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05/07/2026 ore 18.53
Economia e lavoro

La sfida del rigore nell’epoca della velocità: perché la cultura della responsabilità è il vero banco di prova dell’ingegneria contemporanea

Il presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Reggio Calabria, Francesco Foti, riflette sui rischi della superficialità, sul ruolo della competenza e sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale e dalla trasformazione della pubblica amministrazione

di Redazione

di Francesco Foti* – Viviamo in un tempo in cui la superficialità non è più soltanto un difetto individuale. Sta diventando un metodo, una prassi, quasi una forma accettata di relazione con la realtà. Non si tratta semplicemente di distrazione o leggerezza. Il problema è più profondo e riguarda il modo in cui giudichiamo, comunichiamo, decidiamo e, soprattutto, esercitiamo le nostre responsabilità pubbliche e professionali.

Sempre più spesso ci si accontenta della prima impressione, dello slogan efficace, dell’immagine convincente. In questo scenario, l’approfondimento viene percepito come lentezza, la competenza come complicazione, il dubbio come debolezza.

Sarebbe tuttavia superficiale pensare che questa deriva nasca solo da una pigrizia individuale. Essa è alimentata da dinamiche strutturali: la velocità dei flussi informativi, la pressione produttiva, l’economia dell’attenzione e gli algoritmi che premiano ciò che genera reazione immediata prima ancora di ciò che genera comprensione.

Il paradosso più evidente è che, quando si tenta di affrontare le questioni con rigore, si viene spesso guardati con sospetto. Come se voler capire davvero un problema significasse complicarlo inutilmente. Come se chiedere dati, riscontri e tempi adeguati fosse una forma di ostruzionismo o di pedanteria.

È qui che la superficialità diventa sistema: quando l’approfondimento è vissuto come un fastidio e non come una garanzia.

Eppure, come ingegneri, sappiamo che il rigore non è il contrario dell’efficienza, ma la sua condizione più seria. Ciò che viene deciso senza adeguata comprensione può apparire veloce nell’immediato, ma genera errori, contenziosi e ritardi drammatici nel tempo.

Al tempo stesso, dobbiamo evitare l’eccesso opposto. La competenza non può tradursi in burocrazia difensiva, nella «paura della firma» o nell’uso della procedura come riparo per evitare la responsabilità della decisione. Una società bloccata dal formalismo rinuncia alla capacità di agire, tanto quanto una società superficiale rinuncia alla qualità.

Questa contraddizione è oggi evidentissima nei processi di rigenerazione urbana e nella gestione del PNRR. Le risorse straordinarie a disposizione rappresentano un’occasione irripetibile, ma la pressione dei tempi e la complessità delle procedure mostrano quanto sia difficile trasformare i fondi in risultati effettivi. Il nodo non è scegliere tra velocità e competenza, ma costruire un’efficienza competente.

Dobbiamo dircelo chiaramente, anche nelle sedi politiche: la qualità ha un costo. Una progettazione adeguata richiede risorse, tempo e una remunerazione corretta. Scegliere la qualità significa accettare meno annunci, meno quantità apparente e più risultati realmente utili e durevoli.

Il punto più delicato non è solo affermare questo principio, ma stabilire chi debba governare il bilanciamento tra rapidità e approfondimento. Ciò che per la politica è urgente, per l’amministrazione può essere rischioso; ciò che per il mercato è profitto immediato, per l’interesse pubblico può trasformarsi in fragilità futura. Questo equilibrio non può essere affidato alla forza del soggetto più influente di turno. Deve essere governato attraverso criteri trasparenti, responsabilità definite e decisioni motivate.

La tecnica non è neutrale: può essere presidio di qualità, ma può anche essere strumentalizzata per dare una veste pseudoscientifica a scelte già assunte o a soluzioni speculative. La superficialità più insidiosa è proprio quella che usa la competenza come copertura formale.

A questa deriva noi ingegneri dobbiamo opporre una severa responsabilità etica. Non basta produrre elaborati formalmente corretti. Occorre rendere esplicite le ipotesi, dichiarare i limiti delle valutazioni e separare ciò che è tecnicamente possibile da ciò che è opportuno e coerente con l’interesse generale.

Questa sfida assume oggi un significato epocale con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa e predittiva. Se da un lato questi strumenti riducono i tempi improduttivi, dall’altro rischiano di validare un nuovo standard del «più o meno»: abbastanza rapido, abbastanza plausibile, abbastanza economico. Il rischio è che il mercato, attratto dalla riduzione dei costi, finisca per considerare sufficiente ciò che è solo apparentemente corretto.

Affermare che il professionista dovrà semplicemente «verificare gli output» dell’IA è un’illusione. Più i sistemi saranno complessi, più la loro verifica richiederà competenze elevate, tempo e assunzione di responsabilità. Il nostro ruolo non scompare, ma si sposta a monte e a valle dell’algoritmo: dobbiamo essere coloro che impostano correttamente i problemi e che esercitano il controllo critico umano sull’opacità della tecnologia.

Per contrastare la normalizzazione della superficialità non bastano richiami morali. Come Ordine professionale, chiediamo interventi concreti su più livelli. Serve un livello amministrativo e politico, fatto di norme più semplici, responsabilità proporzionate, tempi certi e criteri di affidamento che premino realmente la qualità della progettazione. Ma serve soprattutto un livello culturale: un lavoro profondo sulla formazione universitaria, sull’educazione al pensiero critico e sulla capacità delle istituzioni di spiegare le decisioni, non solo di annunciarle.

Il nostro tempo ha bisogno di velocità, certamente. Ma di una velocità intelligente, non cieca. Ha bisogno di regole, non di burocrazia difensiva. Una comunità che smette di approfondire smette di comprendere e finisce per subire la realtà. Una comunità che approfondisce senza decidere finisce ugualmente per non governarla.

Il compito della classe dirigente e dell’intera comunità professionale è questo: ritrovare il coraggio del rigore e la forza dell’indipendenza, per comprendere meglio, scegliere con consapevolezza e agire con responsabilità.

*Francesco Foti, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Reggio Calabria