Domenico Minuto, l'uomo che si sentiva greco in Calabria: l'Aspromonte come destino, la lingua come amore
Un'esistenza immersa tra le pietre dell'Aspromonte e le parole antiche del grecanico, dove fanno identità, memoria e appartenenza si respiro quotidiano e visione senza tempo: «Per un calabrese la Grecia è la madre e attraverso la lingua noi andiamo alla madre»
C'è un filo profondo che tiene insieme la vita e il pensiero di Domenico Minuto, ed è un filo che passa dalle pietre dell'Aspromonte grecanico alle parole antiche della lingua greca di Calabria, fino a diventare identità vissuta. Non uno studio freddo, non una ricerca distante: nel suo percorso tutto nasce da una relazione intima, costruita nel tempo, sedimentata tra ricordi d'infanzia, cammini, incontri.
La montagna arriva prima di ogni scelta. Prima dei libri, prima delle pubblicazioni. «Ci sono andato quando avevo un anno, un anno e mezzo». È un legame che precede la memoria, che si alimenta nei racconti familiari, nelle figure dei pastori, nei nomi evocati come presenze. L'Aspromonte, per il professore Minuto, è da subito luogo di immaginazione e di ascolto: «La voce degli alberi col vento mi sembrava la voce di popoli in cammino». Racconta questa immagine poetica all'amico camminatore Alfonso Picone Chiodo, in un'intervista di qualche anno fa. Dentro, nel complesso, c'è già tutto: la montagna come archivio vivente, come spazio attraversato dalla storia.
Negli anni quel rapporto simbiotico con la montagna diventa abitudine, quasi necessità. Le escursioni con il padre, i soggiorni a Gambarie, i percorsi verso Polsi, fino alle passeggiate solitarie durante gli studi universitari. «Io il giorno scappavo in montagna». Uno scappare che non è fuga, è ritorno. È il bisogno di ritrovare un equilibrio che altrove sfugge. È essere non greco “di” Calabria, ma “in”. A spingerlo «Sono state voci di dentro», racconta. Una leva che nasce da emozioni lontane, da immagini infantili che riaffiorano e trovano compimento negli studi. L'Aspromonte grecanico diventa così il luogo in cui storia, spiritualità e paesaggio si intrecciano senza separazioni.
Negli anni Sessanta, quando inizia le sue esplorazioni, quella montagna è ancora abitata. Pastori, sentieri, ruderi, comunità. Minuto la percorre con curiosità e rispetto, raccogliendo tracce prima che scompaiano. Fotografie, appunti, misurazioni improvvisate. È un lavoro che va oltre la ricerca: è una forma di custodia che oggi si fa patrimonio di inestimabile valore.
E dentro questa relazione prende corpo il tema centrale della sua vita: la lingua. «La lingua – raccontava - mi pare che sia triplice». C'è quella globale, quella quotidiana e poi quella minoritaria, che non serve a comunicare, ma a sentire. «La vogliamo per amore, amore verso parole che ci parlano un nostro mondo». Il greco di Calabria, nella sua visione, è questo: una porta aperta sulla memoria, un modo per abitare il proprio passato.
Parole spesso intraducibili. Se in italiano utilizziamo la parola “imbronciato”, «Nel nostro dialetto diciamo “mmuntunatu”», racconta, evocando un gesto, una postura (quella del Montone), una sensazione che l'italiano non riesce a contenere. La dimostrazione che ogni lingua custodisce un mondo irripetibile.
Irripetibile come per sempre sarà la Grecia. Non come riferimento geografico moderno, ma come radice emotiva. «Io ho bisogno della Grecia perché mi sento greco». Una dichiarazione d'amore, di sentimento viscerale che va oltre ogni definizione accademica. «Per un calabrese la Grecia è la madre e attraverso la lingua noi andiamo alla madre»: un'appartenenza dolce che attraversa i secoli, che vive nei suoni, nei gesti, nei paesaggi.
Non a caso, tra tutti i riconoscimenti ricevuti, quello più caro resta la cittadinanza onoraria legata a Gallicianò, cuore della grecità calabrese oggi appartenente al comune di Gallicianò. Un legame che racconta più di qualsiasi titolo: il territorio che riconosce uno dei suoi interpreti più autentici. Ma come Gallicianò, il suo amore si estendeva anche a tutti quei borghi scomparsi nel tempo, ma vivi e resilienti nella memoria. Borghi che, nonostante tutto, nonostante la morte, continuano a vivere. Tra i suoi racconti si confronta anche un'immagine potente, quasi simbolica. Agli studenti provenienti da tutto il mondo per scoprire questa enclave greca di Calabria, raccontava l'esempio della rondine rossiccia, estinta – o meglio scomparsa - altrove e ancora presente ed addirittura in crescita in un unico luogo: a Roghudi Vecchio. È la stessa traiettoria della lingua greca di Calabria: fragile, marginale, eppure viva. Capace di resistere nei luoghi più esposti, tra le pietre e il silenzio dell'Aspromonte.
C'è infine una consapevolezza che attraversa tutto il suo pensiero: le lingue cambiano, si trasformano, continuano a vivere proprio perché si muovono. «Questa è la vita». E dentro questa trasformazione resta qualcosa che non si perde: la capacità di aprire “precipizi di storia”, di collegare il presente a una memoria millenaria.
Domenico Minuto ha attraversato tutto questo senza mai separare studio e vita. L'Aspromonte non come oggetto di ricerca ma presenza costante e accompagnatrice. La lingua non come materia di analisi, ma esperienza viva e quotidiana. E la grecità non una mera etichetta globalista, ma una condizione dell'anima.
La Calabria Greca oggi saluta uno dei suoi amanti più passionali, di cui resterà sempre viva questa immagine: un uomo che, tra i monti dell'Aspromonte, poteva a sentirsi altrove senza mai andarsene davvero. «La Grecia ci sovrasta e noi siamo contenuti di essere sovrastati». Una sovrastazione d'amore dentro la quale è contenuto il senso di un'esistenza intera, vissuta in equilibrio tra appartenenza e memoria, tra terra e radici profonde. Jàsu, Mimmo!