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30/09/2026 ore 06.30
Cronaca

Trent’anni fa a Varapodio l’omicidio dell’imprenditore Antonino Polifroni, una storia di resistenza civile da custodire

La fermezza con cui si oppose alle richieste estorsive della ndrangheta della piana di Gioia Tauro lo condannò a morte. La sentenza fu eseguita a colpi di arma da fuoco

di Anna Foti

Aveva avviato la sua attività negli anni Settanta nel settore dell’edilizia a Varapodio, nel reggino. La sua bravura di costruttore valse alla sua società una rapida e meritata affermazione per la quale, nella piana di Gioia Tauro, gli veniva chiesto di pagare “pegno”. Ma Antonino Polifroni, che nella vita del lavoro aveva conosciuto la fatica e il valore praticando l’etica, riconosceva solo alla legge dello Stato e della sua coscienza la prerogativa de stabilire delle regole da osservare. Dunque non si piegò alle richieste di pizzo della Ndrangheta. Pago’ la sua integrità subendo intimidazioni, furti e danneggiamenti.

La sua storia, in quegli anni, incarnava anche il mutamento delle modalità con cui la Ndrangheta pretendeva di controllare il territorio, incutendo paura, seminando minacce a chi non foraggiasse il suo arricchimento illecito, sulle spalle del lavoro altrui.

La resistenza civile

La fermezza con cui Nino Polifroni oppose resistenza desto’ la reazione più violenta. Fu vittima di un attentato nel 1992 davanti casa. Rimase ferito ma il potere mafioso non riuscì ad avere il sopravvento. Neppure le successive richieste di rifornirsi di materiale da imprese mafiose o di assumere persone di quell’ambiente, evoluzione della richiesta di pizzo per continuare a mantenere il territorio sotto scacco e ipotecarne ogni libero sviluppo, furono assecondate

La sua condanna a morte fu eseguita il 30 settembre del 1996 a colpi di arma da fuoco. Aveva 49 anni e sei figli.

Il suo e’ tra gli oltre mille nomi di vittime innocenti delle mafie letti ad alta voce ogni anno in occasione del 21 marzo, giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno di Libera.

La sua famiglia lo ricorda con delle borse di studio per le scuole primarie e secondarie di primo grado di Varapodio.

Vittima della Ndrangheta

«Antonino Polifroni, titolare della PoliEdil, un'impresa edile artigiana nata nel 1972 a Varapodio, nella Piana di Gioia Tauro, non paga la mazzetta, si rifiuta di acquistare i materiali dai soliti noti, sceglie le persone da assumere in autonomia senza ascoltare i consigli dei capiclan della zona. E per questo lo intimidiscono. Subisce attentati, danneggiamenti, furti. Resiste, e la sua azienda in poco più di venti anni diventa leader nel territorio, cresce e acquista commesse anche fuori dalla zona e fuori dalla Calabria. Poi l'agguato. Il 30 settembre del 1996, Antonino Polifroni viene ucciso lungo la strada che collega Varapodio a Oppido Mamertina. Il suo corpo viene trovato alle nove del mattino a bordo di un fuoristrada», riportano nel volume “Dimenticati. Vittime di Ndrangheta” i giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro.

La lettera del figlio Bruno

Nel 2016, nel decennale della sua scomparsa, il figlio Bruno gli scrisse questa lettera;

«E sono venti. Pensandoci bene ed escludendo quando gli eventi agiscono contro natura, è logico che prima o poi un figlio raggiunga il padre sotto molti aspetti. Uno di questi è l’età. In quest’anno siamo coetanei. Lui si è fermato per aspettarmi, io da venti corro per raggiungerlo. E ora che è successo posso meditare sulla sua storia da una diversa angolatura: prima d’ora, da figlio cercavo di immaginare il suo punto di vista, da persona ormai matura negli anni, e a come si potesse sentire quando era continuamente vessato dalla ‘ndrangheta. Ora che siamo coetanei, ho riavuto poche settimane fa il coraggio di rispolverare documenti e registrazioni del 1992: volevo risentire e studiare le sue reazioni nei momenti più bui, quando era giornalmente minacciato insieme ai suoi figli e qualche delinquente tentava di estorcergli denaro. Ho riascoltato le sue parole, il suo fiatone nel tentare di mantenere la calma, la tensione nel non sapere fare altro per combattere quel nemico invisibile. Allora i mezzi erano altri e anche le Forze dell’Ordine non avevano gli strumenti che oggi hanno. Li avrebbero presi quei maledetti, ne sono certo. Caro papà, hai avuto coraggio e determinazione, proprio come tutti quanti in questi venti anni hanno scritto. Non so come hai resistito, ma ricordo che a volte ti bastava una parola, un conforto di noi figli e tu proseguivi nella tua idea: “se vonnu sordi, u vannu u zzappanu”…. Certo, senza la tua tenacia, oggi, invece di essere tutti qui a ricordarti ci saremmo occupati solo di vivere una normale giornata di settembre. E spesso ci siamo arrabbiati con te, perché più volte siamo caduti nell’errore di pensare che avremmo preferito fosse così. Ma mentre ti raggiungevo nell’età ho capito che nulla succede per caso e ogni storia ha il proprio significato da mostrare: grazie per averci insegnato a vivere e a farlo da persone libere. Se tu non ti fossi sacrificato per noi, oggi saremmo ancora imprigionati e schiavi di quei delinquenti. Grazie papà».