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15/10/2026 ore 16.49
Cronaca

Se lo Stato si arrende dietro le sbarre: il grido della Garante Russo e l’ipocrisia della politica

I complimenti a una donna coraggiosa e una provocazione necessaria: la legalità e la dignità umana non possono fermarsi davanti ai cancelli delle carceri

di Redazione

di Giuseppe Brogni

Ho letto con profonda stima e totale condivisione l’allarme lanciato dalle colonne della Gazzetta del Sud dall'avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale dei detenuti in Calabria. Il suo richiamo alla "tutela della dignità umana" e la sua denuncia sulla pervasività criminale negli istituti penitenziari calabresi – a partire dall'ultimo, iinquietante ritrovamento di droga e telefoni cellulari nella casa circondariale di Cosenza – non sono soltanto condivisibili: sono un pugno nello stomaco che dovrebbe svegliare le istituzioni dal loro torpore. A Giovanna vanno i miei complimenti più sinceri per il coraggio intellettuale e la fermezza istituzionale dimostrati in un territorio così difficile.

Tuttavia, proprio muovendo dal suo lucido appello, sento il dovere di lanciare una provocazione urticante alla politica e alla società civile, troppo spesso distratte o peggio, ipocrite.

Il carcere è, da sempre, lo specchio fedele di una Nazione. E la domanda che pongo è brutale nella sua semplicità: se lo Stato non è in grado di garantire la legalità, l'ordine e la sicurezza all'interno di un perimetro blindato, sorvegliato h24 dalle nostre eccezionali Forze dell'Ordine e cinto da mura invalicabili, come può pretendere di garantirli nelle piazze delle nostre città, nei quartieri popolari o nelle periferie abbandonate?

Il traffico sistematico di stupefacenti dietro le sbarre non è solo una falla nei sistemi di sicurezza; è la dimostrazione che la criminalità organizzata e le mafie tentano di imporre il proprio controllo sociale e il proprio sistema di ricatto e sopraffazione persino laddove l'autorità dello Stato dovrebbe essere assoluta e indiscutibile. Consentire che il carcere diventi una zona franca dove i boss continuano a governare tramite telefoni cellulari e a fare cassa con lo spaccio significa dichiarare la resa delle istituzioni di fronte all'antistato.

La politica, a qualsiasi livello, si riempie troppo spesso la bocca con le parole "certezza della pena" o, sul fronte opposto, con astratti idealismi umanitari. Ma la realtà calpestata ogni giorno dai nostri agenti di Polizia Penitenziaria – lasciati troppe volte soli e sotto organico a gestire dinamiche esplosive – ci dice che manca una visione pragmatica. La pena deve essere certa e inflessibile, ma come giustamente ricorda la Garante Russo, non può tradursi in una "seconda pena" extralegale fatta di intimidazioni e tossicodipendenza programmata dai clan. Lo Stato deve riappropriarsi di ogni centimetro del perimetro carcerario: servono investimenti massicci in tecnologie di schermatura totale per i cellulari, controlli a tempo e un potenziamento immediato degli organici della Penitenziaria.

E alla società civile, che gira la testa dall'altra parte pensando che il dramma delle carceri riguardi solo "chi ha sbagliato", ricordo che quei circuiti di dipendenza, di violenza e di arruolamento criminale che si alimentano dentro le celle, prima o poi, tornano a riversarsi nelle nostre straordinarie strade, colpendo i nostri figli e la sicurezza di tutti noi.

La battaglia di Giovanna Francesca Russo è una battaglia di civiltà, di legalità e di dignità che la Destra sociale deve fare propria senza esitazioni. Proteggere chi lavora negli istituti e garantire che la detenzione sia un percorso di vera legalità e non una scuola di specializzazione mafiosa è l'unico modo per dimostrare che lo Stato c'è, è forte e non ha paura di difendere le sue leggi.