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17/06/2026 ore 21.00
Cultura

Il tempo del male, Santo Gioffrè racconta quarant’anni di ferite e la Calabria che cerca riscatto

A Palazzo Alvaro la prima nazionale del libro edito da Castelvecchi con il confronto con il procuratore Stefano Musolino. Un'opera che mette al centro faide, memoria, potere ed il difficile percorso verso una diversa idea di comunità e bene comune

di Silvio Cacciatore

C'è una Calabria che nei decenni ha imparato a convivere con il dolore, con le ferite lasciate dalle faide, con la violenza che ha segnato intere comunità e con quelle domande che spesso restano senza risposta. È dentro questo universo che si muove Il tempo del male, il nuovo romanzo di Santo Gioffrè, presentato in prima nazionale a Palazzo Alvaro, sede della Metrocity di Reggio Calabria, in un confronto con il procuratore aggiunto della Dda Stefano Musolino moderato dalla giornalista di LaC News24 e del Reggino.it Elisa Barresi.

Ad aprire l'incontro sono stati i saluti istituzionali del sindaco metropolitano facente funzioni Carmelo Versace, seguiti dagli interventi di Arturo Crea, presidente del Centro Studi “Il Chirone”, e di Antonino Malara, presidente del Dopolavoro Ferroviario Reggio Calabria, che hanno sottolineato il valore culturale e civile dell'iniziativa.

Un libro che racconta quarant'anni di storia attraverso la vicenda di un medico di famiglia, ma che finisce per diventare anche il racconto di una generazione e di una terra. «È una storia vissuta da tanti calabresi perché è la nostra storia - spiega Gioffrè -. Ma poi di alcuni calabresi diventa una storia di solitudine, di perdita, di smarrimento, perché non riescono più a capire bene quali sono i canoni che reggono i rapporti tra gli uomini e le persone. Io racconto quarant'anni di storia dentro questo romanzo, di un medico, di famiglia, ma che dentro di sé ha portato sempre un male oscuro, fino all'ultimo».

Quel male oscuro è il filo che accompagna il protagonista lungo tutta la sua esistenza. Un'ombra che si intreccia con la storia della Calabria più difficile, quella delle faide e del sangue.

«Il tempo del male è il tempo della faida, che è un argomento che sfugge normalmente», osserva l'autore. «Si parla di faida, di guerra tra famiglie, ma che cosa è stata una faida per esempio in un paese degli anni Sessanta? Spesso una famiglia poteva essere mafiosa e l'altra no. Per cui là c'era una scelta da fare: rispondere con la stessa violenza e garantirsi il diritto all'esistenza oppure andarsene». Dietro quelle scelte, spiega Gioffrè, si nasconde «un mondo infinito di sofferenze e di tragedie», fatto di vite reali e di giovani travolti da eventi più grandi di loro.

Una lettura condivisa anche dal procuratore Stefano Musolino che, dialogando con l'autore, individua nel protagonista del romanzo la rappresentazione di una normalità ferita. «Una delle cose più apprezzabili di questo libro è che tutto questo passa attraverso un personaggio tutto sommato normale - afferma il magistrato -. È questo medico che affronta la storia della sua vita, segnata, come è capitato a moltissimi di noi, da un omicidio di una persona che conosceva bene. Una cosa che segna la sua vita e che in qualche maniera diventa anche un alibi dietro il quale nasconde frustrazioni e amarezze».

Nel romanzo la violenza continua ad affacciarsi come risposta possibile. Una tentazione che nasce dentro un contesto sociale immobile e chiuso. «C'è un contesto sociale isolato, dove niente cambia, dove niente sembra possa cambiare - osserva Musolino -. E allora la violenza e il confronto basato sulla forza diventano l'unico strumento di lotta anche in una ipotetica prospettiva di bene».

Eppure il libro non si ferma alla descrizione del male. Cerca invece di comprenderne le radici e di interrogarsi sulle possibili vie d'uscita. «Non tutto è male in questa terra - rimarca Gioffrè -. Si tratta delle scelte, si tratta anche di saper resistere se ci sono le condizioni per poterlo fare, perché non sempre ci sono le condizioni». Per il procuratore Musolino, il valore più profondo dell'opera sta proprio nella capacità di spiegare alcuni meccanismi che hanno segnato la storia della Calabria contemporanea. «Questo è un libro che ci aiuta a capire meglio chi siamo veramente. Dà delle spiegazioni sul perché alcune cose succedono, come da una faida familiare nasca una cosca di 'ndrangheta e come tutto questo generi strutture di potere che impediscono di avere un'idea del bene comune».

Alla fine resta la consapevolezza che il male può attraversare una vita intera, lasciare cicatrici profonde e condizionare il destino di uomini e comunità. Ma resta anche la ricerca di una strada diversa. Perché, come emerge dalle pagine del romanzo e dalle riflessioni dei protagonisti dell'incontro, la violenza non riesce mai a sciogliere davvero i nodi della storia. E forse è proprio qui che risiede il significato più autentico del libro di Santo Gioffrè: nel tentativo di guardare dentro le ferite di una terra senza smettere di cercare, ostinatamente, una possibilità di riscatto.