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30/05/2026 ore 13.00
Cultura

A Trieste si erge Monumentum, l'opera in memoria delle vittime delle Foibe dell'Accademia di Belle Arti di Reggio

Dopo l'anteprima lo scorso febbraio, in occasione del Giorno del Ricordo, ieri sera la cerimonia di consegna dell'opera completa. Il progetto degli studenti reggini Jasmine Iannì e di Giuseppe Sabatino ha vinto la prima edizione del concorso indetto del Mur

di Anna Foti

In un vorticoso e trasparente spazio verticale, corpi bianchi e anonimi sono in caduta libera. Irrompe la Storia nel largo Odorico Panfili a Trieste. L'accademia di Belle Arti di Reggio Calabria completa e consegna definitivamente al Comune, Monumentum, un'opera in memoria delle vittime delle Foibe e dell'esodo giuliano-dalmata, che si fa tempio di memoria, strumento di responsabilità civile e testimonianza di una pagina di atroce violenza e inciviltà. Un richiamo collettivo contro ogni forma di odio e di cancellazione dell’identità di una persona come di un popolo.

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Ieri sera la cerimonia di inaugurazione dell'opera adesso custodita in un cilindro monumentale del diametro di circa 3 metri e alto 6, costruito mediante lastre in plexiglas trasparente.

A Trieste, oggi capitale della regione autonoma del Friuli-Venezia Giulia e un tempo (fino alla fine della Seconda Guerra mondiale) città della Venezia Giulia divisa tra Italia, Slovenia e Croazia e allora teatro dei massacri delle foibe, con questa installazione l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria rappresenta la tragedia della persecuzione degli italiani da parte dei partigiani slavi dopo l’Armistizio del 1943 e richiamando alla cura della memoria delle vittime.

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Si completa così il percorso che, con una suggestiva perfomance che lo scorso febbraio, in occasione del Giorno del Ricordo aveva segnato una sua tappa importante nella presentazione dell'anteprima dell'opera che adesso «resterà almeno per tutto l'anno in largo Odorico Panfili. Sarà poi il comune di Trieste a disporre eventuali nuove collocazioni», spiega il direttore dell'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, Piero Sacchetti che si dice molto soddisfatto di questo progetto ed emozionato per la cerimonia di ieri sera.

Con lui a rappresentare l'istituzione culturale reggina a Trieste, anche i docenti Rosita Commisso (che ha supervisionato il video dedicato all'opera realizzato dalla studentessa Maria Carmela Macrì) e Davide Negro, il direttore della Ragioneria Carmelo Grandinetti e la studentessa Jasmine Iannì che ha realizzato l'opera insieme al collega Giuseppe Sabatino, sotto la guida dei professori Luigi Citarrella, Francesco Scialò, Pietro Colloca e Saverio Manuardi.

L’installazione è stata il frutto di un’idea progettuale sul tema delle Foibe premiata con il primo posto al concorso nazionale indetto lo nel 2024 dal Ministero dell’Università e della Ricerca e rivolto alle istituzioni dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (Afam), per i vent'anni del Giorno del Ricordo istituito con legge nel 2004.

Il prima edizione del concorso vinta a Reggio

Per la prima edizione, vinta dall'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, l’installazione è stata collocata a Trieste, città simbolo dell’esodo giuliano-dalmata. La seconda edizione, prevede l'installazione dell’opera vincitrice a Venezia, altro luogo profondamente segnato dalla presenza delle comunità degli esuli istriani, fiumani e dalmati.

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Durante la cerimonia, con il prefetto di Trieste Giuseppe Petronzi, con Claudio Giacomelli, capogruppo di Fratelli d'Italia in Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giuli il presidente del consiglio comunale di Trieste, Francesco Panteca, delegato dal sindaco Roberto Dipiazza impossibilitato a partecipare per motivi di salute, Gian Paolo Dolso, direttore del dipartimento di Scienze giuridiche, del linguaggio, dell'interpretazione e della traduzione dell'università degli studi di Trieste, e con Fabio Tognoni, vicepresidente Federsuli e dell'associazione delle comunità Istriane, da remoto è intervenuta anche Lavinia Monti, dirigente del ministero dell'Università e della Ricerca.

«Ricordare il dramma delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata significa custodire una ferita profonda della nostra storia e trasformare la memoria in una responsabilità condivisa. L’arte, attraverso il suo linguaggio universale, possiede una forza straordinaria: parla a tutti, supera i confini del tempo e rende visibile ciò che rischia di scivolare nell’oblio. Per questo rappresenta uno strumento essenziale di Memoria, ma anche un veicolo di pace e di speranza, capace di dialogare soprattutto con le nuove generazioni», aveva dichiarato la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini in occasione del Giorno del Ricordo, lo corso febbraio, richiamando l’opera dell’accademia di Belle Arti reggina.

La visione e l’ispirazione di Monumentum

«All’interno di questa struttura, che simbolicamente rappresenta la foiba, intesa come abisso fisico e morale – si legge nella scheda dell’opera redatta dall’Accademia di Belle Arti di Reggio – sono incastonate figure a grandezza naturale realizzate in resina, perfettamente sagomate e inserite negli incavi delle lastre. I corpi sembrano sospesi in una caduta perpetua, fissati in una dimensione fuori dal tempo, a evocare il tragico destino delle vittime.
Il plexiglass, materiale freddo e trasparente, si fa metafora dell’invisibilità storica a cui queste vicende sono state a lungo condannate. La trasparenza permette allo spettatore di guardare attraverso, costringendolo a confrontarsi con l’assenza, la memoria e la verità che lentamente si fa visibile.
I corpi scolpiti nella resina, densi, drammatici, espressivi nella loro immobilità, raccontano una narrazione silenziosa, quella dei civili italiani infoibati durante e dopo la seconda guerra mondiale. Le posture, tese e spesso contorte, trasmettono una tensione che si traduce in un grido muto, un’invocazione al ricordo e alla consapevolezza.
L’intera composizione non mira alla spettacolarizzazione del dolore, bensì a stimolare una partecipazione attiva e rispettosa da parte dell’osservatore, che si trova a percorrere con lo sguardo, e idealmente con il corpo, l’abisso della storia. Il vuoto centrale del cilindro, inaccessibile e verticale, è lo spazio simbolico della memoria che inghiotte, ma al contempo conserva e restituisce senso.
L’opera vuole essere un monumento non celebrativo, ma interrogativo: una forma aperta, trasparente, che richiama il dovere del ricordo non solo come gesto commemorativo, ma come atto di responsabilità collettiva.
In un tempo in cui la memoria storica rischia di affievolirsi, l’installazione si propone come strumento educativo e civico, rivolto alle nuove generazioni, affinché la tragedia delle foibe, e con essa ogni forma di odio, violenza e cancellazione identitaria, non venga dimenticata».