. Le intercettazioni e le testimonianze dei pentiti – come quelle di Bruzzese che riferì di incontri tra vertici mafiosi e figure politiche nella Piana di Gioia Tauro – hanno retto al vaglio di questo secondo processo d'appello.

Con la lettura del dispositivo, lo Stato riafferma la propria presenza, dando una risposta definitiva alle famiglie Fava e Garofalo e a una città, Reggio Calabria, che per anni ha cercato di far luce sul "buio" degli anni '90. Ora si attendono le motivazioni (previste entro 90 giorni) che spiegheranno come i giudici abbiano superato i rilievi della Suprema Corte per mettere il sigillo finale su questa drammatica vicenda.