A TU PER TU | I Bronzi di Riace tra omissioni e distorsioni, Castrizio mette un punto: «Serve una narrazione seria, non copie da Disneyland» - VIDEO
Parlare dei Bronzi di Riace, è impossibile rimanere in superficie. Non tanto per la complessità dei temi, quanto per la forza del pensiero, in questo caso, del nostro interlocutore. Archeologo, docente, numismatico e tra i massimi esperti dei Bronzi, Daniele Castrizio si racconta negli studi de ilReggino.it in un’intervista che tocca il cuore di una questione scientifica, identitaria e culturale cruciale: quella della giusta narrazione del patrimonio. Con una chiarezza fuori dal comune e un impegno che dura da decenni, Castrizio spiega perché è urgente cambiare rotta e restituire verità e profondità a uno dei simboli più importanti della Calabria.
«L’archeologia non è vendere pentole. È public history»
«Nessuno riuscirà mai a farmi parlar male del direttore Sudano», chiarisce subito Castrizio, rivendicando un’alleanza scientifica e umana con l’attuale guida del Museo Archeologico di Reggio Calabria. Il problema, piuttosto, «sta a Roma», nella Direzione Generale Musei e nella figura del professore Massimo Osanna, accusato da Castrizio di proporre «una narrazione imposta e monodirezionale».
Una delle uscite più controverse di Osanna, per Castrizio, riguarda il paragone tra i Bronzi e le recenti scoperte in Toscana. «È come mettere la Gioconda accanto alle statuette di Padre Pio», dice. «Entrambe sono importanti, ma non sono comparabili».
«Se capisco, amo. Se amo, proteggo», dice Castrizio. Ma oggi la comunicazione dei Bronzi è dominata da una logica che esclude lo studio critico «Non basta dire “V secolo a.C.”. Bisogna raccontare il mito, il simbolo, l’intento di chi ha scolpito». E sui Bronzi, aggiunge, «esistono più teorie scientifiche, da spiegare e confrontare», ma il Ministero ne ha sposata una soltanto.
Castrizio non usa mezzi termini sulle due copie colorate esposte: «La prima si ispira alla mia teoria senza citarla, la seconda è un putiferio». Il problema, spiega, non è avere opinioni diverse, ma «imporre senza confronto». E i social non sono il luogo della scienza: «Il fruttivendolo o il medico possono avere intuizioni, ma non possono sostituirsi al metodo scientifico».
Siracusa e il “bronzo siciliano”? Una polemica sterile
Dalla Sicilia, alcuni sostengono che i Bronzi siano siracusani. Ma Castrizio chiarisce: «Le analisi sono state fatte su un braccio non originale», probabilmente romano. E lo dice direttamente il professore Lino Cirrincione, autore dello studio. «Va benissimo che siano stati restaurati a Siracusa. Ma furono fusi ad Argo. E la paternità non si assegna a colpi di post».
«Non mi interessa vendere la mia teoria», ribadisce, ma difendere la scientificità del metodo: «Il bronzo come “Gelone nudo” non ha riscontri iconografici. E Madèddu, che pure mi sta simpatico, non ha una pubblicazione scientifica. È come voler giocare in Serie A senza passare dai campionati regionali».
Nel nuovo volume curato da Laruffa Editore, Castrizio presenta dati inediti: «Una statua trovata ad Argo nel 1991 ha la stessa terra di fusione dei Bronzi». E secondo l’archeologo Antonio Corso, i Bronzi sono addirittura opera di Pitagora di Reggio. Non solo: «Abbiamo trovato anche un bronzetto a Roma che raffigura esattamente i due Bronzi», dimostrando che erano noti come gruppo statuario già in epoca imperiale.
Castrizio non nasconde l’amarezza per un Ministero assente, che ha «fatto sparire una app funzionante e gratuita» e spende in progetti calati dall’alto. «In Italia oggi fai ricerca coi tuoi soldi. E se provi a innovare, ti isolano».
Un appello al Ministero: «Serve un cambio di passo»
La chiusura è un messaggio diretto alla politica: «Basta con le cordate e gli archeologi che non rischiano mai. L’intelligenza artificiale vi sostituirà. Serve un’archeologia emozionale, viva, accessibile». E ancora: «Se l’Italia non cambia approccio, rischia di perdere la sua storia». Parola di chi ai Bronzi ha dedicato la vita, e che non smetterà mai di raccontarli, studiarli, amarli.