Sanità sotto assedio: la lunga ombra della ’ndrangheta e le falle dello Stato
Un sistema criminale radicato e resiliente continua a infiltrarsi nella gestione della sanità pubblica calabrese, sfruttando complicità interne e meccanismi corruttivi. Nonostante l’impegno costante della magistratura e delle forze dell’ordine, emergono ancora reti capaci di soffocare la concorrenza e compromettere l’economia legale
Non cessa e non arretra la longa manus della ’ndrangheta nella gestione asfissiante della sanità pubblica. Passano gli anni, si susseguono le operazioni, ma continua ad emergere un interesse pressante delle ’ndrine per un settore considerato, ancora oggi, un vero e proprio bancomat. Da Melito a Locri, passando per Reggio Calabria, ospedali e poliambulatori risultavano di fatto “cosa loro”.
Pulizie, sanificazioni e appalti collegati, dal 2014 al 2020, sarebbero stati gestiti attraverso un sistema strutturato e autoalimentante. Una strategia fondata sulla cosiddetta “cassa comune”, capace di mettere d’accordo imprenditori contrapposti con la benedizione di gruppi criminali storicamente radicati nel territorio, garantendo una spartizione stabile delle commesse e una pax funzionale al controllo del mercato. Una pace apparente, costruita sull’interesse condiviso di drenare risorse pubbliche.
Nel mirino del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria — con il supporto dello Scico e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Firenze — è finito un articolato sistema che coinvolgeva cinque cooperative riconducibili alle cosche Iamonte e Floccari, egemoni nella Grecanica e nella Locride. Secondo gli inquirenti, tali soggetti avrebbero inquinato e controllato in modo pervasivo gli appalti per la gestione delle pulizie in strutture sanitarie strategiche: dal Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria agli ospedali di Locri e Siderno, fino al Tiberio Evoli di Melito Porto Salvo e a numerosi poliambulatori dell’Asp reggina.
A delineare i contorni dell’operazione è stato il tenente colonnello Salvatore Romeo, capo ufficio operazioni del Comando Provinciale. Al centro dell’attività investigativa, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Reggio Calabria, vi è un patrimonio superiore ai sei milioni di euro, frutto — secondo l’accusa — di un sistema corruttivo consolidato.
L’indagine rappresenta lo sviluppo, sotto il profilo economico-patrimoniale, delle risultanze emerse nell’operazione “Internos”, eseguita nel 2021. Già allora era emersa la figura di un imprenditore ritenuto elemento chiave di un cartello di imprese finalizzato alla sistematica corruzione di funzionari pubblici. L’obiettivo era chiaro: ottenere indebitamente l’aggiudicazione degli appalti e consolidare un monopolio nel settore delle pulizie e della sanificazione.
Ed è proprio questo il nodo più allarmante: la capacità delle organizzazioni criminali di infiltrarsi negli apparati dello Stato non solo con la forza intimidatoria, ma attraverso relazioni, complicità e infedeltà interne. I funzionari pubblici corrotti diventano lo squarcio attraverso cui il sistema mafioso penetra nelle istituzioni, alterando procedure, aggirando controlli e piegando l’interesse pubblico a vantaggi privati.
Nonostante l’imponente e incessante lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, che continuano a colpire patrimoni, reti e vertici criminali, questi sistemi dimostrano una straordinaria capacità di rigenerarsi. Cambiano forme, attori e modalità operative, ma mantengono intatto l’obiettivo: infiltrarsi nella gestione della cosa pubblica e soffocare ogni spazio di economia sana.
La vicenda conferma una verità scomoda ma evidente: la lotta alla criminalità organizzata non può limitarsi alla repressione. Richiede un rafforzamento strutturale della trasparenza amministrativa, controlli efficaci e, soprattutto, un’etica pubblica capace di resistere alle pressioni e alle lusinghe del potere criminale. Perché è proprio nelle crepe dello Stato che le mafie trovano terreno fertile per prosperare.