Bova Marina, la favola del Cinema Don Bosco ai titoli di coda: si spegne l’ultimo grande schermo tra Reggio e Locri
Rimarrà aperto come sala di comunità. Da oggi resterà senza cinema un’intera fascia di 100 chilometri, mentre nelle periferie del Sud si assottigliano gli ultimi presìdi culturali
C’è un momento preciso in cui una comunità si accorge di aver perso qualcosa. Non è quando si abbassano le serrande. Non è quando si spengono le luci. È quando, la sera, non c’è più un posto dove andare a sognare insieme. A Bova Marina quel momento è da sempre un luogo, ed ha un nome preciso: Cineteatro Don Bosco.
Non sarà più un cinema. Diventerà una sala di comunità: il ché, nel buio della notte, è sempre un bagliore caldo che può rischiarare. Si perde per sempre, però, la pellicola. Seppur ormai digitale da oltre un decennio. Una trasformazione che ha il sapore di una resa silenziosa, di quelle che non fanno rumore ma scavano nel tessuto profondo di un territorio. Perché quel piccolo grande schermo, in un lembo di Calabria sospeso tra Reggio e Locri, era molto più di una programmazione settimanale: da unico cinema attivo in un’area di 100 chilometri era un vero e proprio avamposto culturale di straordinaria resilienza.
E quando chiude l’unico, non chiude solo una sala. Si spegne un orizzonte. Un firmamento di sogni, speranze, desideri. Tratti di normalità, sorrisi e a volte pianti, pensieri e ispirazioni.
La vicenda del Cinema Don Bosco non è un caso isolato. È il riflesso locale di una crisi che attraversa l’Italia e l’Europa. I numeri raccontano una desertificazione culturale difficile da ignorare: nel nostro Paese si è passati da circa 2.700 sale a meno di mille. Negli ultimi vent’anni sono scomparse oltre duemila strutture, inghiottite da cambiamenti economici, tecnologici e sociali. E la pandemia ha accelerato tutto, lasciando ancora oggi milioni di spettatori lontani dalle poltrone. La stessa pandemia che ha spento il Don Bosco di Bova Marina per qualche anno, con le difficoltà e criticità che centinaia di sale autonome e indipendenti - quindi non parte di grandi catene e multisala blasonati - hanno avuto nello stesso momento storico, incontrando la chiusura o la riconversione. Ma il Don Bosco ha saputo riaccendere la sua luce e, negli ultimi tre anni, incontrare la “follia” di un imprenditore che non voleva veder spegnere il sogno di una sala in cui ti basta entrare per capirne l’energia che trascende il tempo e la semplicità di uno spazio di pubblico spettacolo.
Ma i sogni, come i numeri, da soli, non bastano. Perché la crisi delle sale non è soltanto industriale. È una crisi di abitudini, di relazioni, di spazi condivisi. Il cinema, un tempo rito collettivo e generazionale, oggi fatica a competere con la comodità dello streaming, con la velocità di consumo, con un tempo sempre più individuale e frammentato.
Eppure, nelle periferie e nel Sud, il cinema ha sempre avuto un valore diverso. Più profondo. Più necessario. Non è mai stato solo intrattenimento ma piazza. Il cinema era ed è incontro. Occasione. Uno dei pochi luoghi dove generazioni diverse si possono sedere accanto, condividendo storie, emozioni, silenzi. Un presidio culturale, prima ancora che commerciale.
Per questo la fine del Don Bosco come cinema pesa di più. Perché qui non c’è alternativa. Non c’è il multisala dietro l’angolo. Non c’è una seconda scelta. C’è un vuoto che si allarga e che rischia di diventare abitudine. Negli ultimi anni molte sale hanno cambiato pelle: supermercati, centri commerciali, spazi ibridi. È il segno di una trasformazione urbana che spesso sacrifica la cultura sull’altare della rendita. E ogni volta che accade, si perde qualcosa di magico che non tornerà mai più.
A Reggio si dice che Bova Marina, almeno in politica, anticipi i tempi, e che ciò che lì accade nei responsi nazionali delle urne spesso poi arrivi a ripetersi nella grande città. E così, oggi, Bova Marina e la Calabria si trovano davanti a questo bivio. Accettare la trasformazione come inevitabile o interrogarsi su ciò che si sta perdendo davvero. Perché un cinema che chiude non è mai solo un edificio che cambia funzione, ma una luce che si spegne nella geografia culturale di un territorio già fragile. E si sa, che senza stelle da ammirare il buio può solo essere utile a spegnere la bellezza.