Separazione delle carriere e rapporto tra politica e giurisdizione, tesi e antitesi nel confronto tra Ammendolia e Musolino
Nell’Aula Magna “Can. Domenico Farias” del Seminario di Reggio i due rappresentanti del “si” e del “no” si sono fronteggiati offrendo alla cittadinanza due visioni opposte sul ruolo del giudice, del pubblico ministero e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato
Un dibattito acceso ma di alto profilo ha animato l’incontro pubblico dedicato alla riforma della magistratura in vista del referendum, promosso da istituzioni ecclesiali e realtà associative del territorio. Al centro del confronto, due impostazioni profondamente diverse sul tema della separazione delle carriere e sul rapporto tra politica e giurisdizione.
A sostenere le ragioni del No è stato Stefano Musolino, segretario nazionale di Magistratura Democratica, che ha rivendicato l’attuale assetto dell’ordinamento giudiziario come già pienamente conforme al principio del giudice terzo.
«Le statistiche dimostrano che il giudice in Italia è già oggi terzo e imparziale. Non ha bisogno di aumentare la distanza dal pubblico ministero per ribadire questa terzietà», ha affermato Musolino, sottolineando come la comune appartenenza di giudici e pm allo stesso ordine giudiziario non pregiudichi l’imparzialità dei processi.
Secondo il magistrato, l’unità delle carriere risponde a una logica di obiettivi condivisi, come la ricerca della verità e la ragionevole durata del processo: «Pubblico ministero e giudice condividono finalità che l’avvocato, legittimamente, non ha: l’avvocato difende l’interesse del cliente, non la verità, e non ha interesse alla rapidità del processo».
Musolino ha poi ridimensionato il peso del cosiddetto “caso Palamara”, definendolo un problema reale ma circoscritto: «È come avere una perdita d’acqua in casa e decidere di abbattere l’intero palazzo invece di cambiare la tubatura. Le criticità del Csm si risolvono con regolamenti mirati, non con una riforma costituzionale».
Nel suo intervento, forte l’allarme sul rischio di una magistratura meno autonoma: «Se si sceglie la via della legge costituzionale è perché si vuole una magistratura meno indipendente e una politica più capace di influenzarla. Ma l’autonomia della magistratura non serve ai magistrati: serve ai cittadini, soprattutto a quelli più deboli».
Di segno opposto la posizione di Illario Ammendolia, meridionalista ed ex sindaco di Caulonia, intervenuto per sostenere le ragioni del Sì.
«È fondamentale confrontarsi con la cittadinanza su un cambiamento così rilevante. Io illustrerò le ragioni del Sì perché credo profondamente nel principio costituzionale del giudice terzo, davvero terzo rispetto all’accusa e alla difesa».
Ammendolia ha evidenziato come l’attuale vicinanza ordinamentale tra giudice e pubblico ministero possa incidere sulla percezione di serenità del giudizio: «Il cittadino deve essere la parte più importante del processo, soprattutto quando è indifeso. Nessuno può tutelarlo meglio di un giudice che ascolta accusa e difesa e decide in piena autonomia».
Respinte, infine, le critiche su un presunto indebolimento del pubblico ministero: «I poteri del pm restano gli stessi. Cambia solo la carriera. La polizia giudiziaria resta a sua disposizione, le funzioni non vengono toccate. Non vedo dove sia il problema».
Quanto ai costi e alle priorità della giustizia, Ammendolia ha ridimensionato l’impatto economico della riforma: «La giustizia assorbe circa l’1,3% del reddito nazionale. Non saranno uno o due milioni in più o in meno a cambiare le cose. I problemi della giustizia sono ben altri».
Un confronto che ha messo in luce due visioni contrapposte non solo della riforma, ma del ruolo stesso della magistratura nella democrazia, lasciando alla cittadinanza il compito di scegliere quale futuro dare all’equilibrio tra poteri e alla tutela dei diritti.