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11/07/2026 ore 14.00
Cronaca

Omicidio D’Aguì, la Procura di Locri apre un fascicolo contro ignoti sulla Polaroid fantasma

Scomparsa la prova decisiva che portò alla condanna di Paolo Giorgi. L’esposto punta il dito contro possibili manipolazioni dei fascicoli: «Quella foto non è mai esistita o è stata distrutta volontariamente»

di Ilario Balì

Trent’anni dopo, il caso dell’omicidio di Giuseppe D’Aguì, il fatto di sangue che sconvolse Bovalino nel novembre del 1991, torna a scuotere i corridoi del tribunale di Locri. La Procura ha infatti deciso di procedere con l'apertura di un fascicolo contro ignoti a seguito dell’esposto-denuncia presentato da Paolo Giorgi, l’uomo che per quel delitto ha già scontato interamente una condanna a trent’anni di reclusione.

Al centro del nuovo filone investigativo c’è un interrogativo che pesa sulla tenuta dell'intero castello accusatorio dell'epoca: che fine ha fatto la "Polaroid numero 2"? Si tratta del fotogramma che, durante le indagini preliminari, permise a un testimone oculare di indicare senza esitazione Giorgi come l’esecutore materiale dell’agguato. Un’individuazione che i giudici definirono all'epoca «decisiva», trasformandola nel pilastro portante della sentenza di condanna. Eppure, oggi, di quella prova regina sembra non esserci più traccia.

Il "giallo" ha preso corpo quando Giorgi, tornato in libertà, ha cercato di ricostruire i passaggi del proprio riconoscimento. Attraverso una serie di istanze presentate tra il 2025 e il 2026, la difesa, rappresentata dall'avvocato Antonio Russo, ha scoperto una realtà spiazzante: sia il Commissariato di Bovalino che i Carabinieri di Locri hanno confermato che nei loro archivi l'originale della foto non risulta giacente. Un vuoto documentale che era già emerso timidamente nel 1994 durante il processo d'Appello, quando i giudici trovarono solo una copia fotostatica di provenienza "poco chiara", senza mai riuscire a visionare il reperto originale.

Nell'atto presentato lo scorso 28 maggio, Giorgi mette i magistrati di fronte a un bivio inquietante: o quella fotografia non è mai esistita, rendendo il verbale di riconoscimento un falso, oppure qualcuno ha deliberatamente sottratto o distrutto l’atto dal fascicolo processuale per impedire futuri controlli. Poiché tutte le altre fotografie del fascicolo sono regolarmente al loro posto, la difesa punta sulla tesi della manipolazione volontaria di atti pubblici. L'obiettivo dichiarato non è solo la verità storica, ma la revisione di un giudizio che oggi appare poggiare sul nulla.