Il passato che non passa: il Calabrie Fes Festival chiude la sessione storia
Appuntamento con la sessione “economia” a giugno
Il passato che non passa non è un’espressione evocativa: è una chiave di lettura. È da questa consapevolezza che si è chiusa ieri, 5 febbraio, allo Spazio Open di via Filippini a Reggio Calabria, la seconda e ultima giornata della prima sessione del Calabrie Fes Festival, dedicata alla Storia. Un passato che ritorna, che insiste, che continua a produrre effetti nel presente, come le scosse lunghe e profonde dei grandi “tremuoti” del 1783, al centro del confronto di questa due giorni.
La memoria, però, non è stata celebrata come semplice ricordo, ma interrogata come strumento critico per comprendere le radici delle fratture sociali, economiche e culturali della Calabria contemporanea. È in questo solco che si è inserito l’intervento conclusivo della storica Maria Barillà, davanti a un pubblico numeroso e partecipe, protagonista di un dibattito finale intenso e sentito.
Il saluto di apertura e il ricordo di Marta Petrusewicz
Ad aprire l’incontro è stato Gianni Votano, portavoce dell’Osservatorio Da Sud, che ha richiamato il filo conduttore della sessione storica e il tema centrale della giornata: «Oggi tratteremo l’argomento che ieri il professore Crisci aveva accennato, ossia il terremoto del 1783 che è stato un grande discrimine nella storia della Calabria dal punto di vista geologico, ma lo è stato anche per quanto riguarda le conseguenze economiche e sociali».
Votano ha poi presentato la relatrice, ricordando il percorso di Maria Barillà, storica free-lance, allieva di Angelo D’Orsi, docente di storia contemporanea e studioso del pensiero gramsciano, coautrice del saggio “Quando la ’ndrangheta scoprì l’America” e consulente scientifica in numerosi lavori realizzati con Nicola Gratteri e Antonio Nicaso.
Il suo intervento si è aperto con un momento per ricordare la scomparsa, avvenuta il giorno precedente, di Marta Petrusewicz, tra le più autorevoli studiose di storia economica e sociale delle periferie europee che ha dedicato la sua competenza alla Calabria: «Per noi che cerchiamo di promuovere la storia è un giorno un po’ delicato. I suoi testi sono stati per me e per tanti studiosi, dei punti di riferimento».
Comprendere il passato per interrogare il presente
Nel suo intervento, Maria Barillà ha voluto a sua volta ricordare Petrusewicz, sottolineando il vuoto lasciato nello scenario culturale non solo calabrese ma internazionale, e spiegando come uno dei suoi saggi più importanti, Latifondo, fosse già parte integrante del percorso preparato per l’incontro. Da qui l’avvio di una riflessione metodologica che ha affondato le radici nella lezione di Marc Bloch: “Un motto in sintesi domina e illumina i nostri studi: COMPRENDERE”.
Un verbo che Barillà ha intrecciato con una frase utilizzata da Gianni Votano per presentare il Festival – “conoscere il passato, comprendere il presente, lavorare per il futuro” – sottolineando che il passato non va solo conosciuto, ma compreso, riletto, interrogato con domande sempre nuove. Perché, come ricordava Benedetto Croce, la storia è sempre storia contemporanea.
Il 1783 come spartiacque: l’occasione mancata
Il cuore dell’intervento è stato dedicato ai terremoti del 1783 come evento spartiacque non solo naturale, ma politico, economico e sociale. Barillà ha chiarito come l’autentico discrimine non siano state solo le scosse, ma il periodo compreso tra il 1784 e il 1796, gli anni della Cassa Sacra.
Un’occasione mancata, forse la più grande per la Calabria. Un fallimento che diede origine a quella che già in epoca borbonica veniva percepita come questione calabrese, poi confluita nella più ampia questione meridionale.
Il contesto era quello dell’Illuminismo, della Napoli di Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo Lorena, una capitale culturalmente vivacissima, animata da economisti, giuristi, filosofi e agronomi – da Antonio Genovesi a Gaetano Filangieri – consapevoli dell’arretratezza feudale dei territori del Regno, Calabria in primis.
La “provvida sventura” e l’esperimento della Cassa Sacra
Il terremoto del 5 febbraio 1783 – “come oggi, esattamente 243 anni fa” – fu vissuto come un flagello divino, un’esperienza apocalittica. Ma per alcuni riformatori divenne anche una provvida sventura: l’occasione per tentare l’attuazione di un ambizioso progetto di modernizzazione.
La Calabria divenne un gigantesco laboratorio di ingegneria economico-sociale. Il maresciallo Francesco Pignatelli fu inviato come vicario generale del re a Monteleone, l’attuale Vibo Valentia, per avviare un piano che puntava a creare una classe di piccoli proprietari contadini, redistribuendo le terre sottratte agli enti ecclesiastici: una riforma agraria rivoluzionaria.
La Cassa Sacra, istituita il 4 giugno 1784, avrebbe dovuto finanziare la ricostruzione e favorire una riforma profonda dell’assetto fondiario. Ma il metodo scelto – le aste fiscali con accensione di candela vergine (che prevedevano che quando la candela si estingueva le offerte dovevano cessare) – si rivelò disastroso. I contadini senza terra non ebbero alcuna possibilità di accesso, ha rincarato la Barillà, e il risultato fu l’ulteriore accentramento della proprietà.
“Incastonare diamanti sul fango”
Emblematica, nella ricostruzione della ricercatrice, la figura di Luigi de’ Medici, inviato in Calabria nel 1790, che sintetizzò il senso del fallimento con una frase rimasta celebre: “In Calabria abbiamo tentato di incastonare i diamanti sul fango”. Un tentativo di accelerazione della storia senza le necessarie precondizioni: strade inesistenti, comunità fragili, un territorio non preparato a sostenere riforme tanto ambiziose. Un fallimento che, come mostrano gli studi imprescindibili di Augusto Placanica, segnò in profondità il destino della regione.
Dal latifondo alle lotte per la terra: il passato che non passa
Il viaggio ha quindi attraversato i secoli, collegando il fallimento della Cassa Sacra alla formazione dei grandi latifondi, fino alle lotte contadine del Novecento: i fatti di Casignana del 1922, la strage di Melissa nel secondo dopoguerra, il sangue versato per un diritto elementare, “la terra a chi la lavora”.
La citazione dell’articolo “Sangue sul latifondo”, pubblicato sull’Avanti! il 1° novembre 1949 da Ferdinando Santi, ha restituito con forza la drammaticità di una condizione che sembrava non mutare: “Un diritto medievale di proprietà è più forte del diritto al pane”.
Persistenze antropologiche e città da rifondare
Barillà ha infine affrontato il tema delle persistenze antropologiche: la frammentazione delle comunità, la paura del cambiamento, il rapporto degenerato con il sacro, la tendenza a percepire il territorio come risorsa da sfruttare e non da custodire.
In questo quadro si inserisce anche la rifondazione urbana di Reggio Calabria dopo il terremoto, affidata all’ingegnere Giovan Battista Mori, con un impianto razionalistico, antisismico, aperto al mare. L’abbattimento delle mura, la nascita della strada marina e dello “stradone” – oggi corso Garibaldi – come luoghi di incontro e di comunità, rappresentarono un potente invito al cambiamento.
L’intervento si è concluso con un dibattito molto partecipato, nel quale il pubblico ha dialogato con la relatrice, intrecciando domande, riflessioni e testimonianze personali. Un confronto vivo, segno che il passato, quando viene interrogato a fondo, continua a parlare.
Il Calabrie Fes Festival continua
Il Calabrie Fes Festival, promosso da Osservatorio Da Sud con Spazio Open, Med Media e il quotidiano culturale CULT – Cultandsocial.it come media partner, tornerà nei prossimi mesi con le altre sessioni tematiche.
Dal 23 al 25 giugno 2026 si svolgerà la sessione dedicata all’Economia, intitolata “Economie per un futuro diverso”, con ospiti come Gabriele Guzzi, Pasquale Tridico, Luciano Modica, Giorgia Falco, Viola Quida, Massimo Barilla, Francesco Biacca e Alessandro Messina.
Dal 22 al 24 settembre 2026 sarà la volta della Filosofia, con il titolo “Comprendere la morte per vivere appieno una vita”, e la partecipazione di Marco Guzzi, Frédéric Vermorel e Annamaria Anselmo.