A TU PER TU | Canale torna nella mischia: «Mi manca la politica, impossibile rileggere la storia della città al contrario» - VIDEO
«La politica sicuramente mi mancava, ma questi dodici anni di assenza certamente erano necessari. E oggi si ritorna a parlare di politica in una modalità completamente diversa, mettendo al centro il gruppo e non il singolo, il gruppo di persone che in tanti mesi abbiamo costituito e che oggi rappresenta la vera novità di questo impegno a distanza di così tanto tempo. Quindi non una segreteria politica, non una candidatura a sindaco prima dei contributi di tutti coloro che, essendo del tutto nuovi alla politica, invece, secondo me possono dare un grandissimo contributo».
Ospite dell’appuntamento di “A tu per tu” dagli studi de ilReggino.it di Corso Garibaldi è l’avvocato Massimo Canale, personalità politica molto nota in città, che ha deciso dopo un periodo di stacco di rituffarsi nel vivo della disputa politica, immaginando anche una eventuale candidatura alle prossime comunali. «Non siamo qui per fare battaglie di testimonianza, ma per vincere le elezioni» ha detto presentando il nuovo soggetto civico “Onda Orange”.
«Intanto noi abbiamo scelto la piazza Orange, che è una piazza nel centro della città, che era crocevia di mercati, di commerci, di incontro di persone e ci piaceva molto l’idea di tornare al centro della città di Reggio, e poi abbiamo giocato sul nome di questa piazza utilizzando il colore arancione che poi in realtà la piazza, come si sa, non prende il nome da un colore, bensì da un fiume che si chiamava Oringio che scorre ancora al di sotto della piazza e che in qualche modo noi abbiamo voluto utilizzare come paradigma del nostro impegno, di qualcosa che scorre, che cammina, che si alimenta e che si spera possa cambiare le cose.
Canale, i politici dicono sempre che bisogna rapportarsi con la società civile, ma lei oggi con quali differenze si sta approcciando a questa nuova avventura? Benché lei sia stato da sempre libero da etichette e da tessere di partito, quale differenza c’è tra fare il politico di professione e identificarsi come un soggetto civico?
«In realtà io non mi sono mai sentito un politico. Io sono un cittadino di Reggio Calabria, impegnato in politica in una parte importante della propria vita in passato, che ha deciso di rimettere in gioco le proprie residuali energie, considerando che anche per ragioni anagrafiche non credo di avere un orizzonte temporale da spendere nella vita pubblica così lungo, ma mi sembrava il caso, fosse giunto il momento di mettere insieme delle intelligenze di persone, ripeto, nuove, del tutto nuove alla politica, proprio perché sono convinto della necessità che ciascuno debba dare un piccolo contributo e impegnarsi rispetto alla cosa pubblica per una parte almeno della propria vita, quindi non un gruppo di professionisti della politica, men che meno io sono diventato quello che si definisce tradizionalmente un politico, ma semplicemente un impegno di persone che si ritrovano all’interno di un luogo simbolico e provano a immaginare strategie, proposte e sogni per il futuro di Reggio».
Avete parlato di cinque assi principali che poi rappresenteranno la spina dorsale anche della vostra proposta programmatica…
«Sì, legalità declinata nelle sue forme e quindi la legalità all’interno delle istituzioni perché è un punto qualificante del nostro impegno, la cultura non semplicemente come momento di fruizione effimero a cui abbiamo abituato in questi anni i turisti che per fortuna e grazie anche agli aerei che finalmente giungono a Reggio Calabria hanno la possibilità di conoscere la nostra città, e immaginiamo che non debba essere una cultura a mordi e fuggi di sole 24 ore. Ancora, un decoro urbano che parli della città come spazio civico di incontro tra i cittadini e il lavoro declinato nella forma in cui è possibile che l’amministrazione di una città possa influire sulle politiche del lavoro stipulando accordi virtuosi col mondo dell’Università ma anche con le imprese che possano diventare luogo di sviluppo di professionalità e soprattutto possano far restare e tornare i reggini che hanno tanto da dare che potrebbero farlo ma oggi non trovano le condizioni per farlo. Quindi noi, intorno al concetto del ritorno, abbiamo incastonato tutti questi contenuti, abbiamo provato a tenerli insieme all’interno di una cornice che è quella di questo neologismo che a me insomma piace molto, che è “restanza” del professore Teti e che in qualche modo accomuna tutti quelli che fanno parte di Onda Orange. Ognuno dei componenti di questo gruppo ha una storia di ritorno, di andate e di ritorno. Io stesso ero studente a Pavia in Lombardia e mio padre non voleva in alcun modo che io tornassi a Reggio Calabria e chiaramente appena ho finito l’università sono ritornato».
Lei ha vissuto da protagonista, anche con una candidatura a sindaco, il periodo più caldo degli anni 2000 per Reggio Calabria, non le chiedo un giudizio su quegli anni, ma le chiedo come giudica la strategia di Giuseppe Scopelliti che vuole tornare ad incidere quantomeno nella sua coalizione…
«A me colpisce molto che ci sia una narrazione capovolta della storia recente di Reggio Calabria. Abbiamo un pregiudicato, per così dire spregiudicato, che gira addirittura nelle scuole a raccontare la sua storia, la sua storia personale, umana, per la quale io ho enorme rispetto e quindi non è una valutazione sul livello personale che io faccio, ma sul livello politico non può passare inosservato che stiamo parlando di un sindaco che ha condotto allo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria con una sentenza definitiva passata in giudicato che oggi a quelle latitudini vuole essere fatta passare per una sentenza politica ad opera di una fantomatica magistratura di sinistra e così via dicendo anche per lo scioglimento del Consiglio Comunale. Viceversa la Commissione d’Accesso al Comune di Reggio Calabria ha rivelato l’esistenza di una penetrazione pesante della ‘ndrangheta all’interno delle maglie amministrative del Comune di Reggio Calabria, quindi oggi raccontare questa storia al contrario ai reggini, ai calabresi, a me sembra francamente non giusto e noi non dobbiamo mai smarrire la memoria delle cose. Voglio essere anche chiaro, io non nego a nessuno la possibilità di cimentarsi pubblicamente. ed è giusto che ce l’abbia anche Scopelliti, ma ritornare sul luogo del misfatto francamente da reggino mi sembra anche abbastanza paradossale, così come l’idea che tutto possa essere con gli anni dimenticato e che si possa ricominciare nello stesso contesto in cui sono maturati quei fatti».
Possiamo dividere questi primi 25 anni del duemila per Reggio Calabria: per 12 anni c’è stata una storia, e da 12 ce n’è un’altra, che è targata Falcomatà, che voto dà?
«Insomma dare un voto sarebbe assolutamente complicato. Provo a fare degli esempi: io avrei fatto diversamente diverse cose, l’ho sempre detto. Per esempio, io non ho colto in questi anni una visione di futuro, un’idea di città di quella che dovrà essere la città dei prossimi 20 anni. Ho piuttosto registrato, ma insieme a tanti reggini, un’amministrazione comunale intenta a disbrigare le pratiche correnti, diciamo l’ordinaria amministrazione con una enorme disponibilità di denaro utilizzata e che probabilmente su alcuni fronti poteva essere anche utilizzata diversamente. Cioè noi avremmo dovuto, dal mio punto di vista, approfittare di questi anni per raccontare all’esterno una città diversa, che parli di Mediterraneo che parli della nostra storia millenaria, che possa intorno a queste cose costruire la sua immagine per i prossimi 20 anni. Una narrazione a Reggio Calabria non c’è, noi ci siamo spesso limitati a spendere con una serie di eventi, che però non lasciano il racconto della città, cosa invece di cui noi avremmo assoluto bisogno.
Non ho condiviso neanche l’approccio che il sindaco ha avuto nei confronti delle scelte fatte nella formazione delle giunte che via via si sono succedute in questi 12 anni, perché non abbiamo sempre registrato una qualità nelle scelte effettuate, ci saremmo aspettati noi altri reggini, soprattutto nell’ultimo rimpasto veramente una rivoluzione considerando che si trattava dell’ultimo miglio da percorrere insieme. Forse sarebbe stato opportuno stupire tutti con un effetto wow che in realtà non c’è stato. Parlare oggi di master plan mi pare che se ne stia parlando con 12 anni di ritardo, forse avremmo dovuto partire da prima per immaginare la città di domani. Detto questo tuttavia ci tengo a sottolinearlo questa amministrazione ha l’enorme merito di avere riportato a una condizione di normalità le disastrate casse comunali che erano state dilapidate da quelli che oggi si vogliono raccontare in maniera diversa e che si propongono da quello che si capisce di amministrare nuovamente la città di Reggio Calabria dopo quello che è successo»
Tornando a parlare della nuova creatura Onda Orange, nel momento della presentazione ha parlato della necessità di aprire un dialogo anche con il campo moderato. Che cosa intende lei oggi per campo moderato e poi aveva già qualcuno in mente quando diceva questa cosa?
«Allora io credo che a centrodestra gli spazi siano più che occupati, ci sono acquartierati i maggiori rappresentanti. Ma ci si può definire come si vuole. Il concetto è che mentre noi inauguravamo Onda Orange al Consiglio regionale si celebrava il libro a fumetti sui moti di Reggio, come se 2.500 anni non siano passati, ma noi ci ricordiamo soltanto degli ultimi 50. Anche quella è cultura per cui ho grande rispetto ma è una cultura diversa rispetto a quella nostra. Quando io parlo di campo moderato intanto lo dico perché dentro Onda Orange ci sono delle persone, dei professionisti impegnati, che però non hanno idee politiche per così dire uniformate ad un pensiero unico. Mi creda se le dico che anche all’interno di Onda Orange ci sono soggettività che culturalmente non appartengono al centrosinistra. Ma questa è proprio la vera sfida che io mi ero messo in mente ormai tanti anni fa e che sono riuscito a realizzare insieme a queste fantastiche persone da un annetto a questa parte. Allora quando ho pensato che indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche si potesse lavorare in nome di un obiettivo comune che è quello di immaginare delle strategie di futuro per la nostra città e queste persone diventano una sorta di componente magica in cui ognuno ci mette un pezzetto e si riesce pur nella diversità culturale, che in alcuni casi esiste, a fare delle cose insieme di grande valore. Poi è chiaro non potremo mai trovarci con chi ha delle posizioni incompatibili con quelle che in qualche modo noi riteniamo basilari che sono la democrazia, la partecipazione, la tolleranza, l’inclusione».
Avvocato, lei è stato protagonista di battaglie anche epiche in Consiglio, ma negli ultimi anni invece il livello del Consiglio comunale è stato giudicato anche dai cittadini basso. C’è qualcuno in cui si riconosce in questo momento?
«Io mi riconosco in un metodo: il metodo delle istituzioni, della politica il culto delle istituzioni, il rispetto sacro delle istituzioni, che mio padre mi insegnò a considerare allor quando mi disse anche lui consigliere comunale fino ai primissimi anni 90, “in quest’aula si entra in giacca e cravatta”, e quella era la sacralità di Palazzo San Giorgio. Mi riconosco in quel metodo e poi faccio una valutazione, lungi da me essere impietoso rispetto a determinate figure, però l’idea è che più chi potrebbe dare un contributo vero alla città – imprenditore artigiano impiegato libero professionista – si tiene fuori dalle istituzioni e dalla politica e non si rimette in gioco, più in questo sistema a vasi comunicanti gli spazi vengono occupati da chi magari la politica ritiene che si possa fare per mestiere. Non è un concetto che mi appartiene…»
Primarie si, primarie no. Il fronte della coalizione progressista che di questi tempi vuole dimostrare di essere coeso e pronto, non ha ancora assunto una posizione in merito, qual è la sua?
«A me pare che nei giorni scorsi sia il segretario regionale del Partito democratico che il segretario cittadino di Sinistra italiana abbiano dichiarato il loro favor nei confronti di questo percorso. Ma al di là della opinione dei partiti io faccio una riflessione: le primarie possono rappresentare un sistema per tenere insieme tanti che magari insieme non riescono a trovare la sintesi rispetto a una candidatura unica. Il mio auspicio è che si riesca a trovare una persona che rappresenti tutti, dal Pd a Onda Orange a sinistra italiana al Movimento 5 stelle, a tutti coloro che non si iscrivono nella destra. Quindi, se non ci dovesse essere accordo intorno a una candidatura unica mi pare che la strada delle primarie – anche perché creano consenso, mobilitazione – sia la strada più giusta. Non immagino altri percorsi
Con Massimo Canale abbiamo continuato a dialogare su Città metropolitana monca, per via della mancata attribuzione delle funzioni, della prossima campagna elettorale per le regionali e anche delle ambizioni di Falcomatà. Per scoprire il seguito guarda il video integrale dell’intervista.