Il centro di Reggio trasformato in un market della droga con il benestare della cosca Libri
L’indagato Rom racconta, come emerge dalle intercettazioni, il suo battesimo di affiliazione nella ‘ndrina che raccoglieva parte dei proventi della piazza di spaccio per foraggiare i detenuti
Un sistema organizzato alla perfezione. Intere famiglie a gestire un vero e proprio supermercato della droga. Il tutto con il controllo e benestare della cosca di riferimento. Così il Rione Marconi nel cuore di Reggio Calabria è stato piegato per anni a logiche criminali che hanno visto la comunità Rom imperare indisturbata avendo a disposizione armi, denaro e droga.
Tutto con il benestare della Cosca Libri che puntualmente riscuoteva somme di denaro da destinare agli storici vertici della cosca detenuti. Un modus operandi cristallizzato che, dalle indagini condotte dal 2023 al 2025, lascia emergere uno spaccato desolante e allo stesso tempo allarmante nella sua assuefazione agli aspetti criminali.
Ma lasciando l’analisi sociologica a un ulteriore approfondimento, quello che risalta dall’operazione della polizia di Stato che questa mattina ha smantellato un’importante piazza di spaccio, è come alle nostre latitudini nulla si muove senza il consenso e controllo della ‘ndrangheta. Anche questa volta, nonostante la totale gestione dell’attività illecita da parte della comunità Rom, la ‘ndrina locale ha un ruolo da non sottovalutare.
A farlo trapelare, rispondendo alle domane in conferenza stampa, è stato il procuratore Walter Ignazzitto che ha confermato, circa le logiche tuttora dominanti nella città di Reggio Calabria, come «per lo svolgimento dell’attività dovevano corrispondere denaro. Nell'ambito di questa indagine vi è un'ulteriore conferma di un fenomeno che negli ultimi anni emerge in modo prepotente nella verifica delle dinamiche criminali della città.
Questa frange della comunità Rom ormai sedentarizzata nella città che costituisce un motivo di enorme allarme sociale, perché si tratta di gruppi armati propensi a tutta una serie di attività criminose, non soltanto allo spaccio di droga, ha stretto nel corso degli anni rapporti di sinergia operativa con le cosche reggine».
«Mentre nell'ambito di altre indagini abbiamo monitorato degli accordi di fidelizzazione con promiscuità operativa, in questa abbiamo verificato che alcuni degli indagati si professano affiliati alle cosche. C'è uno che tra l'altro racconta in diretta della sua affiliazione per mano di uno degli storici esponenti della cosca Libri, raccontando per l'appunto come era avvenuto il suo battesimo di ‘ndrangheta».
Ma al netto di questo dato preoccupante, emerge da alcune intercettazioni che questo gruppo criminale pagava una mazzetta nelle mani di esponenti di una delle più note famiglie mafiose di Reggio Calabria, in particolar modo della Cosca Libri.
«Viene fatto riferimento alla consegna di denaro in favore della moglie di un soggetto che fino a qualche tempo fa è stato ristretto al 41 bis come strumento di approvvigionamento, di finanziamento dei detenuti. Questo ci conferma un dato, cioè che queste frange della comunità rom hanno compreso quanto importante sia venire a patti con altre forme di criminalità organizzate di tipo mafioso, e questo consente loro di creare una specie di antistato».
«Noi abbiamo intercettazioni in cui gli indagati dicono espressamente e pianificano come devono comportarsi con la Polizia di Stato. Ascoltare soggetti che da un momento all'altro possono compiere veramente qualunque tipo di reato sul territorio comporta un'attenzione che deve essere svolta veramente H24. Da questo punto di vista la polizia è riuscita in un'attività, in un focus egregio».