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10/02/2026 ore 11.41
Politica

10 febbraio: una memoria collettiva e condivisa per un ricordo che non deve sbiadire

Le ricorrenze non nascono mai per dividere. Occorre un passo in avanti anche delle istituzioni perché la memoria non può essere affidata solo alla buona volontà dei comitati o dei singoli.

di

Beniamino Scarfone*
Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del Ricordo, dedicato ai martiri delle foibe e agli esuli istriani, fiumani e dalmati.
Una ricorrenza che non nasce per dividere, ma per riconoscere una pagina di storia italiana troppo a lungo rimossa, ignorata o minimizzata.
Scrivo queste righe non per caso. Nei primi anni Duemila ho partecipato attivamente, a livello nazionale e locale, al Comitato 10 Febbraio.
In quegli anni facevo politica attiva anche a livello nazionale, percorrendo in lungo e in largo lo Stivale e, insieme a tanti amici e militanti, abbiamo promosso numerose iniziative — anche in Calabria — “per non dimenticare”.


Anche a Reggio Calabria, col tempo, come è naturale che sia, il Comitato ha vissuto una sua evoluzione e oggi sono altri — più giovani — a portarne avanti l’impegno. A loro va il mio sincero ringraziamento: perché continuare a custodire questa memoria, in un clima spesso ostile o distratto, richiede coraggio, tempo e senso di responsabilità. Onori e oneri che oggi competono a chi ha raccolto quel testimone.
Un ringraziamento altrettanto sentito va ai docenti che, nelle scuole, continuano a fare il proprio dovere senza paraocchi ideologici, aiutando gli studenti a conoscere la storia nella sua complessità, senza omissioni né semplificazioni interessate.


Questa riflessione nasce anche da un fatto grave e simbolico: la vandalizzazione della targa dedicata a Norma Cossetto, giovane vittima della violenza titina, divenuta emblema della ferocia di quella stagione. Un nome che oggi conosciamo anche grazie alla legge del 2004, che ha finalmente istituito il Giorno del Ricordo, restituendo dignità pubblica a migliaia di italiani dimenticati, a quei figli d’Italia costretti a lasciare la propria terra, la propria casa, la propria identità.
In questi ventidue anni, però, la città è cambiata profondamente. E non sempre in meglio, almeno per quanto riguarda la capacità delle istituzioni di accompagnare e sostenere il ricordo in modo costante e visibile.
Le iniziative che cito non sono un termine di paragone né un giudizio: sono semplicemente fatti accaduti, attività svolte in un determinato periodo storico, in un contesto politico e amministrativo diverso.


Sono lontani i giorni in cui il Comune ricordava e onorava ufficialmente questi italiani, nonostante esista una deliberazione del Consiglio comunale — approvata nel 2008 anche grazie al lavoro che portammo avanti come gruppo di Alleanza Nazionale — che impegnava l’amministrazione a promuovere iniziative istituzionali.
Sono lontani i giorni in cui, con il supporto della Capitaneria di Porto, gli studenti reggini lanciavano una corona di fiori in mare, sul lungomare, quasi ad abbracciare idealmente i fratelli del confine orientale.
Sono lontane le cerimonie nel Salone dei Lampadari, quando i reggini nati in Istria, Dalmazia e Fiume venivano accolti nel Palazzo di Città con la fascia tricolore, come figli d’Italia costretti a lasciare la propria terra per fuggire dalle violenze del regime di Tito.
Sono lontane anche le giornate di studio e di approfondimento nelle scuole, promosse con il coinvolgimento diretto delle istituzioni.


Oggi registriamo l’ennesima violenza. Non fisica, ma non per questo meno grave: colpire una targa significa colpire un simbolo, un ricordo, una giovane donna che aveva una sola “colpa”, quella di essere italiana. Non certo quella di essere fascista, come qualcuno ancora oggi tenta di insinuare per giustificare l’odio.
E sarebbe un errore considerare questo gesto come un fatto isolato: quando il ricordo viene progressivamente marginalizzato, quando le istituzioni si limitano al minimo indispensabile, il terreno diventa inevitabilmente più fragile.
Quindi mi dispiaccio, ma non mi meraviglio.
Il clima culturale non nasce per caso: si costruisce nel tempo, anche attraverso scelte politiche e comunicative.
Quando il ricordo viene trattato con imbarazzo, filtrato ideologicamente o reso divisivo, anziché coltivato come patrimonio comune, si contribuisce a creare un terreno fertile per gesti come quello a cui abbiamo assistito.

Non è questo il luogo per una polemica diretta, ma è impossibile non interrogarsi sulle responsabilità di chi governa una città anche sul piano simbolico e culturale.


L’attuale amministrazione comunale verrà giudicata dalla storia e dai cittadini alle prossime elezioni; non è questo il luogo e il momento per una polemica politica, ma è doveroso interrogarsi sul clima culturale che si contribuisce a creare.
Proprio per questo, e anche come risposta civile e concreta alla vandalizzazione della targa dedicata a Norma Cossetto, credo sia arrivato il momento di fare un passo in avanti. Non per cancellare o diluire il significato del Giorno del Ricordo — che deve rimanere tale, con la sua specificità storica e il suo dolore — ma per rafforzarlo.
Oltre, chiaramente, a ripristinare la targa, perché non raccogliersi di fronte ad un monumento, una statua o un luogo simbolico stabile che ricordi tutte le vittime dell’odio e della violenza, delle guerre, dei massacri e delle persecuzioni, senza distinzioni ideologiche.

Un luogo che non metta sullo stesso piano le storie, ma che parta dal riconoscimento di ciascuna, a cominciare da quelle troppo a lungo negate.
Un luogo di memoria condivisa, che non sostituisca le singole ricorrenze ma le accompagni, e che chiami in causa direttamente le istituzioni cittadine, perché la memoria non può essere affidata solo alla buona volontà dei comitati o dei singoli. Sarebbe un segno di maturità civile: trasformare un atto di vandalismo in un impegno pubblico, e una ferita in un’occasione di unità.
Il 10 febbraio dovrebbe essere questo: non un campo di battaglia politica, ma un giorno di unità nel ricordo.
Perché la memoria non appartiene a una parte, ma a una comunità intera. E senza memoria condivisa non c’è futuro, né rispetto, né vera convivenza civile.

* (Consulente del lavoro e giornalista pubblicista)