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17/08/2025 ore 13.00
Cultura

Rocco Carbone e la letteratura dell'inquietudine. In un saggio di Anna Maria Milone il filo narrativo dello scrittore di Reggio

La studiosa ci guida nell'opera dello scrittore reggino, in un viaggio tra inquietudine, radici e sentimenti universali
di Redazione

di Maria Teresa D’Agostino – «L’incontro con la letteratura di Rocco Carbone è stato un momento folgorante, come succede per tutta la letteratura che sia tale. Di solito lo studio parte da un’intuizione, da una coincidenza. La mia storia è spesso fatta di coincidenze e folgorazioni. Ho iniziato a leggere i suoi romanzi in occasione della nuova edizione de “L’apparizione”, da lì ho continuato con tutti gli altri. È nato un percorso che, man mano che si sviluppava, aveva una sua ragione d’essere, perché si scopriva un filo nella scrittura, emergeva il progetto narrativo che ha animato questo scrittore. E, alla fine, ho riunito le ricerche, le riflessioni e anche tutte le suggestioni che i romanzi si rimandavano l’un l’altro, in un saggio».

Anna Maria Milone, studiosa di letteratura contemporanea, reggina, è autrice di “Rocco Carbone, o della nostra inquietudine” (Rubbettino), la prima monografia sull’opera dello scrittore calabrese. Un saggio che, con scrittura raffinata e coinvolgente, immerge nei temi narrativi di Carbone.
Nato a Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria, nel 1962, Rocco Carbone ha studiato a Roma e poi a Parigi, alla Sorbona. Come critico letterario ha collaborato con riviste come “Nuovi Argomenti”, “Linea d’ombra”, “L’Indice”, e con testate come “Repubblica”, “L’Unità”, “Il Messaggero”. Di fronte alla prospettiva di una sicura carriera accademica, scelse di insegnare nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, lasciando l’Università. Scrittore di grande talento, moderno, innovativo e anche complesso, capace di esprimere suggestioni e fascinazioni narrative originali, esordì nel 1993, con “Agosto”, seguirono “Il comando”, “L’assedio”, “L’apparizione”, “Libera i miei nemici”, pubblicati da Feltrinelli e Mondadori.

Nel 2008, a 46 anni, perse la vita in un tragico incidente in moto, a Roma, dove viveva. Il romanzo “Per il tuo bene” fu pubblicato postumo. Emanuele Trevi, che lo definisce «uno dei più grandi scrittori di fine millennio», con il libro “Due vite”, dedicato a Carbone e a Pia Pera, ha vinto il premio Strega nel 2021. Finiti fuori catalogo, con un’importante opera di recupero e valorizzazione, i libri di Rocco Carbone “Agosto”, “L’assedio” e “Il comando” sono stati riportati in libreria dall’editore Rubbettino. Romanzi di introspezione, che avvolgono il lettore dentro atmosfere intimiste, esplorando sentimenti individuali e, però, fortemente universali come il dolore, l’inganno, l’amore. Ne parliamo con Anna Maria Milone.

Partiamo dal titolo, molto suggestivo, del suo saggio. Come esprime l’inquietudine umana Rocco Carbone?

«La letteratura di Rocco Carbone è una letteratura esistenziale, è una letteratura che passa attraverso la carne. Le sue pagine sono dense del racconto dei nostri gesti, anche quelli che passano quasi inosservati, come ravvivarsi i capelli, arrotolare il giornale appena sfogliato e buttarlo nel cestino: istanti dove c’è l’essenza della nostra esistenza, momenti perfetti racchiusi in un giro di sguardo. Carbone sottolinea che la vita non è fatta di eventi capitali, ma è di attimi: la vita è quella che succede nelle ore vuote che passiamo abbandonati su un divano a farci una domanda senza risposta. Rocco Carbone ha un modo di raccontare, di descrivere i personaggi e le loro vicende, dettagliato, con una forma rigorosa, con parole esatte. Tutto questo è una sfida per il lettore perché si deve confrontare con una chiarezza che non sempre è qualcosa che riusciamo ad accettare. Per esempio, descrivere il rossore sulle guance di una ragazza che si volta e si accorge di essere osservata, un attimo lunghissimo dove però è racchiuso tutto il senso di un incontro».

Rocco Carbone e il suo rapporto, umano e letterario, con Reggio Calabria.
«Carbone è andato via da Reggio a 18 anni ma è rimasto sempre attaccato a questa radice, che è poi anche la radice della sua scrittura; benché non sia identificabile come autore meridionale, le sue opere hanno una geografia abbastanza definita. Per esempio, il distopico “L’assedio” è ambientato in una città, “R.”, descritta come una città di mare, con specifiche caratteristiche urbane, in cui non è difficile rintracciare la struttura di Reggio Calabria. E qui accadono delle cose incredibili, impensabili. La città viene soffocata, fermata da una pioggia di sabbia che man mano la paralizza interamente e costringe gli abitanti a dei gesti disumani, a camminare sui cadaveri per un bicchiere d’acqua. Ne “L’apparizione” fa riferimento a questo ritorno verso la costa ionica, alla vecchia liquilchimica e alla luce abbacinante che c’è in questa parte di territorio. In “Agosto” c’è un cameo dedicato alla Fata Morgana, fenomeno che il protagonista piccolissimo vede sullo stretto di Messina. Nei suoi romanzi, ci sono riferimenti a una geografia precisa, che avvalora in qualche modo delle storie che potrebbero sembrarci quasi assurde, storie forgiate anche grazie anche all’ambientazione in una terra attraversata da venti opposti, dove è possibile trovare i monti innevati e le spiagge assolate a pochissimi chilometri. Tutta questa sintesi delle contraddizioni, delle forze contrarie è possibile in un luogo come la Calabria e le storie di Rocco Carbone sono rese più vere proprio per questo».

Quindi la “radice” calabrese è forte nell’ambientazione, ma anche nel carattere dei personaggi.
«Sì, molto forte. I tormenti dei personaggi, l’inquietudine, la cocciutaggine, l’affrontare la vita in modo così radicale hanno una cifra prettamente calabrese, meridionale. Quindi l’ambientazione, pur non strettamene palese, rimanda proprio a questa volontà adamantina che c’è nei personaggi».

Rocco Carbone ha scritto dei romanzi dove l’indagine amorosa è molto profonda, non è mai banale.
«Le storie d’amore sono sintesi delle vite dei personaggi che riscoprono il perno della loro esistenza con un amore che viene indagato perché è mancato, perché non corrisposto, ma non si perdono mai nelle pieghe di un amore melenso, di un amore banale. Carbone tratta l’amore non in maniera diretta, ma attraverso delle lettere, che sono dei dialoghi mancati, momenti in cui la narrazione viene sospesa, il dialogo tra i personaggi viene sospeso, si mette questo inciso, un monologo. In “Agosto” è contenuta una delle più belle pagine d’amore della letteratura contemporanea, la lettera a Rita, dove si indagano le ragioni della fine dell’amore che è qualcosa che riguarda la perdita dell’unicità dell’altra persona. I romanzi di Rocco Carbone sono una saga dell’amore di per sé, dell’indagine del sentimento attraverso queste lettere».

Carbone può parlare ai lettori di oggi, magari ai più giovani?
«Rocco Carbone è un autore che ancora oggi si pone in contrasto a una narrativa rassicurante: è una scrittura diretta e spietata che arriva dritta al cuore delle questioni, personaggi che sono impegnati a dirimere interrogativi essenziali in circostanze autentiche e condivisibili da ognuno di noi. Le sue storie sono luoghi di confronto intimo in cui anche i lettori più giovani possono trovare una eco alla loro inquietudine e quindi sentirsi compresi».