Sezioni
06/04/2026 ore 06.30
Cultura

Il ritorno alla vita di Lazzaro, il miracolo con cui Gesù vinse la morte prima di risorgere

VIDEO | Il quadro del pittore napoletano Francesco De Mura, ispirato al racconto evangelico di Giovanni, è esposto al museo diocesano monsignor Aurelio Sorrentino di Reggio

di Anna Foti

Attribuito al pittore napoletano Francesco De Mura, allievo del più noto Francesco Solimena, e risalente al terzo decennio del Settecento, è tra le opere più importanti museo diocesano monsignor Aurelio Sorrentino di Reggio Calabria. Si tratta del dipinto raffigurante “La resurrezione di Lazzaro”, che rievoca l’ultimo dei segni che annunciano l’evento della morte e Resurrezione di Gesù, ritenuto il momento culminante della sua rivelazione al mondo. L’episodio è narrato nel solo vangelo di Giovanni.

«L'attribuzione del dipinto si deve allo storico dell'arte Nicola Spinosa - racconta Lucia Lojacono, direttrice del museo diocesano monsignor Aurelio Sorrentino di Reggio Calabria - che rintracciò sul mercato antiquario il bozzetto. L'ipotesi nel tempo è stata accolta dagli studiosi che si sono occupati dell'opera. Non conserviamo documenti d'archivio che ne parlino e che ne attestino la committenza. Si sa per certo che il dipinto giunse a Reggio nel 1860 per volontà del vescovo Leone Ciampa che lo donò alla cattedrale.

Lazzaro vive nel villaggio di Betania, vicino a Gerusalemme ha due sorelle Marta e Maria. C'è un rapporto di amicizia e prossimità con Gesù. E quando Lazzaro muore, Marta e Maria, due figure che nei Vangeli in qualche modo vengono assimilate l'una alla vita attiva, l'altra alla vita contemplativa, chiamano Gesù perché possa in qualche modo intervenire. Gesù giunge dopo quattro giorni e compie il miracolo. Lazzaro viene fuori, ci racconta Giovanni nel suo Vangelo al capitolo 11. Secondo la tradizione giudaica - racconta ancora la direttrice del museo diocesano reggino, Lucia Lojacono - l'anima rimaneva nei pressi del corpo ancora tre giorni e al quarto giorno l'abbandonava. Un elemento, questo che enfatizza l'importanza e il potere di Gesù che vince completamente la morte, giungendo il quarto giorno».

Il dipinto proviene dall'antica cattedrale del Duomo di Reggio Calabria ove si trovava, secondo quanto riportato nelle guide ottocentesche, nel presbiterio. Il tratto di Francesco De Mura ha il pregio di rievocare con dovizia di particolari il racconto del Vangelo di Giovanni.

«Francesco De Mura esprime una assoluta fedeltà proprio al dettato Evangelico. Così in basso - descrive Lucia Lojacono, direttrice del museo diocesano monsignor Aurelio Sorrentino di Reggio Calabria - si vede la pietra rimossa dal sepolcro davanti alla figura di Lazzaro. E ancora Giovanni parla del fetore che promanava dalla tomba e allora sulla destra c'è un personaggio che si tura il naso con estremo realismo. Poi la presenza delle due donne, le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria. L'una in piedi accanto a Gesù e l'altra punto inginocchiata ai suoi piedi.

Ancora Lazzaro colto proprio nell'attimo in cui sta riprendendo vita, liberandosi i polsi e scoprendo il capo avvolto nel sudario. Attorno lo stupore e in basso anche un animale, un cagnolino, che accende sempre l'attenzione dei bambini quando visitano il museo. È proprio uno di questi bambini ci fece notare che questo cane ha la coda tra le gambe, quasi ad evidenziare - e solo i bambini sanno cogliere al meglio questi particolari - anche la sua partecipazione emotiva alla eccezionalità del momento. Questi particolari di estremo realismo e anche emotivamente forti convivono anche con una assunzione di forme anche dal passato».

L'opera è collocata nell'aula didattica nella sezione del museo denominata anteprima di una pinacoteca diocesana. «In quello spazio espositivo - spiega ancora la direttrice del museo diocesano reggino, Lucia Lojacono – vi sono anche altre due tele provenienti dall'antica cattedrale. Una raffigura il miracolo della colonna ardente di San Paolo, l'altra è una pala d'altare che raffigura i santi, Michele Arcangelo, San Martino di Tours e San Giovanni di Matha, anch'essa una pala di fine settecento. Nell'angolo a sinistra ci sono due tele che provengono dal territorio. L'una di provenienza sconosciuta, raffigurante un'Immacolata con San Giuseppe e San Francesco da Paola, e l'altra una statua che raffigura San Giuseppe affidataci in deposito temporaneo da don Ivan Iacopino dalla chiesa di Brancaleone.

Il museo diocesano infatti, quando una chiesa non è provvista di sistema anti intrusione o temporaneamente non vi si celebra, accoglie beni e li espone. La tutela delle opere viene, cioè, temporaneamente affidata a noi.

Il museo diocesano reggino sorge nell'ala di fine Settecento dell'antico palazzo arcivescovile. Con il terremoto del 1783 crollò il palazzo cinquecentesco. Sullo stesso sito venne riedificato il nuovo. Questa, che accoglie al pianterreno il museo diocesano e al primo piano l'archivio storico diocesano, è l'ala di fine settecento che ha resistito al terremoto del 1908. Quindi, lo stesso contenitore del museo costituisce un'emergenza architettonica di pregio che meriterebbe anche sa sola attenzione»,conclude Lucia Lojacono, direttrice del museo diocesano monsignor Aurelio Sorrentino di Reggio Calabria.