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02/10/2026 ore 06.30
Cronaca

Prelevarono il sindaco per un processo in stile mafioso in masseria, Melicucco nella morsa della 'ndrina Costa

Come si legge dalle carte dell'operazione, la cosca locale ha esercitato un controllo asfissiante sul Comune. Dal primo cittadino accompagnato davanti ai boss per la licenza di un caseificio con la minaccia di "spaccare gli armadietti", ai lavori stradali per il Giro d'Italia deviati sotto casa del sodale: i verbali e le intercettazioni che incastrano l'assessore

di Elisa Barresi

Un condizionamento sistematico e una capacità intimidatoria tale da annullare ogni confine tra pubblica amministrazione e consorteria mafiosa. È la fotografia dettagliata che emerge dalle carte dell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria, che ha portato all'esecuzione di 12 misure cautelari (7 in carcere e 5 ai domiciliari, tra cui un assessore comunale in carica). Come sostengono gli inquirenti guidati dal Procuratore capo Giuseppe Borrelli, la 'ndrina di Melicucco ha operato sul territorio come un vero e proprio «soggetto alternativo allo Stato», azzerando la sovranità delle istituzioni locali.

Il sequestro del Sindaco: prelevato in Municipio e minacciato in masseria

Come si legge negli atti dell'inchiesta, uno degli episodi più gravi riguarda il reato di violenza privata aggravata dal metodo mafioso contestato a Pasquale Costa, Dario Varamo e Rosario Costa detto Angelo. La vicenda nasce dall'intenzione di Pasquale Costa di aprire un nuovo caseificio nei locali precedentemente occupati dal caseificio "San Carmelo", gestito dal fratello e non più attivo, sul quale pendeva un debito tributario non saldato nei confronti del Comune.

Di fronte al rifiuto degli uffici comunali di rilasciare la nuova licenza prima del saldo dei tributi arretrati, Pasquale Costa aveva inizialmente cercato l'assessore al bilancio Michele Pronestì. Non riuscendo a trovare un accordo, come sostengono gli investigatori, l'indagato si era messo alla ricerca dell'assessore e del Sindaco con l'intenzione di percuoterli.

Il salto di qualità nell'intimidazione avviene poco dopo. Come si legge dalle carte dell'operazione, Dario Varamo, eseguendo gli ordini di Angelo Costa e facendo leva sulla propria appartenenza mafiosa, si è presentato negli uffici comunali, ha "prelevato" il Sindaco e lo ha condotto di forza alla masseria della famiglia Costa.

Lì, al cospetto di Angelo e Pasquale Costa, il primo cittadino è stato sottoposto a un vero e proprio processo mafioso. Alle obiezioni del Sindaco sulla regolarità dei tributi, i boss hanno risposto con minacce esplicite: come si legge testualmente nel capo d'imputazione, gli indagati hanno prospettato che, se gli avessero fatto mancare «il pane», sarebbero «usciti pazzi» e si sarebbero presentati in Municipio per «spaccare gli armadietti in testa a tutti». Nei giorni successivi, come dimostrano gli atti, Varamo ha continuato a pressare continuamente il Sindaco via telefono e di persona, costringendolo a cedere e ad attivarsi per il ritiro della vecchia licenza e il via libera alla nuova attività.

I lavori del Giro d'Italia: "Fai tutto questo pezzo e non mi cacare il c..."

Come emerge dagli atti dell'inchiesta, il condizionamento ha riguardato anche le opere pubbliche finanziate in occasione del passaggio della tappa del Giro d'Italia a Melicucco. Il 1° aprile 2023, le cimici degli investigatori captano una conversazione tra Michele Bruzzese e Dario Varamo. Bruzzese informa Varamo che è stato appaltato il rifacimento del manto stradale della Strada Provinciale 5, criticando gli amministratori per aver ottenuto i fondi solo per la corsa ciclistica.

Appreso che i lavori sarebbero passati vicino a casa sua, Varamo matura subito il disegno di far asfaltare a spese pubbliche un'area non inclusa nel progetto. Come sostengono gli inquirenti, l'area serviva a Varamo per parcheggiare la propria auto. Nell'intercettazione ambientale riportata nell'ordinanza, Varamo preannuncia la sua intenzione di imporsi direttamente sull'imprenditore edile Giuseppe Loprete, incaricato dei lavori: «Ora quando sale fischiotto mi fermo io là, gli dico: "fai questo pezzo...", "fai tutto questo pezzo è qua che hanno fatto la villa e fa parte della provinciale... che fa schifo, non mi cacare il ca…"».

Come si legge dalle carte dell'operazione, in questa dinamica si inserisce la figura dell'assessore comunale indagato. L'amministratore si sarebbe offerto di "addomesticare" l'imprenditore appaltatore per conto della cosca. Successivamente, l'assessore si è recato di persona nel cantiere e, come sottolineano gli inquirenti, anziché spendere la propria funzione istituzionale, ha fatto valere la caratura mafiosa di Varamo per pretendere il prolungamento dell'asfalto, che è stato poi regolarmente realizzato.

Nessuna denuncia: la forza dell'intimidazione

Come sostengono gli inquirenti e il Comandante del Nucleo Operativo di Gioia Tauro, tutti gli episodi di minaccia, estorsione e condizionamento politico sono stati ricostruiti esclusivamente mediante intercettazioni telefoniche, ambientali e pedinamenti. Nessun amministratore pubblico, imprenditore o cittadino ha mai presentato denuncia, a testimonianza del clima di totale assoggettamento in cui versava il territorio.

Appalti minori e "giustificazioni" ai boss

L'indagine definisce un quadro di condizionamento sistematico anche sulla gestione della spesa pubblica minore. In merito all'assegnazione dei lavori di pavimentazione di una piazzetta comunale a un'impresa diversa, gli esponenti dell'amministrazione si sono dovuti "giustificare" con un imprenditore vicino al clan, spiegando di non averlo interpellato soltanto per via dell'importo irrisorio dell'appalto. In un altro caso, a seguito delle rimostranze di un cittadino per la cattiva esecuzione della strada davanti alla sua abitazione, i vertici del clan hanno ammonito un rappresentante dell'amministrazione, ottenendo l'immediato intervento dell'assessore per un nuovo ripristino.

Si ricorda infine che il procedimento versa nella fase delle indagini preliminari e che, fino a sentenza definitiva di condanna, vale per tutti gli indagati la presunzione di innocenza.