Al MarRC va in scena l’anima migrante della Calabria: storie, volti e visioni per un ritorno che lascia il segno
Reggio Calabria ha accolto un racconto corale fatto di immagini, storie e radici. Nella cornice del Museo Archeologico Nazionale, in Piazza Paolo Orsi, è andata in scena l’anteprima nazionale di due opere che parlano di partenze, ritorni e identità: “S’amuJamu” e “Verbo Andare”, produzioni firmate Radici in Viaggio e realizzate per Italea, il programma promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Un incontro tra arte e memoria, ma anche un’occasione per ascoltare la voce di una Calabria che non smette di interrogarsi su cosa significa restare, partire o scegliere di tornare.
Italea non è un progetto turistico nel senso convenzionale del termine. È un’infrastruttura culturale pensata per chi cerca le proprie origini, per chi prova a ricostruire un legame con la terra dei nonni, degli zii, delle storie tramandate. Lo ha spiegato bene Marina Gabrieli, coordinatrice nazionale del programma: «Questa iniziativa ha raccontato l’emigrazione calabrese, ma anche i ritorni. I ritorni a casa, l’incontro con la terra d’origine. Con Italea vogliamo continuare a tessere il legame prezioso che l’Italia ha con le sue comunità nel mondo. E accogliere chi torna, perché ritrovi un pezzo della propria storia».
E proprio su questo doppio movimento si innesta il lavoro di “S’amuJamu”, produzione artistica nata dalle residenze attivate da Italea Calabria e firmata dal collettivo Radici in Viaggio. Un progetto che ha attraversato territori e comunità, trasformando l’incontro in linguaggio e la memoria in gesto creativo.
Teatro, musica, arti visive e narrazione si sono mescolati in un’esperienza immersiva che è molto più di una performance. «Abbiamo abitato la Calabria, dal Pollino alle coste ioniche, raccogliendo volti, storie e contraddizioni – racconta Elvira Scorza, dramaturg del progetto –. È stato un lavoro di ascolto e restituzione, un modo per restituire dignità e profondità a chi resta e a chi torna». Il titolo, S’amuJamu, è un’espressione che in sé contiene urgenza e consapevolezza: se dobbiamo andare, andiamo. Ma a emergere, nel percorso fatto insieme alle comunità, è stata anche la possibilità di restare con uno sguardo nuovo, di ripensare il proprio rapporto con i luoghi.
Il Museo Archeologico Nazionale ha accolto questa restituzione trasformandosi in uno spazio altro, non neutro: non solo contenitore di memoria storica, ma punto d’incontro tra linguaggi, visioni, identità. «Abbiamo scelto di far parlare le opere d’arte contemporanea in dialogo con la bellezza antica che questo luogo custodisce – ha aggiunto Scorza –. Ed è bello vedere come l’arte, nelle sue forme più diverse, possa davvero raccontare ciò che ci abita». Accanto a lei, Dario Natale, Lorenzo Praticò, Maria Chiara Falcomatà, Larissa Mollace, Ozge Sahin, Luca Granato e Davide Ambrogio hanno portato linguaggi visivi e sonori che hanno dato corpo ai territori attraversati, restituendone densità e complessità. Nessuna difficoltà da superare, semmai una ricchezza travolgente da ascoltare e da selezionare, guidati da chi quei luoghi li vive ogni giorno.
E proprio da quella stessa materia viva – l’ascolto, l’incontro, la restituzione – nasce anche “Verbo Andare”, il documentario firmato da Salvatore Insana, presentato in anteprima nella stessa serata. Non è un racconto costruito a tavolino, né un prodotto pensato per stupire. È il frutto di un attraversamento lento e silenzioso, fatto d’inverno, lungo i territori dell’entroterra calabrese. «È un film nato camminando, restando. Siamo partiti dal Pollino e siamo arrivati fino all’Area Grecanica. Abbiamo raccolto storie di chi è andato, di chi è tornato, di chi è rimasto senza mai partire» ha spiegato il regista.
Il lavoro è durato tre mesi e ha coinvolto ventidue comuni – da San Lorenzo Bellizzi a Roghudi, passando per Spadola, Nardodipace, San Giorgio Morgeto, Canolo – tutti accomunati dalla stessa tensione tra memoria e futuro. Ogni ripresa è stata fatta con una sola camera a mano, mantenendo il suono in presa diretta. Nessuna voce narrante, nessuna sovrastruttura: solo la realtà così com’è, filtrata da uno sguardo attento e orizzontale. «Non volevamo fare promozione. Abbiamo vissuto i tempi delle comunità, senza forzature. È un cinema vicino al reale, che sceglie la prossimità come linguaggio e come scelta etica».
Il risultato è un affresco collettivo che si muove tra il paesaggio e i corpi, tra i silenzi e gli accenti, tra il desiderio e la malinconia. La parola “andare” non è mai univoca: può significare fuga, coraggio, dolore, scoperta. In questo documentario assume tutte queste forme insieme. La sinossi lo definisce un viaggio «ad altezza essere umano», ed è esattamente ciò che restituisce: una Calabria non oleografica, ma profondamente umana, fatta di contraddizioni e di possibilità.
Quel viaggio – fisico e simbolico – non è stato solitario. A sorreggerlo, a renderlo possibile, è stato un lavoro collettivo che ha coinvolto decine di persone, territori, realtà sociali. Le dieci residenze artistiche promosse da Italea Calabria non hanno soltanto prodotto opere: hanno creato relazioni, intrecciato domande tra artisti e comunità, attivato una riflessione condivisa sul senso dell’identità, del radicamento, del ritorno.
«Abbiamo raccolto più di cento testimonianze da un capo all’altro della regione – ha raccontato uno dei curatori –. Lo abbiamo fatto attraverso laboratori di comunità che ci hanno permesso di guardare in faccia la complessità del tema: non solo le partenze, ma anche i ritorni, la difficoltà del restare. E da questo lavoro sono nati prodotti culturali, come il docufilm di Insana, ma anche esperienze che restano nei luoghi e nelle persone».
Angelo Carchidi, responsabile della progettazione culturale per Radici in Viaggio, ha spiegato che ciò che è emerso dalle residenze va ben oltre la narrazione nostalgica dei “borghi resistenti”: «Abbiamo incontrato comunità consapevoli della loro precarietà, ma anche del loro valore. Luoghi che credono nella sussidiarietà, che accolgono l’innovazione come condizione per restare vivi. È in questa tensione tra fragilità e possibilità che si costruisce un’idea di viaggio nuova, un’idea di Calabria che guarda al futuro senza dimenticare chi è».
Il Museo Archeologico Nazionale, che ha ospitato questa anteprima, non è stato solo uno sfondo. Ha funzionato da spazio attivo di narrazione e di attraversamento, offrendo alle opere un luogo in cui risuonare. Un museo che, per una sera, si è aperto alla voce del presente, trasformandosi in crocevia di linguaggi e visioni.
E proprio lì, tra i resti della Magna Grecia e le immagini dei paesi di oggi, si è compiuto un atto semplice ma potentissimo: raccontare. Raccontare ciò che si è, ciò che si è stati, ciò che si potrebbe ancora essere. Perché in fondo è questo che chiedono le radici quando diventano viaggio: di essere ascoltate senza romanticismi, con il rispetto che si deve a ciò che vive, cambia, si muove.