Melanina, Glauco Di Mambro incontra Socio Crew: quando un sound visionario si mescola allo Stretto e diventa libertà
Dal pianoforte classico ai club internazionali, il DJ racconta il suo percorso e il legame con Reggio: «Qui posso suonare libero, senza compromessi».
La sua musica non è solo elettronica, è un flusso continuo, un rituale che si costruisce traccia dopo traccia, capace di unire techno, acid e indie dance con una componente tribale e profondamente emotiva. Nei suoi set convivono tensione e leggerezza, struttura e istinto, in un equilibrio che non cerca scorciatoie e che si muove sempre lungo una linea personale, difficilmente incasellabile.
È questo il linguaggio di Glauco Di Mambro, protagonista della serata Melanina insieme al collettivo Socio Crew, in un contesto che per una notte prova a spostare il baricentro del clubbing verso qualcosa di più consapevole. Il suo percorso parte da lontano e affonda le radici nella musica classica. «Ho studiato pianoforte al Conservatorio, sono cresciuto con Mozart, Chopin, Rachmaninov», racconta, ricordando un’infanzia immersa nei suoni grazie anche al padre che ogni giorno gli faceva ascoltare musica.
Da lì il passaggio al jazz, alla fusion, fino a un’apertura più ampia che lo porta verso l’elettronica. La svolta arriva a Ibiza, in quello che doveva essere un viaggio breve e che invece diventa una stagione intera. «Lì ho iniziato ad ascoltarla davvero, ma sempre con un orecchio da musicista», spiega, sottolineando come per lui l’elettronica non sia mai stata solo intrattenimento, ma linguaggio da studiare e comprendere.
Prima ancora di diventare DJ, Glauco compone, studia i software, lavora sulla produzione. Nel frattempo costruisce una carriera nella televisione, come autore nei grandi show nazionali. «Di giorno lavoravo, la notte suonavo», racconta, fino a quando quella doppia vita smette di funzionare. «A un certo punto ho capito che la mia creatività era al servizio di qualcosa che non sentivo più mio. Doveva essere una pausa di sei mesi, non è mai finita». Da quel momento la musica diventa una scelta totale, che lo porta a esibirsi in contesti internazionali e a condividere la console con alcuni dei nomi più rilevanti della scena elettronica, costruendo nel tempo un’identità sonora riconoscibile fatta di ritmi organici e tensione emotiva.
Oggi è resident e curatore del The Sanctuary Eco Retreat, uno degli spazi più interessanti della scena romana, dove porta avanti “State Of Flux”, un progetto che racconta bene la sua visione. Non è solo una serata, ma un contenitore in continua evoluzione in cui, ad ogni appuntamento, arrivano per la prima volta in Italia artisti da tutto il mondo, con l’obiettivo di proporre nuovi linguaggi e nuove prospettive. Un progetto che si muove tra club e festival internazionali, da Ibiza a Mykonos fino a New York, mantenendo però una linea coerente: non inseguire, ma proporre.
Ed è proprio questa visione che, in modo quasi inatteso, trova spazio anche a Reggio Calabria. «Valentina, la mia fidanzata è di Gallico - marina! ci tiene a precisare sorridendo - è stato l’amore a portarmi qui», racconta, spiegando come un legame personale sia diventato anche un’occasione artistica. L’incontro con Socio Crew nasce così, quasi per caso, ma si trasforma rapidamente in un percorso condiviso. «Giacomo è venuto a sentirmi suonare al Sanctuary, mi ha parlato, mi ha detto che voleva portarmi a Reggio. Quando ha scoperto il legame con Gallico è stato tutto naturale».
Da lì una collaborazione che cresce nel tempo, anche attraverso momenti iniziali non semplici. «La prima serata non è andata benissimo, il mio è un suono complesso», racconta, ma è proprio lì che si misura la differenza. «Non abbiamo mollato». Un passaggio che torna spesso nel suo racconto, perché per lui è il punto centrale del lavoro del collettivo. «Loro rischiano, ed è fondamentale. Non fanno quello che funziona e basta, costruiscono». Un processo che si vede nel tempo, nella crescita del pubblico, nella capacità di tenere una linea anche quando sarebbe più facile semplificare.
È in questo contesto che nasce la cosa più interessante: la libertà. «A Reggio posso suonare come suono a Ibiza, a Londra, a Berlino», dice, senza esitazioni. Una libertà rara, soprattutto in Italia, che nasce anche da chi sta sotto al palco. «Il pubblico ascolta, si fida», racconta, ricordando una pista piena di ragazzi molto giovani che reagiscono a set complessi, anche a tracce minimal dei primi anni Duemila. «Non le conoscono, ma le sentono», osserva, ribaltando l’idea che per coinvolgere sia necessario semplificare.
Per lui il ruolo del DJ resta chiaro e non negoziabile. «Far ballare è facile, ma cosa lasci?», si chiede. Il punto non è riempire la pista, ma creare un’esperienza, portare il pubblico in territori nuovi. «Devi farli emozionare con qualcosa che non conoscono», dice, spiegando come il vero equilibrio stia nel riuscire a farsi capire senza tradire la propria visione. Non chiudersi nella complessità, ma nemmeno cedere al facile.
Su Reggio torna più volte, quasi con una convinzione che va oltre la singola serata. «Qui sta nascendo qualcosa», dice, riconoscendo nel lavoro di Socio Crew un processo culturale più ampio. «Magari i risultati arriveranno tra anni, ma stanno creando una scena». Un’intuizione che passa anche da quello che vede in pista, da un pubblico giovane, presente, coinvolto, capace di lasciarsi guidare.
Dopo mesi di tour tra America e Sud America, la sua direzione sembra però andare verso una nuova fase. «Voglio stare di più in studio, produrre», spiega, raccontando di un suono che sta cambiando e della necessità di tradurlo in nuovi dischi. Meno viaggi, più concentrazione, senza perdere quella tensione che caratterizza tutto il suo percorso.
Alla fine, la sua storia a Reggio resta legata a qualcosa di semplice e potente insieme. «Sono arrivato qui per amore», dice. E forse è proprio da lì che nasce quella libertà che poi si sente in consolle, quando la musica smette di essere solo intrattenimento e diventa, davvero, un viaggio.