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24/07/2025 ore 20.00
Politica

A TU PER TU | Nicola Malaspina, dalle dimissioni alla ricandidatura: «L’ho promesso ai mie figli» - VIDEO

L’ex consigliere comunale è stato l’unico a dare seguito ai proclami delle opposizioni sulle quali ammette: «è mancata una vera leadership». Intervista a tutto campo su Reggio, l’attualità della Rivolta, e i valori della politica. «Ecco cosa ha sbagliato Falcomatà…»
di Claudio Labate

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«Ho iniziato a fare politica all’età di 16-17 anni e per circa 30 anni non ho mai avuto ambizioni elettorali. Decido di candidarmi al Consiglio comunale perché ho visto una situazione particolare in città e all’interno del Palazzo comunale, per la quale non si poteva restare fuori, ma come diceva un filosofo, chi pensa deve agire, allora a quel punto ho deciso di candidarmi non per un’ambizione elettorale ma esclusivamente con spirito di servizio nei confronti della città».


La premessa è d’obbligo per Nicola Malaspina, ex consigliere comunale a Reggio Calabria accomiatatosi da Palazzo San Giorgio dopo che il 30 novembre del 2021 firmò le dimissioni in accordo con l’intera opposizione.

Solo che Malaspina è uscito dal palazzo, gli altri sono rimasti al loro posto… ma cosa è successo veramente, cosa vi siete detti, o non detti, all’epoca?

«Tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, la situazione era particolare per la città. Lo è stata già nel 2020, ma lo è stata ancora di più subito dopo la prima condanna di Falcomatà e tutto quello che ha comportato. Sono stati dei momenti abbastanza concitati in quella fase, il sindaco ha deciso addirittura di azzerare le nomine, nominare un nuovo vicesindaco e in quel balletto, possiamo chiamarlo così, anche noi all’opposizione eravamo un po’ spiazzati, tant’è che ci sono state diverse riunioni che hanno coinvolto i consiglieri della minoranza nelle quali si cercava di capire come comportarsi, quale tipo di azione intraprendere anche da un punto di vista della protesta.

Ci sono state diverse idee che sono state messe sul tavolo, ma alla fine ha prevalso quella delle dimissioni. Non l’ho proposto io, la mia proposta era diversa, però nel momento in cui i gruppi di minoranza hanno deciso per questo tipo di protesta ho aderito e a quel punto mi sono lasciato guidare da quella che è la mia stella polare, che seguo fin da quando ho iniziato a fare politica che fondamentalmente si può riassumere nella formula delle tre C: coerenza, competenza e credibilità; e proprio seguendo la credibilità ho deciso di fare quello che ho fatto. Viviamo in un periodo strano in cui insomma il nichilismo sembra avvolgere un po’ tutto, nessuno crede più a niente e, soprattutto, non si crede più alla politica.

Se la politica non fa quello che dice non fa altro che confermare questo nichilismo e allora io dal punto di vista personale proprio perché ritengo di essere coerente ritengo di essere credibile portando fino all’estremo sacrificio di quella che era la protesta. Magari non è stato compreso da tutti, però il messaggio che in quel momento volevo lanciare era proprio questo, che non è vero che la politica non è credibile, non è vero che i politici non sono credibili, ci sono ancora dei politici che prima di guardare al proprio interesse personale, prima di guardare al proprio orticello, ancora oggi pensano al bene comune e alla propria comunità, e se veramente un uomo ama la propria città, a quel punto non c’è un sacrificio che non si può intraprendere.


Ma si aspettava di essere accompagnato?

«Io ci ho sperato. Non sono un ottimista di natura, però in quell’occasione ci ho sperato, ho pensato di poter essere non dico l’esempio da seguire ma comunque una sorta di apripista. Non volevo andare in fuga, per utilizzare un termine ciclistico, però lo scatto l’ho fatto e a quel punto credevo che alle mie spalle qualcun altro seguisse quello scatto per arrivare in cima alla salita»


Ma c’è stato qualcuno che, nonostante la decisione comunicata urbi et orbi dal centrodestra, ti voleva fare desistere?

«Sì qualcuno c’è stato. Più di uno, sia all’interno del Consiglio comunale che fuori dal Consiglio comunale. Però devo dire la verità, sono stati di più le persone che hanno capito quando io ho iniziato a dire basta non si può fare finta se uno dice che fa una cosa poi una volta che la dice la deve fare. E sono stati più quelli che hanno capito e hanno apprezzato appoggiandomi in questa scelta».


Si può parlare di una questione morale per entrambi gli schieramenti?
«Non voglio utilizzare dei termini giustizialisti, però da un punto di vista politico sicuramente esiste una questione morale. Esiste una questione morale che non è solamente legata ai fatti del Miramare – che poi si sono conclusi con quello che possiamo definire un artificio della magistratura – esiste nel momento in cui si viene a scoprire un paio di mesi dopo del voto che ci sono stati quattro defunti che hanno votato e centinaia di allettati che si sono recati alle urne senza recarsi alle urne. Questo la dice lunga su quella che può essere considerata una questione morale all’interno di Palazzo San Giorgio, e anche questa è stata una delle cose che mi ha spinto ad andare avanti nelle dimissioni: se sei consigliere comunale e ritieni che quell’organo sia delegittimato restare all’interno di quel palazzo è un atto di ipocrisia».


D’altronde Malaspina, c’è chi in coerenza con il suo pensiero di dimette, e chi invece cambia casacca… e a Palazzo San Giorgio ci sono stati passaggi inaspettati e pesanti se vogliamo? Cosa ha pensato in merito?
«Diciamo che rientra nel malcostume di quella politica che allontana la gente. Io, e non è un modo di dire, mi ritengo una persona, un attivista politico, che è cresciuto in mezzo alla strada, che è cresciuto nella piazza, nei quartieri, e quindi da un certo punto di vista percepisco determinati umori all’interno e fuori dal palazzo, e questo malcostume contribuisce ad allontanare la gente dalla politica. Si può cambiare idea nella vita, senza ombra di dubbio, però questo cambiamento deve essere un cambiamento progressivo, non repentino, non da un momento all’altro, altrimenti aumenta la distanza e diminuisce la credibilità».


Come giudica l’azione delle opposizioni a palazzo San Giorgio? Cosa è cambiato se è cambiato a distanza di quattro anni? Si sente la mancanza di una leadership?
«Per chi non è addetto ai lavori risulta molto difficile comprendere le dinamiche che ci sono tra maggioranza e opposizione. C’è da dire che questo Consiglio comunale uscito fuori dalle elezioni del 2020 ha attribuito al sindaco Falcomadà dei numeri tali per i quali si poteva amministrare la città senza grossi problemi: il ruolo dell’opposizione per quanto riguarda la possibilità di incidere era molto limitato fin dall’inizio. Per poter incidere l’opposizione avrebbe dovuto mettere in campo un qualcosina in più rispetto alle solite dinamiche di maggioranza e opposizione, io qualche volta mi sono trovato in grossa difficoltà perché ritengo la politica una cosa seria proprio perché deve amministrare e garantire il futuro della città e delle nuove generazioni, e tante volte invece si assisteva a dei teatrini da talk show che secondo me poco hanno a che fare con la vera politica. Piuttosto che lasciarsi andare a battute sarebbe stato più opportuno invece utilizzare un tipo di approccio diverso più concreto e anche dal punto di vista progettuale, già da quel momento far percepire alla città una visione diversa rispetto a quella della maggioranza. C’è stato un difetto di leadership all’interno delle opposizioni? Probabilmente sì, perché diciamo che il candidato sindaco del centrodestra il dottor Minicuci in consiglio comunale è stato contestato anche dai consiglieri della minoranza quindi da questo punto di vista secondo me è mancata proprio la guida, nonostante la grande esperienza amministrativa del dottor Minicuci. Però la burocrazia è una cosa, la politica è un’altra. È mancato forse questo spirito guida, l’allenatore di questa squadra».


Il centrodestra, come dice, vincerà le elezioni di primavera?

«Purtroppo ci vorrebbe una sfera di cristallo per poter rispondere a questa domanda. Nell’aprile del 2020 tutti davano per sconfitto Giuseppe Falcomatà. Ha vinto per il rotto della cuffia, con una percentuale di astensionismo incredibile, forse la più alta che sia mai registrata in città, però è riuscito a vincere il ballottaggio. Per potersi esprimere bisognerebbe avere contezza di quelli che sono i competitor, sia da una parte che dall’altra, perché non mi pare che in questo momento il centrosinistra abbia trovato il suo leader, così come il centrodestra che dice di averlo pronto, che magari a settembre tirerà fuori il nome, però fino a quando questo nome non sarà conosciuto diventa quasi impossibile fare una previsione. Ad occhio, guardando la città, si potrebbe abbozzarla questa previsione dicendo che probabilmente il tempo del centrosinistra a Reggio si è concluso, perché dopo quasi 11 anni di amministrazione non mi pare che sia cambiato granché… però tutto è possibile, soprattutto in politica».


Lei è cresciuto a stretto contatto con Giuseppe Scopelliti – parliamo del periodo del Fronte della gioventù – crede possibile un ritorno dell’ex sindaco e presidente della Regione?

«Io ci credo poco, io penso che Peppe Scopelliti sia a tutti gli effetti quello che Aristotele quando parlava di politica definiva un animale politico. Ciò non toglie però che ha pagato un prezzo esagerato, troppo duro, rispetto a quello che è successo in quel determinato periodo storico. Queste cose secondo me lasciano il segno in ogni uomo. Io ho avuto la fortuna, ho avuto il piacere di andare a trovarlo in carcere e non auguro a nessuno di varcare quella porta, perché ti rendi conto di quanto essere privati della libertà sia tremendo. Probabilmente, non posso parlare per qualcun altro, ma se dovessi immedesimarmi in lui, sicuramente è stata un’esperienza dura, forte. E per quanto possa essere grande la voglia di mettersi al servizio della città, uno pensa prima a se stesso, alla propria famiglia. Io ritengo che sia una cosa molto difficile, un suo ritorno almeno per quanto riguarda le amministrative, una candidatura a sindaco ad esempio. Da più parti sembra quasi che vogliano tirarlo un po’ dalla camicia, però è una scelta particolare secondo me. Per come lo conosco io, Peppe Scopelliti è veramente un uomo molto coraggioso, però, lo ripeto, determinate esperienze possono lasciare il segno».


Falcomatà sta concludendo il suo secondo mandato, 12 anni di alti e bassi… Immagino che il suo giudizio sia negativo… Mi dica almeno tre cose, anche politiche, che ha sbagliato.
«Sicuramente il giudizio negativo è oggettivo nel momento in cui un sindaco si ricandida e vince la seconda volta al ballottaggio è chiaro il non apprezzamento della città. Quindi non è solamente un’opinione di Nicola Malaspina, ma è un’opinione più diffusa da parte della città e del corpo elettorale.

Secondo me il primo errore sicuramente è attribuibile alla gestione dei rifiuti. Per lunghi anni, ancora oggi qualche volta, si registrano gravi problematiche relativamente a questo settore. Il secondo errore è stato quello di, almeno all’inizio, cercare di concentrarsi su delle cose che all’apparenza sembravano semplici – mi viene in mente la rimodulazione del Decreto Reggio – e infine la gestione del decoro di questa città soprattutto in prospettiva dell’arrivo dei turisti grazie ai voli Ryanair. Fossi stato io il sindaco, venuto a conoscenza in anticipo della possibilità di questa grande chance, avrei fatto di tutto per quantomeno garantire il decoro in quella parte della città che non è solamente il centro ma che è quella che porta i turisti dall’aeroporto fino ad arrivare al centro.

Iniziando da lì per poi utilizzare lo stesso termometro per quanto riguarda il ripristino del decoro in tutta la città. È bellissimo vedere la città con questi turisti che la vivono che quasi la scoprono. Si parta dalle piccole cose, basta veramente poco per trasformare questa città, però bisogna avere anche il coraggio per farlo, lo stesso coraggio per il quale da dieci anni stanno aspettando le deleghe della Città metropolitana.

Mi si potrà rimproverare che io sono un uomo d’azione che sono magari un po’ esagitato, ma se fossi io il sindaco occuperei i binari della stazione di Villa San Giovanni per fare ancora più scalpore fino a quando la Regione non si rendesse disponibile a fornire le deleghe della Città metropolitana perché non si può protestare a giorni alterni o ad amministrazioni alterne. C’è un tempo dedicato alle parole che, senza ombra di dubbio, rappresentano la cosa più importante di un’attività politica, però quando le parole non sortiscono più effetto allora ci vuole l’esempio e l’esempio è quello che fai, non quello che dici».


Lei milita nel “Centro Studi Tradizione e Partecipazione”, ogni anno si rinnova la solita polemica anche rispetto alle celebrazioni degli anniversari dei moti di Reggio. Nessun evento storicizzato, per usare un termine in voga per gli spettacoli, né una mostra, un incontro… ma se questa città non fa memoria di se stessa quale sarà il suo destino?
«Dicono tutti che senza memoria non c’è futuro. E probabilmente è vero. È vero perché dovessimo fare un paragone tra i reggini del 14 luglio 1970 e il reggino del 14 luglio 2025 probabilmente le differenze sarebbero abissali, incolmabili. Perché 55 anni fa un popolo intero, senza guardare il colore politico, senza guardare la propria appartenenza sociale, senza guardare alla categoria, decise di scendere in piazza per una questione di identità. Perché secondo me la rivolta di Reggio, prima di tutto, è stata una rivolta che voleva a tutti i costi difendere l’identità della città di Reggio Calabria.

E vedersi scippare la propria identità, secondo me, è stato il primo motivo, la prima scintilla che ha fatto sì che l’intera città, accompagnata addirittura dalla provincia, scese in piazza per difendere l’identità di reggina, quello secondo me è stato un elemento scatenante e che oggi purtroppo manca. Perché se ti manca l’identità, se mancano le radici, alla fine non sei più niente. Oggi il reggino volesse fare una nuova rivolta, non avrebbe più bisogno di scendere in piazza a lanciare le pietre o a fare le barricate. Oggi la vera rivolta del reggino potrebbe essere quella del cercare, del rintracciare, del ritrovare, del rendere di nuovo vera la propria identità».


Da quel che si sa la passione per la politica non l’ha abbandonata, ecco ci parli dei suoi progetti e per cosa vorrebbe battersi, politicamente parlando… Inosmma si ricandiderà?
«Sì, perché ho una promessa da onorare, non soltanto nei confronti della mia comunità politica, che è il Centro Studi Tradizione e Partecipazione, non soltanto nei confronti di quegli elettori che mi hanno premiato la scorsa volta eleggendomi in Consiglia comunale, ma soprattutto è una promessa che devo onorare nei confronti dei miei figli.

Quando nel 2020 decisi di candidarmi, lo feci anche perché una sera, a cena con mia moglie e i miei figli, guardando un po’ quella che era la realtà cittadina, mi sentivo un po’ pessimista ma ce l’avevo davanti, e allora pensai che se quel mio pessimismo si limitava esclusivamente ad evidenziare le criticità di questa città, era un pessimismo inutile. La promessa che ho fatto ai miei figli era quella di poter portare un cambiamento vero, o almeno di tentare di farlo, in questa città. Ecco, io questa promessa la voglio mantenere e per questo sicuramente mi ricandiderò per l’elezione del prossimo Consiglio Comunale».