Tilde Minasi denuncia gli insulti sessisti: «Una scelta di dignità oltre le appartenenze»
La senatrice calabrese riferisce in Questura della serie di attacchi social degenerati in offese sessiste. «Dietro ogni profilo c’è una persona, non un oggetto». Un gesto che va oltre l’orientamento politico e richiama tutti alla responsabilità
Non è una questione di schieramenti. Non è una questione di consenso o dissenso politico. È una questione di dignità.
La decisione della senatrice reggina Tilde Minasi di denunciare in Questura gli insulti sessisti ricevuti sui social non può essere letta con la lente della polemica partitica. È, prima di tutto, una presa di posizione contro la violenza verbale e psicologica che troppo spesso colpisce le donne impegnate nella vita pubblica.
«Fino a quando non si superano certi limiti». Nel suo intervento video, Minasi ha spiegato con chiarezza il senso della scelta: «Come tutti noi, perché siamo sui social, riceviamo non sempre messaggi carini. Di solito ci si passa sopra. Fino a quando non si superano certi limiti».
E quei limiti, nel suo caso, sono stati superati quando gli attacchi hanno assunto una matrice sessista.
«Non ho denunciato per i messaggi di morte. Non ho denunciato per ogni tipo di insulto che mi viene fatto. Però su questo non ho inteso non denunciare», ha precisato. Parole che raccontano una soglia personale, ma anche civile: il sessismo non è un’opinione, è un’aggressione.
La violenza che si normalizza
Nel dibattito pubblico italiano, l’insulto è diventato quasi fisiologico. Ma c’è una differenza sostanziale tra la critica, anche aspra, e la violenza verbale che mira a colpire una donna in quanto tale.
Il sessismo non contesta un’idea: delegittima la persona. Riduce l’identità a stereotipo, usa il genere come arma per ferire, umiliare, intimidire.
Quando questo accade, il silenzio non è più una forma di tolleranza: rischia di diventare assuefazione.
L’appello: denunciare per fermare il trend
Nel suo messaggio, la senatrice ha lanciato anche un invito chiaro: «Invito tutte le donne che ricevono messaggi di questo tipo a farlo, per mettere fine a questo trend».
Un appello che va raccolto. Perché la normalizzazione dell’odio digitale passa proprio dall’idea che «tanto succede a tutti» e che denunciare sia inutile o eccessivo.
«Dietro ogni profilo c’è una persona, non c’è un oggetto», ha aggiunto Minasi. Ed è forse questa la frase che riassume tutto. I social non sono uno spazio sospeso dalla realtà: le parole hanno peso, producono effetti, possono ferire profondamente.
Oltre le bandiere
Si può essere d’accordo o in disaccordo con le posizioni politiche di Tilde Minasi. È il sale della democrazia. Ma la violenza psicologica e verbale non è mai accettabile, da qualunque parte provenga e contro chiunque sia rivolta.
Difendere il diritto al rispetto di una donna che denuncia insulti sessisti significa difendere un principio che riguarda tutti: la qualità del confronto pubblico.
Perché la democrazia si misura anche dal linguaggio che utilizza. E il rispetto non è negoziabile.