Reggio, gli abusi nella Chiesa e il coraggio di rompere il silenzio: «Dio della polvere» riporta al centro la voce delle vittime
Alla Sala diocesana Mons. Ferro, Mariapia Veladiano dialoga con il Servizio per la tutela dei minori. Al centro del confronto il potere spirituale, la ricerca di giustizia e l’impegno per prevenire ogni forma di violenza
Un romanzo «volutamente scomodo, come le sedie diocesane su cui si siede la protagonista». Così Francesca Panuccio, avvocato e docente, ha introdotto martedì 27 ottobre la presentazione di «Dio della polvere» (Guanda) di Mariapia Veladiano, davanti alla Sala diocesana «Mons. Ferro» di Reggio Calabria, gremita per l’occasione. Un incontro pensato, ha spiegato, come «un servizio di conoscenza».
Panuccio, componente della commissione diocesana per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, ha ripercorso la storia giuridica della Chiesa di fronte alla pedofilia, da Giovanni Paolo II a Leone XIV. «I testi ci sono», ha ricordato, «ma anche le vittime continuano a esserci. Accanto ai casi più noti, di molte non si sa nulla, perché parlare fa ancora paura. Siamo qui non con la volontà di crocifiggere qualcuno», ha precisato, «ma con uno sguardo rivolto alle vittime, perché ciascuno faccia la propria parte». Presente all’incontro anche il vescovo Fortunato Morrone, che ha confessato l’angoscia provata davanti al tema del libro. «Nel romanzo il portone del vescovado è pesante: i nostri», ha assicurato, «sono leggeri».
Protagonista del romanzo è Chiara, una fisioterapista che chiede e ottiene di incontrare il vescovo per salvare una ragazza vittima di abusi da parte di un sacerdote della diocesi. Ne nasce una serie di colloqui serrati, in cui Chiara incalza il prelato senza tregua.
Per l’autrice, teologa, il romanzo dà voce alla violenza subita dalle vittime che non hanno ottenuto giustizia: «Al centro c’è il tema del potere». Il reato sessuale, ha sottolineato, arriva dopo e insieme a manipolazione e abuso del potere spirituale. «Se tra i valori principali dell’organizzazione ecclesiale c’è la sacralità del clero, e questa non viene governata con attenzione, si crea un mix pericoloso. Tuttavia», ha ricordato, «questi valori sono storicamente costruiti: il battesimo ci rende tutti uguali e abilita alla parresìa, al dire la verità. Per questo la voce da ascoltare è quella delle vittime, che spesso non vengono credute, in uno schema che si ripete. La Chiesa deve assumere misure di protezione», ha concluso, «purché ci sia giustizia».
Padre Sergio Sala SJ ha respinto la lettura delle «mele marce»: «Il silenzio ha creato un clima che ha reso più possibili gli abusi, e occorre chiedersi se nella Chiesa esistano consuetudini che permettono a certi comportamenti di ripetersi: il silenzio, appunto, e l’uso distorto del sacro». Da anni, ha ricordato, i gesuiti percorrono un «Cammino di verità» con le vittime al centro, chiedendo scusa a nome dell’istituzione.
Suor Maria Ausilia Chiellino, referente del Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, ha illustrato il lavoro della commissione diocesana, di cui non fanno parte sacerdoti e che si occupa di ogni forma di violenza, non solo sessuale: «L’obiettivo è creare consapevolezza, corresponsabilità e una cultura del rispetto». Al primo incontro promosso dalla commissione ha partecipato un terzo dei sacerdoti della diocesi; sono seguiti momenti di confronto con preti e seminaristi per riflettere sul cammino di libertà personale. La commissione ha poi proposto incontri nelle undici zone pastorali: da quattro, tutte del centro città, non sono ancora arrivate risposte.
La religiosa ha raccontato anche un caso seguito nel 2023: una persona di sessant’anni che, cominciando a ricordare, ha chiesto a qualcuno di scrivere la sua storia, oltre la polvere che per decenni aveva coperto quella sofferenza. «È importante non dare niente per scontato. Quanto siamo adulti? Quanto siamo capaci di capire che c’è dell’altro, oltre la polvere?». Tre i principi della commissione: tolleranza zero, ascolto incondizionato delle vittime e approccio comunitario, perché non si deve «mai lasciare solo nessuno».