Il caso “Tiro al piccione”, quando la cronaca incontra la letteratura e conquista la scena mediatica
Sequestrato nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, il volume di Giose Rimanelli riporta sotto i riflettori uno scrittore scomodo, emigrato negli Stati Uniti, riscoperto di recente dall’editore calabrese Rubbettino, con la curatela della studiosa reggina Anna Maria Milone
La letteratura conquista, a volte, la grande scena mediatica per vie indirette e inaspettate. Attraverso percorsi insoliti e sorprendenti. Così è stato per il romanzo “Tiro al piccione” di Giose Rimanelli, al centro della cronaca nera nazionale, attenzionato dai grandi giornali e dalle televisioni per essere entrato nel giallo molisano della ricina. Un mistero che non trova al momento colpevoli né moventi, ma che ha visto, nel periodo di Natale 2025, due donne, Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, uccise dal veleno, a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Una vicenda con tutte le caratteristiche per essere sin da subito “caso mediatico”. E, di recente, le indagini hanno portato gli inquirenti a perquisire lo studio di Gianni Di Vita e a sequestrare alcuni oggetti: la memoria di un computer, un cellulare e, appunto, il libro.
L’autore, Rimanelli, è nato nel 1925 a pochi chilometri da Pietracatella, a Casacalenda, sempre in provincia di Campobasso; a diciannove anni, nel 1943, stretto nella vita asfittica e senza speranza del paese, risale la penisola con i camion dei tedeschi, finendo poi per entrare a far parte della Repubblica di Salò non per politica ma per avere salva la vita. Da quell’esperienza è nato “Tiro al piccione”, un romanzo crudo, sofferto, violento, frainteso da molti al suo apparire, pubblicato dopo varie vicissitudini editoriali nel 1953 da Mondadori, grazie a Elio Vittorini, divenuto film per la regia di Giuliano Montaldo nel 1961.
Ma l’ostracismo culturale portò Rimanelli a lasciare l’Italia per gli Stati Uniti, dove ha realizzato con successo la sua carriera letteraria e dove è morto nel 2018, a Lowell, nel Massachussets. Uno scrittore geniale e scomodo, dunque, riscoperto in Italia in questi anni, grazie all’editore calabrese Rubbettino che di Rimanelli ha ripubblicato, oltre a “Tiro al piccione”, anche “Una posizione sociale” e “Peccato originale”, tutti con post-fazione della studiosa reggina Anna Maria Milone.
Pare che gli investigatori abbiano attenzionato e poi sequestrato il volume perché sottolineato in alcuni passaggi relativi a vicissitudini sentimentali del protagonista. Di Vita sostiene di averlo avuto in prestito, prendendo così le distanze dai brani in questione. Ma al momento non è dato sapere se questo basta agli inquirenti come risposta o se invece “leggono” altro tra le righe del romanzo. Fatto sta che un “superpoliziotto” come l’ex pm Antonio Di Pietro, anch’egli molisano, chiamato a esprimere il suo parere sul sequestro, ha commentato alla sua maniera: “Che c’azzecca il libro?”.
Ma la cronaca vive, logicamente, di attimi in sequenza, di piste che nascono e muoiono, di percorsi investigativi in continuo divenire. E “Tiro al piccione”, come inusuale elemento investigativo, dentro quell’attimo trova spazio e pure dissolvenza. Ma come straordinario romanzo ha vita propria che si nutre della bellezza della letteratura. La cronaca non può essere che un’altra occasione di riscoperta. «La casualità che ha portato “Tiro al piccione” in questa vicenda aggiunge un’altra riga al destino di quest’opera, segnata da una tribolata vita editoriale e da sempre al centro di letture fraintese. Il confine molto labile tra autobiografia e ispirazione biografica che ha contraddistinto la scrittura di Rimanelli, ha portato lo scrittore negli anni Cinquanta al centro di un dibattito sul suo coinvolgimento personale nella questione politica, di per sé molto controversa, dell’Italia del secondo dopoguerra» spiega Anna Maria Milone, autrice della monografia su Rimanelli “La valigia è vuota” (editore Castelvecchi), che facendo riferimento ai tormentati esordi del romanzo aggiunge: «Il caso letterario di “Tiro al piccione”, il successo del romanzo, anche nelle sue traduzioni in inglese e spagnolo, hanno fatto incursione nella sua storia personale: Rimanelli, pubblicista del giornale conservatore “Lo Specchio” sotto lo pseudonimo A.G. Solari, è dunque un Repubblichino come sembra essere il suo convincente alter-ego Marco Laudato, protagonista di “Tiro al piccione”?
Il romanzo è vittima di una lettura politica tracciata da Calvino e Natalia Ginsburg, invece Rimanelli ha una vocazione scritturale che trova ragione solo in sé stessa. Lo scrittore racconta per creare una memoria dell’identità delle radici, delle storie dell’Italia meridionale dilaniata dall’emigrazione e dalla povertà. Il fascino di questa letteratura non è politico ma sociale e Marco Laudato racconta di come sia difficile crescere e camminare per il mondo con la genuinità dei ragazzi: la verità di “Tiro al piccione” e di Giose Rimanelli è intima e priva di doppie letture». Uno scrittore originale, in grande misura moderno, interessante per la dimensione artistica e umana, riscoperto in questi anni dall’editore Rubbettino, con la curatela di Anna Maria Milone, riproposto con eventi nelle scuole proprio in Molise a Casacalenda e, magari, proprio per questo finito sulla scrivania di Di Vita e nei rivoli di un’indagine densa di misteri.