Reggio perde i suoi giovani: in sei anni quasi un under 35 su otto in meno nella provincia
L’elaborazione del Sole 24 Ore sui dati Istat colloca il territorio reggino tra i più penalizzati d’Italia. Il Mezzogiorno ha perso oltre 313mila residenti tra i 18 e i 35 anni, mentre il Nord continua ad attrarre nuove generazioni. Svimez: a partire sono sempre più spesso laureati e profili qualificati
Ogni anno il Sud perde una parte della sua popolazione più giovane. Non è un fenomeno nuovo, ma i numeri continuano a restituire una frattura sempre più evidente tra le aree del Paese. Secondo l’elaborazione pubblicata dal Sole 24 Ore sui dati Istat, dal 2019 a oggi la popolazione tra i 18 e i 35 anni residente nelle regioni meridionali si è ridotta del 7,6%, mentre nel Nord Italia è cresciuta del 4,8%. In valore assoluto, il Mezzogiorno ha perso oltre 313mila under 35, mentre il Nord ne ha guadagnati quasi 240mila.
Dentro questa fotografia nazionale, la provincia di Reggio Calabria è tra le più penalizzate. Il calo degli under 35 è pari all’11,9%, uno dei dati peggiori d’Italia. Peggio fanno soltanto Sud Sardegna, Isernia, Oristano, Crotone e Potenza. Anche le altre province calabresi registrano contrazioni significative: Crotone -12,1%, Catanzaro -11%, Cosenza -9,3% e Vibo Valentia -8%.
Il dato racconta una tendenza che non riguarda soltanto la demografia, ma la capacità dei territori di trattenere competenze, energie e prospettive. Se al Nord crescono province come Gorizia, Genova, Bologna, Pavia e Reggio Emilia, accomunate da mercati del lavoro più dinamici, presenza universitaria o manifatturiera e maggiore capacità di attrazione, al Sud si concentra quasi interamente il segno meno.
Il quadro calabrese conferma una fragilità più ampia. Secondo il Censimento permanente Istat, al 31 dicembre 2024 la popolazione residente in Calabria è pari a 1.834.646 abitanti, in calo di 3.922 unità rispetto all’anno precedente. Più del 60% della popolazione regionale vive nelle province di Cosenza e Reggio Calabria, ma anche questi territori continuano a misurarsi con saldo naturale negativo e movimenti migratori interni sfavorevoli.
La provincia reggina, in particolare, conta 512.956 residenti e perde 2.197 abitanti in un solo anno. A pesare non è soltanto il rapporto tra nascite e decessi, ma anche il saldo migratorio interno: nel 2024 sono state 2.663 in più le persone che hanno lasciato la provincia per altri territori italiani rispetto a quelle che vi si sono trasferite.
Il punto, però, non è solo quanti partono. È chi parte. Le analisi della Svimez insistono da tempo su un aspetto decisivo: le nuove migrazioni dal Mezzogiorno sono sempre più selettive e riguardano in misura crescente giovani laureati, donne e profili qualificati. Dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha trasferito la propria residenza dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord.
Svimez definisce questo fenomeno una «trappola del capitale umano»: il Sud forma giovani che poi trovano altrove le condizioni per trasformare studio, competenze e aspettative in lavoro stabile e percorsi professionali. La metà di chi parte è laureato e le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita stimata in quasi 8 miliardi di euro l’anno.
È un dato che cambia la lettura del fenomeno. Non si parte più soltanto perché manca il lavoro. Si parte anche perché il lavoro disponibile spesso non basta a costruire una prospettiva. Svimez evidenzia infatti un paradosso: negli ultimi anni nel Mezzogiorno l’occupazione giovanile è cresciuta, ma l’emigrazione non si è fermata. Tra il 2021 e il 2024, nonostante la creazione di quasi mezzo milione di posti di lavoro nel Sud, 175mila giovani hanno lasciato il Mezzogiorno in cerca di opportunità.
Il nodo, quindi, è la qualità dell’occupazione: salari, stabilità, possibilità di carriera, coerenza tra titolo di studio e mansione, servizi e qualità della vita. I giovani che restano, sottolinea ancora Svimez, troppo spesso trovano lavori poco qualificati e mal retribuiti.
Per Reggio Calabria il dato dell'11,9% non è allora soltanto una percentuale. È il segnale di una perdita progressiva di capitale umano . Ogni giovane che parte porta con sé competenze, relazioni, possibilità di impresa, domanda culturale e capacità di innovazione. Ogni laureato che non rientra dopo gli studi rappresenta un investimento che produce effetti altrove.
La partenza, in molti casi, non è più vissuta come eccezione. È diventata una traiettoria ordinaria: si va fuori per l'università, si resta fuori per il primo contratto, si costruisce altrove la propria autonomia. Milano, Bologna, Roma, Torino, l'estero diventano tappe quasi naturali per una generazione che fatica a immaginare nella propria provincia un percorso professionale all'altezza delle competenze acquisite.
Il tema, dunque, non è fermare la mobilità. La possibilità di partire resta una libertà. Ma i dati Istat e Svimez pongono una questione diversa: il diritto di restare o di tornare. Perché un territorio che perde giovani non perde soltanto residenti. Perde futuro, natalità, lavoro qualificato, energie sociali e nuove economie possibili.
Reggio Calabria si trova dentro questa frattura nazionale. Da un lato un Nord che continua ad attrarre under 35, dall'altro un Mezzogiorno che continua a formarli e poi a vederli andare via. In mezzo, una provincia che registra uno dei cali più pesanti del Paese e che deve fare i conti con una domanda ormai inevitabile: quali opportunità è in grado di offrire ai suoi giovani per non trasformare la partenza nell'unica prospettiva possibile?