Pucambù, Aldo Gurnari canta le radici e rilancia la memoria della Calabria grecanica
VIDEO | Il nuovo album prende il nome dalla poesia di Salvino Nucera e diventa un viaggio fatto di lingua, identità e suoni contemporanei: «È una passione che non finisce mai»
Ospite di A tu per tu dagli studi de ilReggino.it, Aldo Gurnari, cantante e musicista, porta con sé un lavoro che è insieme memoria, identità e ricerca. Il suo nuovo album "Pucambù" nasce da un gesto preciso, quasi necessario: trasformare in musica l’eredità lasciata da poeti contemporanei come Salvino Nucera, figura centrale della cultura grecanica, scomparsa da poco. Un omaggio che diventa subito racconto.
«È una passione - dice Gurnari - e quando c’è la passione dedichi tutta la vita a quello che fai. Non finisce mai». Dentro questa continuità si muove l’intero progetto, che prende il titolo proprio dalla poesia di Salvino Nucera, tradotta dal grecanico. Un testo che guarda avanti, che non si chiude nella nostalgia: «Pucambù… da qualche parte troveremo qualcosa, andremo da qualche parte. È una frase che ritorna sempre nella nostra vita».
Il disco si sviluppa in dieci brani, ognuno con una propria direzione, ma legati da un filo che tiene insieme lingue, suoni e radici. «È un percorso linguistico», spiega. Greco di Calabria, dialetto, italiano: un intreccio che restituisce la complessità di un territorio. Sul piano musicale, la traiettoria si muove tra tradizione e apertura: «Ci sono brani molto legati alla nostra cultura e altri che si proiettano verso il futuro, verso il pop, la canzone d’autore».
Dentro Pucambù si incontrano nomi e storie che hanno segnato un’epoca. "Ego ce to fengari" e "Zzoddhuna" riportano alla voce di Bruno Casile, «poeta contadino» così definito da Pier Paolo Pasolini, con musiche di Carmelo Romeo. «Le cantavo da bambino - racconta il Maestro - oggi le ho trasformate, ma il legame resta fortissimo». Un rapporto affettivo che diventa anche responsabilità nel custodire e rinnovare.
C’è poi "Pedimmu", dedicata al professore Filippo Violi, figura di riferimento per il patrimonio letterario dei greci di Calabria. Un brano già inciso in passato e qui ripreso, rielaborato, restituito con una nuova veste. E ancora "Voglio fare il gentiluomo", che parte da lontano, dall’opera buffa e dal repertorio classico. «Cantavo Pergolesi, Rossini, Mozart. Ho preso quell’aria e l’ho portata ai giorni nostri. Un piccolo sacrilegio, ma anche un gioco».
Il disco tocca anche temi più ampi, come La questione meridionale, ispirata agli scritti di Pasquino Crupi. «Leggendo i suoi libri ho sentito l’esigenza di affrontare questo argomento». Una riflessione che si inserisce nel solco di un pensiero meridionalista ancora attuale, mai archiviato.
Accanto a Gurnari, l’ensemble Musicofilia, con musicisti che attraversano il progetto in ogni fase, dalla scrittura alle registrazioni fino alla dimensione live. Tra questi, Pietro Francesco Eder Criseo, giovane protagonista anche dietro le quinte. «La musica è fondamentale - sottolinea -, ti permette di scoprire e conoscere cose che altrimenti resterebbero lontane». Una consapevolezza che si traduce in lavoro concreto: produzione, registrazione, grafica. Un impegno totale.
E poi gli altri brani, che allargano ulteriormente il racconto. "Manu cu manu" è un invito all’unità: «Se restiamo uniti possiamo ottenere tanto». Jonio è «un inno alla madre, al mare, alla vita». "Beatu cu di l’anima avi cura" guarda invece all’interiorità, mentre "Stiddha d’amuri" chiude il disco con una veste più essenziale, pianoforte e voce, ma con uno sguardo contemporaneo. Dentro questo lavoro c’è anche una dimensione familiare, dichiarata senza filtri. «C’è una partecipazione speciale - racconta Aldo Gurnari -, la voce di mia figlia Sara. Non è nel booklet, ma ci tenevo a dirlo». La musica che si fa legame, come continuità che attraversa generazioni.
Pucambù è disponibile su tutte le piattaforme digitali, ma resta soprattutto un oggetto da ascoltare e da custodire. Un disco che tiene insieme passato e presente, senza retorica, con la forza concreta delle storie che lo attraversano. E alla fine, quella frase che ritorna, quasi come una promessa: da qualche parte si arriverà. Sempre.