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08/10/2026 ore 18.00
Cronaca

«Scelse di affrontare i ladri, non fu legittima difesa»: Ecco perché la Corte d'Assise ha condannato il macellaio di Reggio Calabria

Esclusa la legittima difesa per l'omicidio di Alfio Stancapiano e il tentato omicidio di Giovanni Bruno. Per i giudici, l'imputato si è armato e ha affrontato gli intrusi in fuga senza che vi fosse un pericolo attuale per sé o per la famiglia

di Elisa Barresi

Non si trattò di una difesa necessitata dal pericolo o dalla costrizione di proteggere la propria incolumità, bensì dell'esito di una scelta consapevole di armarsi e affrontare gli intrusi. Con il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado emessa il 29 settembre 2026, la Corte d’Assise di Reggio Calabria, presieduta da Silvia Capone, Marco Cerfeda, a latere Andrea Iacovelli, ha ricostruito il quadro probatorio e giuridico che ha condotto alla condanna a 15 anni e 6 mesi di reclusione nei confronti di Francesco Putortì, accusato dell’omicidio di Alfio Stancapiano e del tentato omicidio di Giovanni Bruno.

La ricostruzione dei fatti: l'aggressione ai ladri in fuga

I fatti risalgono al 27 maggio 2024, quando Stancapiano e Bruno s'introdussero nell'abitazione di Putortì passando da una finestra laterale, mentre due complici stazionavano all'esterno con funzioni di "palo". L'imputato, rientrato in casa dopo aver aperto la porta d'ingresso regolarmente chiusa a doppia mandata, si accorse immediatamente della presenza di estranei al piano superiore, notando il riflesso della luce sui quadri lungo le scale.

In quel momento, anziché richiedere l'intervento delle Forze dell'Ordine o farsi sentire a voce per provocare la fuga dei malviventi, condotte che avrebbe potuto tenere senza alcun rischio per la propria persona, Putortì scelse di recarsi in cucina, impugnare un coltello e salire le scale per affrontare gli intrusi. L'aggressione si consumò mentre i due tentavano di allontanarsi: l'imputato colpì più volte Stancapiano all'addome e Bruno alla schiena. Stancapiano morì per shock emorragico conseguente alla lesione dell'aorta addominale, mentre Bruno riportò lesioni toraciche e polmonari prossime alla colonna vertebrale, sopravvivendo solo grazie a un tempestivo intervento chirurgico.

Perché i giudici hanno escluso la legittima difesa

Nelle motivazioni della sentenza, la Corte ha escluso la legittima difesa l'eccesso colposo e la legittima difesa putativa. Secondo il collegio, sono infatti mancati i requisiti fondamentali del pericolo attuale, della necessità e della costrizione della reazione.

Putortì era infatti pienamente consapevole che nessun familiare si trovasse all'interno dell'immobile: sapeva che la moglie era dal dentista, il figlio a scuola, l'autovettura non era parcheggiata all'esterno e l'ingresso era serrato a doppia mandata. Venendo meno l'erroneo convincimento di dover tutelare sé o i propri congiunti da un pericolo imminente, l'azione sferrata non è stata ritenuta una difesa coatta a fronte di un'aggressione in corso, ma un'aggressione deliberata nei confronti di soggetti in fase di fuga.

Inasprimento e attenuanti: il calcolo della pena

Ai fini della commisurazione della pena, la Corte d'Assise ha riconosciuto a Putortì l'attenuante della provocazione, determinata dallo stato d'ira derivante dalla violazione di domicilio e dal furto. Sono state invece negate le attenuanti generiche. A pesare sul giudizio sono stati l'assenza di un ripensamento critico, i comportamenti processualmente obliqui e fuorvianti tenuti durante il procedimento e la condotta successiva ai reati: l'imputato non aveva riferito ai Carabinieri di aver impiegato un coltello e si era premurato di lavare l'arma insanguinata.

La condanna complessiva a 15 anni e 6 mesi, determinata muovendo dal minimo edittale per l'omicidio, ridotto di un terzo per la provocazione e aumentato di un anno e sei mesi per il tentato omicidio in continuazione, include le pene accessorie, la libertà vigilata a fine pena, il risarcimento dei danni e il pagamento di una somma provvisionale in favore di Giovanni Bruno e dei familiari della vittima Alfio Stancapiano. Per l'imputato vige la presunzione di innocenza fino all'eventuale pronuncia definitiva.