Riforma della giustizia tra fake news e rischi reali, a Reggio il confronto dell’ANM: «Vendetta della politica nei confronti della magistratura»
Un dibattito partecipato e dai toni netti quello promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati. Giuristi, magistrati e avvocati hanno discusso la riforma della magistratura al centro del referendum, denunciandone criticità strutturali, rischi per l’equilibrio costituzionale e la necessità di un’informazione corretta ai cittadini
Reggio Calabria diventa teatro di confronto e dibattito. Nella Sala «F. Perri» di Palazzo Corrado Alvaro, l’incontro pubblico promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) dal titolo «La riforma della magistratura tra falsi miti e rischi reali» ha regalato un momento di alto dibattito. Un appuntamento molto partecipato, che ha acceso il confronto su una riforma costituzionale destinata a incidere profondamente sull’assetto della giustizia e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Dopo i saluti istituzionali di Caterina Chiaravalloti, presidente della Corte d’Appello di Reggio Calabria, del procuratore generale Gerardo Dominijanni, dell’avvocato generale Adriana Costabile, di Antonella Stilo, presidente GES Reggio Calabria, e di Viviana Alessandra Piccione, segretaria GES Reggio Calabria, il dibattito è entrato nel vivo con gli interventi dei relatori.
Sono intervenuti Giuseppe Campanelli, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pisa, Cesare Parodi, presidente ANM, Rocco Maruotti, segretario ANM, Franco Moretti, avvocato e presidente degli Avvocati per il No, i componenti della GEC Stefano Celli, Paola Cervo, Monica Mastrandea, Sergio Rossetti, Chiara Salvatori e Giuseppe Tango, oltre a Giuseppe Amato, componente del CDC ANM.
Nel corso dell’incontro hanno inoltre portato il loro contributo il procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli e il presidente del Comitato per il No reggino Giuseppe Lombardo. A moderare il confronto la giornalista di LaC News 24 e vicedirettrice de ilReggino.it Elisa Barresi.
Parodi: «Ai cittadini dobbiamo spiegare il perché»
Ad aprire il confronto è stato il presidente dell’ANM, Cesare Parodi, che ha chiarito il senso dell’impegno pubblico dell’associazione: «Noi non siamo un partito politico né vogliamo esserlo. Proprio per questo, se chiediamo ai cittadini di votare in un certo modo abbiamo il dovere di spiegare il perché».
Parodi ha criticato duramente il sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno e l’idea di scindere in più tronconi un sistema che, per sua natura, produce un risultato unitario: «Non ci basta dire “vota sì” o “vota no”: dobbiamo dire quali sono le ragioni. Il sorteggio è una scelta che non ha alcuna logica condivisibile e rischia di mettere in grave difficoltà i magistrati e i giudici chiamati a decidere».
Particolarmente netto il passaggio sulla giustizia disciplinare: «Non esiste alcun ente che affidi la disciplina dei propri membri a un soggetto esterno. Non perché sia una giustizia “domestica”, ma perché solo chi conosce davvero il contesto può dare un giudizio equo».
Maruotti: «Una riforma che alimenta la delegittimazione della magistratura e nasce senza volontà di confronto»
Il segretario ANM Rocco Maruotti ha sottolineato come l’associazione venga percepita come un “pericolo” proprio perché sta cercando di colmare un vuoto informativo: «Si sa pochissimo di una riforma molto tecnica. Per questo siamo in piazza, anche a Reggio Calabria: più le persone comprendono la portata della riforma, più l’orientamento sta cambiando».
Maruotti ha individuato nel Consiglio Superiore della Magistratura il vero cuore della riforma, criticando la scissione in due organi e l’introduzione del sorteggio, definito «impari», e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare: «Non c’è alcun motivo pratico per sottrarre la funzione disciplinare al CSM e affidarla a un tribunale speciale, le cui decisioni non sarebbero neppure ricorribili in Cassazione. È una scelta irrazionale, costosa e in deroga ai principi costituzionali».
Il segretario generale dell’ANM ha ricondotto il dibattito sulla riforma della magistratura al suo contesto reale, respingendo l’idea che l’associazione stia svolgendo un ruolo politico-partitico:
«Quando si parla di Costituzione è inevitabile fare un ragionamento politico, ma nel senso più alto del termine: quello delle regole di funzionamento della democrazia. Non è politica di schieramento, è politica costituzionale».
Maruotti ha denunciato la presenza di narrazioni distorte e “falsi miti”, che accompagnano quotidianamente il dibattito pubblico sulla giustizia e che, secondo l’ANM, stanno alimentando un clima di delegittimazione sistematica della magistratura: «Ogni giorno vengono affibbiate alla magistratura responsabilità e accuse che non hanno fondamento. Questo colpisce profondamente i magistrati, perché mina la loro credibilità e il loro ruolo di garanzia».
In questo quadro, il segretario ANM ha richiamato anche fatti di stretta attualità, esprimendo forte preoccupazione per la strumentalizzazione politica di vicende giudiziarie: «Stiamo assistendo a una spettacolarizzazione e a una strumentalizzazione di singoli provvedimenti, come quelli che hanno riguardato i colleghi di Torino. È qualcosa che ferisce profondamente, perché trasforma il dolore e la complessità del lavoro giudiziario in uno strumento di propaganda».
Sul piano parlamentare, Maruotti ha ribadito uno degli elementi più critici della riforma: l’assenza di un vero confronto: «È stato ricordato che l’unica riforma costituzionale approvata senza emendamenti, prima di questa, fu quella sull’abolizione della pena di morte. Questo dato dice molto: significa che non c’era alcuna volontà di migliorare il testo, né di accogliere contributi esterni».
Secondo Maruotti, il governo e la maggioranza hanno chiesto formalmente riforme alla magistratura e agli operatori del diritto, salvo poi ignorarne le proposte: «Tutti i soggetti coinvolti avevano avanzato proposte per migliorare il funzionamento della giustizia ed evitare un referendum che rischia di trasformarsi in uno scontro lacerante. Quelle proposte non sono state prese in considerazione».
Il risultato, ha spiegato, è una contrapposizione frontale che rischia di radicalizzarsi ulteriormente: «Stiamo assistendo a un’escalation che non giova a nessuno e che produce un clima di scontro permanente, dannoso per le istituzioni e per i cittadini».
Maruotti ha però sottolineato come, rispetto all’inizio, il fronte critico verso la riforma non sia più isolato: «Per molto tempo ci siamo sentiti soli. Oggi non è più così. La presenza dell’avvocatura, di studiosi e di una parte significativa della società civile dimostra che questa non è una battaglia corporativa».
Particolarmente dura la critica al cambio di posizione di una parte dell’avvocatura sul sorteggio e sulle modifiche costituzionali: «Nel 2019 il sorteggio veniva definito un’offesa ai principi costituzionali e al diritto di elettorato attivo e passivo. Oggi, improvvisamente, quella posizione è stata ribaltata. Questo mutamento non è spiegabile se non in chiave opportunistica».
Nel merito, Maruotti ha definito la riforma come: «Una delle peggiori operazioni normative che si ricordino in tema di ordinamento giudiziario, percepita come una vera e propria vendetta politica nei confronti della magistratura».
Secondo il segretario ANM, il senso ultimo della riforma emerge chiaramente dalle stesse parole di chi la sostiene: «È stato detto esplicitamente che questa riforma serve a garantire che, qualunque governo si affermi in futuro, l’assetto venga cristallizzato. È un’interpretazione autentica che non lascia spazio a letture alternative».
Campanelli: «Una riforma punitiva, approvata senza dialogo e che stravolge l’equilibrio costituzionale»
Il costituzionalista Giuseppe Campanelli, professore ordinario all’Università di Pisa, ha inquadrato la riforma dal punto di vista del diritto costituzionale, definendola innanzitutto una riforma non condivisa e approvata in assenza di un reale confronto democratico.
«Siamo di fronte a una riforma approvata a maggioranza, senza emendamenti, senza dialogo e senza una reale tutela delle minoranze, sia parlamentari sia sociali. È un fatto rarissimo nella storia costituzionale italiana: l’unico precedente di una riforma approvata senza emendamenti riguarda la modifica dell’articolo 27 per l’abolizione della pena di morte».
Campanelli ha ricordato come anche le interlocuzioni promesse con l’Associazione Nazionale Magistrati siano rimaste lettera morta: «Si era parlato di un confronto con l’ANM, ma i contenuti di quelle interlocuzioni non sono mai stati realmente presi in considerazione».
Entrando nel merito, il professore ha chiarito che la riforma, pur presentata come intervento sulla separazione delle carriere, comporta in realtà uno stravolgimento complessivo del modello di ordinamento giudiziario e dei principi costituzionali che lo sorreggono:
«Separazione delle carriere, doppio CSM e Alta Corte non sono elementi isolati: insieme determinano un intervento punitivo sull’assetto della magistratura e sull’equilibrio dei poteri».
Secondo Campanelli, è fondamentale che i cittadini comprendano la portata del voto: «Qui non si sta votando una legge ordinaria. Si sta mettendo mano alla Costituzione, e quando la Costituzione cambia non si torna indietro. Non è una scelta reversibile con il cambio di governo».
Ha quindi respinto una delle argomentazioni più ricorrenti a sostegno della riforma, quella secondo cui essa servirebbe ad «attuare» l’articolo 111 della Costituzione: «Un articolo della Costituzione non si attua modificando un altro articolo della Costituzione. L’articolo 111 si attua con leggi ordinarie, che poi vengono valutate dalla Corte costituzionale. Questa è una regola elementare del diritto costituzionale».
Altro punto centrale riguarda il concetto di terzietà del giudice: «Non si può rendere più terzo o più imparziale un giudice che, per definizione costituzionale, è già terzo e imparziale. Dire il contrario è un errore tecnico che va chiarito».
Campanelli ha poi smontato l’idea secondo cui l’autonomia e l’indipendenza della magistratura resterebbero intatte solo perché l’articolo 104 non viene formalmente modificato: «L’autonomia e l’indipendenza non sono concetti astratti. Sono garanzie che vanno tutelate quotidianamente. È perfettamente possibile incidere profondamente su di esse anche a Costituzione invariata, come dimostra la giurisprudenza della Corte costituzionale».
Sul sorteggio, il giudizio è stato netto: «Il sorteggio è un’aberrazione delle più elementari regole democratiche. È lesivo del principio di rappresentatività e presuppone un’idea di infallibilità che non esiste. Se fosse stato introdotto con una legge ordinaria, sarebbe stato palesemente incostituzionale».
Richiamando autorevoli studiosi, Campanelli ha ricordato che l’esercizio della giurisdizione non può mai essere infallibile e che affidare organi costituzionali al caso significa rinunciare al pluralismo e alla responsabilità delle scelte.
Infine, forti perplessità sono state espresse sull’Alta Corte disciplinare, definita un unicum senza precedenti comparabili: «Non esiste alcun ordinamento che affidi la funzione disciplinare a un organo separato di questo tipo. È un modello misterioso, demandato in larga parte ai decreti attuativi, che però non vengono mostrati ai cittadini prima del voto».
La conclusione è stata un appello alla responsabilità e all’informazione consapevole: «Il clima del confronto deve essere sereno, ma il cittadino deve sapere che qui non si discute di dettagli tecnici: si discute dell’assetto costituzionale del Paese. Il nostro obiettivo è fornire contenuti affinché ciascuno possa decidere in modo libero, informato ed equilibrato».
Moretti: «La Costituzione è la cassaforte dei cittadini»
Dal fronte dell’avvocatura, Franco Moretti ha respinto l’idea che la riforma rappresenti un vantaggio per la difesa: «Affidare il monopolio della riforma costituzionale a un’associazione che rappresenta il 4% degli iscritti non è accettabile».
Secondo Moretti, la separazione delle carriere è una “polpetta avvelenata”: «Una riforma pedagogicamente pericolosa, che educa il pubblico ministero a una cultura di parte». Il passaggio più politico è stato quello sulla giustizia disciplinare: «Questa riforma chiede le chiavi della cassaforte della Costituzione. E quando si parla di Costituzione, se non ho capito fino in fondo cosa sto facendo, io non mi permetto di cambiarla».
Amato: «Il sistema non è perfetto, ma non è quello che viene raccontato»
Giuseppe Amato, componente del CDC ANM, ha ricordato come il sistema disciplinare funzioni più di quanto venga rappresentato nel dibattito pubblico: «I magistrati italiani sono sottoposti a procedimenti disciplinari in misura molto superiore rispetto ad altri Paesi europei». Amato ha smontato l’equazione automatica tra errori giudiziari e colpa disciplinare, portando esempi concreti: «Non tutte le ingiuste detenzioni derivano da un errore del magistrato. Spesso incidono fattori sopravvenuti e dichiarazioni che cambiano nel tempo».
Lombardo: «Una riforma destabilizzante»
A chiudere il dibattito, Giuseppe Lombardo, presidente del Comitato per il No reggino, ha richiamato la necessità di un linguaggio chiaro e accessibile: «Dobbiamo spiegare in modo semplice una riforma tecnicamente complessa ma pericolosamente destabilizzante per un sistema che, pur con difficoltà, funziona».
Lombardo ha evocato le radici storiche del pensiero giuridico calabrese, ricordando come l’instabilità normativa sia da sempre un rischio per la giustizia: «Intaccare l’assetto costituzionale significa produrre effetti nefasti sulla collettività. Per questo è giusto dire no».
«Zaleuco diceva due cose fondamentali, che è importante ricordare oggi. La prima è che la legge sta sopra tutti: sta sopra i governi e sta sopra il giudice. Il giudice può essere giusto solo se è vincolato alla legge, prescindendo dalle proprie idee, dai propri orientamenti, dalle proprie convinzioni personali. Il secondo punto, ancora più attuale, riguarda i pericoli dell’instabilità normativa. Zaleuco denunciava il rischio di un apparato normativo che cambia troppo spesso e in modo imprevedibile, perché un sistema di leggi instabile genera inevitabilmente una giustizia ingiusta. Proprio per questo, sottolineava che chi è chiamato a modificare le leggi — soprattutto quelle fondamentali — deve farlo con estrema cautela, avvertendo fisicamente e simbolicamente il peso della responsabilità che si assume. Modificare l’assetto normativo senza questa consapevolezza significa mettere in crisi equilibri consolidati e produrre effetti nefasti sulla collettività. È esattamente di questo che stiamo parlando oggi: dei rischi che si corrono quando si interviene sull’assetto costituzionale, che appartiene a tutti. Ed è anche per questo che diciamo no».
Un confronto serrato, dunque, che ha ribadito un messaggio comune: al di là delle appartenenze, la riforma della magistratura non può essere affrontata con slogan o semplificazioni, ma richiede consapevolezza, informazione e rispetto profondo della Costituzione.