Valeria Scuteri: «Con i miei fili di rame racconto la fragilità della vita e il riscatto della Calabria»
L'artista, premiata al Reggio Calabria Day 2026, ripercorre il suo viaggio creativo: dall'attentato alle Torri Gemelle che cambiò il suo modo di fare arte alle sculture in metallo, fino al legame mai spezzato con la sua terra d'origine. «Volevo mostrare al mondo l'altra faccia della Calabria».
Le sue opere sembrano solide, quasi eterne. In realtà basta sfiorarle perché cambino forma. È in questa apparente contraddizione che Valeria Scuteri, pittrice e scultrice originaria di Stignano, racchiude la sua poetica. Da oltre vent'anni intreccia fili di rame, acciaio e ferro per trasformarli in abiti, mani, scarpe, figure umane e sculture che raccontano la fragilità dell'esistenza, la memoria e il valore delle tracce lasciate da ogni persona.
Un percorso artistico che le è valso il Premio Nazionale Reggio Calabria Day 2026, nella sezione "Michelangelo" dedicata alla pittura e alla scultura, e che nasce da un legame mai interrotto con la Calabria, nonostante una vita trascorsa lontano.
«Sono andata via quando avevo nove anni – racconta –. Ho studiato e vissuto a Torino, ma sono sempre tornata qui ogni estate. Abbiamo casa a Riace e il legame con questa terra è rimasto fortissimo».
L'11 settembre e la svolta artistica
Per anni Scuteri si è dedicata alla pittura, ottenendo importanti riconoscimenti. Poi un evento ha cambiato completamente il suo modo di concepire l'arte. «Dopo gli attentati alle Torri Gemelle vedevo continuamente in televisione immagini di Piazza della Signoria, con la paura che potessero essere colpiti gli Uffizi e il nostro patrimonio artistico. Avevo appena concluso una mostra di nudi maschili che stava andando molto bene, ma mi sembrava quasi inutile continuare come se nulla fosse. Sentivo il bisogno di fare la mia piccola parte».
Da quella riflessione nasce la scelta della tessitura. «Ho pensato al tessere perché costruisce e non distrugge. Richiede pazienza, rispetto, tempo. Era il contrario della violenza che, con un solo gesto, può cancellare una civiltà. Così ho lasciato una carriera che prometteva bene nella pittura e ho iniziato a tessere».
La prima tessitura in metallo
La sua, però, non è una tessitura tradizionale. «Quando ho iniziato nessuno aveva mai realizzato una tessitura in metallo. Oggi molti si sono ispirati o mi hanno imitata, ma allora era qualcosa di completamente nuovo. Venivo da vent'anni di pittura e ho trasferito quel linguaggio nella scultura».
Nascono così opere realizzate con fili di rame, acciaio e rame smaltato. «L'acciaio dà l'idea di qualcosa di eterno e indistruttibile. In realtà le mie opere sono volutamente fragili: basta una lieve pressione e si deformano. È il mio modo di raccontare la vita. Anche ciò che sembra più forte può cambiare in un attimo».
Scarpe, guanti e reggiseni: ogni opera è una metafora
Nella produzione di Scuteri nulla è lasciato al caso. Ogni elemento racconta una storia. «Le scarpe rappresentano il cammino, i guanti il fare, i reggiseni la femminilità. Sono metafore. Ho raccontato la storia di una donna attraverso gli oggetti della sua vita, ma ho parlato anche dell'amore, dell'attesa, della memoria e del rapporto tra uomo e natura».
Tra le opere più significative cita "Terra e Vento", una scultura che descrive il rapporto tra la forza della natura e la capacità della terra di accogliere e resistere. «Il vento può essere dolce ma anche devastante. Ho voluto raccontare entrambe queste dimensioni».
La Calabria come riscatto
Dietro la sua ricerca artistica c'è anche una precisa scelta identitaria. «Da bambina ascoltavo i racconti degli anziani seduta sui gradini del mio paese. Ho sempre pensato agli emigrati calabresi come persone coraggiose. Ricordo quando a Torino si vedevano ancora i cartelli con scritto "non si affitta ai meridionali". Quelle immagini mi sono rimaste dentro».
Per questo il suo obiettivo è sempre stato uno. «Non cercavo il successo personale. Volevo che qualcuno raccontasse l'altra faccia della Calabria: quella delle persone oneste, dei lavoratori, del coraggio e della dignità. Se uno di noi riesce, è un po' come succede in famiglia: è un successo di tutti».
Tra i ricordi più intensi conserva quello dell'estate del 1972. «Avevo diciotto anni quando vennero ritrovati i Bronzi di Riace. Io nuotavo ogni mattina in quel mare. È stato qualcosa di magico e sicuramente quell'esperienza ha alimentato il mio immaginario artistico».
Un legame che continua ancora oggi e che il Premio Reggio Calabria Day ha voluto riconoscere, celebrando un'artista che, partendo da un semplice filo di rame, ha costruito un linguaggio capace di parlare di pace, memoria, identità e futuro.